Veronica Di Gaspare, le dipendenze sono equiparabili a malattie croniche recidivanti
17 Agosto 2026
Il problema delle dipendenze è un problema veramente serio ed in continua crescita. In Italia si calcola che 393.000 persone tra i 15 ed i 64 anni dipendono da sostanze stupefacenti. Si tratta, ovviamente, di un dato indicativo perché non sono pochi i soggetti affetti da comportamento d’abuso che non passano per i SerD per cui non vengono censiti.
Si, esattamente – spiega la psicologa-psicoterapeuta Veronica Di Gaspare – è un fenomeno sicuramente in crescita. In realtà sappiamo che ad oggi il consumo di sostanze stupefacenti nei giovanissimi inizia spesso anche prima dei quindici anni. Il che è un problema enorme, in quanto durante la fase dell’adolescenza fino ai 20/25 anni il cervello si sta ancora sviluppando.
In particolare negli adolescenti la corteccia prefrontale, ovvero l’area deputata alla gestione del pensiero logico, pianificazione, controllo degli impulsi, e regolazione delle emozioni, è in pieno rebuilding sinaptico. Cioè non è semplicemente “immatura”, ma si trova in una fase di transizione critica definita mismatch evolutivo, dove il sistema limbico, è già iperattivo, mentre la corteccia prefrontale non è ancora completamente mielinizzata.
In parole semplici, la mielinizzazione è il processo in cui i neuroni vengono rivestiti di mielina, una guaina lipidica (fatta di grasso e proteine) che avvolge gli assoni. Immagini i circuiti del cervello come i fili elettrici di un elettrodomestico: per funzionare in modo sicuro e far viaggiare la corrente alla massima velocità, hanno bisogno di essere rivestiti da una guaina di plastica isolante.
Nei ragazzi, questo rivestimento si sta ancora completando, quando un adolescente assume alcol o droghe, queste sostanze agiscono come un acido corrosivo che consuma l’isolamento dei fili.
La corrente continua a passare, ma il segnale si disperde e viaggia al rallentatore. Questo spiega perché, a livello psicologico, il ragazzo perde la capacità di autoregolarsi: il suo cervello non ha più la velocità biologica necessaria per frenare l’impulso prima che si trasformi in azione.
L’uso di sostanze in questa fase così delicata influisce su questi processi aumentando in modo esponenziale il rischio di vulnerabilità psichiatrica, scarso controllo degli impulsi, maggiore probabilità di dipendenza in età adulta e difficoltà nella regolazione emotiva.
Esiste un problema legato alle cosiddette droghe sintetiche: costano poco ed arrecano danni irreversibili basta pensare al Fentanyl.
Si, inoltre un altro elemento critico da considerare è il fenomeno della contaminazione a monte, definito “effetto taglio”
Cioè, i dati tossicologici ed epidemiologici ci dicono che una percentuale significativa di giovani assume Fentanyl in modo del tutto inconsapevole.
Questa molecola sintetica viene utilizzata come adulterante a basso costo per potenziare gli effetti di altre sostanze, come la cocaina, o per il confezionamento di farmaci contraffatti diffusi sul mercato illegale. L’obiettivo commerciale è duplice: abbattere i costi di produzione e massimizzare l’indice di dipendenza chimica del consumatore, esponendo il soggetto a un rischio elevatissimo di overdose accidentale.
Tante altre cose si potrebbero dire legate al mondo delle tossicodipendenze. Ma con questi due primi quesiti abbiamo inteso solo sottolineare l’impegno immane che assume chi, come gli psicologi, sceglie di impegnarsi in questo settore.
Sicuramente è un ambito complesso. Ci basti pensare al fatto che la dipendenza è considerata una malattia cronica recidivante, ciò vuol dire che è un qualcosa che la persona deve gestire a vita. Appunto per questo lo psicologo lavora su vari fronti, dalla prevenzione nei contesti sociali a rischio, alla riduzione del danno, presa in carico nei servizi deputati, quali i Serd, il lavoro nelle comunità terapeutiche, che appunto seguono il paziente con dipendenza dalla presa in carico al reinserimento sociale. Quello che è di fondamentale importanza è considerare la dipendenza secondo un approccio biopsicosociale e soprattutto centrato sulla persona.
In ambito clinico dobbiamo operare un importante cambio di paradigma: la dipendenza non è il problema primario, ma rappresenta la risposta sintomatica del soggetto. Per il paziente, l’uso della sostanza è la soluzione, ovvero la strategia, ovviamente disfunzionale, ma la migliore che ha trovato per rispondere a un disagio psicologico. Pertanto, l’intervento psicoterapeutico non può limitarsi alla sola rimozione del comportamento di abuso, ma deve focalizzarsi sulla comprensione della vulnerabilità emotiva sottostante e sullo sviluppo di strategie funzionali per la gestione del disagio. Quindi si lavora attraverso un intervento centrato sulla persona, sui bisogni, sull’eventuale comorbilità di disturbi psichiatrici e l’apprendimento di strategie maggiormente funzionali appunto, per la regolazione emotiva e tolleranza della sofferenza.
Ad oggi ,ad esempio, la DBT (Dialectical Behaviour Therapy) è uno dei maggiori approcci evidence based per il trattamento delle dipendenze, specialmente quando l’abuso di sostanze si associa a una forte disregolazione emotiva (come nel disturbo borderline di personalità).
Per affrontare le problematiche di chi è “malato nell’anima” è necessario partire da una grande motivazione. Quale è stata la sua?
Guardi, quello che posso dirle è che credo fermamente che il lavoro dello psicologo sia uno dei lavori più belli al mondo. Ovviamente questa è una mia personale opinione, di parte aggiungerei.
L’ambito delle dipendenze per me è stata più una scoperta che un obiettivo. Quando ho iniziato l’università non era assolutamente un ambito che mi interessava. Poi con il tirocinio ho iniziato a conoscere il lavoro nelle comunità terapeutiche e successivamente ho iniziato a lavorare in questo ambito, che mi ha appassionato sempre di più.
Attualmente lavoro come libero professionista in studio ma l’esperienza nelle comunità è stata profondamente arricchente per me.
Lavorando in comunità hai la possibilità di vivere a pieno, anche tu, come operatore, la vita comunitaria. È un ambito, ripeto, complesso, intenso. Ma anche stimolante. Non saprei dirle nello specifico qual è la motivazione che mi ha spinto a scegliere di lavorare con le persone con dipendenza.
Quello che le posso dire è che lavorandoci, impari quanto la sostanza può essere per qualcuno una salvezza. E quanto è difficile abbandonare qualcosa che per me è l’unico modo per sopravvivere?
Ecco, per lavorare nelle dipendenze sicuramente devi riuscire a comprendere ed empatizzare con questo. Ci sono giorni in cui è più difficile, giorni in cui ti senti completamente impotente. Ma poi ci sono giorni in cui vedi semplicemente una persona stare meglio. Scopri che un ragazzo ha finito il percorso in comunità.
Che uno li loro ha scoperto che è bravo a cucinare e vorrebbe fare quello nella vita. Qualcuno ha ricominciato con la scuola e sta prendendo il diploma.
Qualcuno si è fidanzato o ha avuto un bambino ed è felice.
In quel momento pensi che ogni sforzo, ogni giorno di frustrazione e di fatica, vale la pena. Ecco, non saprei spiegarle la mia motivazione, se non così.
La crescita della violenza tra i minori è legata spesso e volentieri al consumo di sostanze. Come se ne esce?
Ma, guardi io la metterei in un altro modo.
Il disagio giovanile ha come possibile conseguenza il consumo di sostanze e fenomeni di violenza. Come dicevamo prima, l’adolescenza è un momento estremamente delicato nella vita di un individuo. E’ il momento in cui l’individuo non è più un bambino, ma non è nemmeno un adulto. Si inizia a differenziare dalle figure genitoriali e inizia la costruzione della sua identità. Si affaccia al mondo, alla società, confronto con i pari, primi amori, prime delusioni, prime frustrazioni.
Fa ogni cosa per la prima volta.
Sicuramente quello che posso dirle è che c’è bisogno che l’individuo abbia degli strumenti per affrontare il mondo. L’adolescente ha bisogno di imparare a conoscersi, a comprendere il proprio mondo interno, le emozioni, a regolarle. Deve imparare a relazionarsi con l’altro, stabilire i propri e gli altrui confini.
Ecco perché l’uso di sostanze o le manifestazioni di violenza tra i giovani vanno letti come veri e propri sintomi di una fragilità nell’autoregolazione. La sostanza, i comportamenti aggressivi, ma anche l’autolesionismo, mi viene in mente, diventano un mezzo che il ragazzo trova per gestire un carico emotivo che non sa come decodificare. Per questo motivo, l’intervento non può essere solo punitivo o repressivo: diventa fondamentale investire in un’educazione affettiva e relazionale strutturata, che parte dalla famiglia ma anche, soprattutto, dalle scuole, che fornisca ai giovani gli strumenti cognitivi ed emotivi necessari per navigare la complessità della loro crescita e della vita in generale.



