Disturbi della personalità, social e violenza: la psicologa Ilaria Furlani racconta le fragilità dei giovani

Disturbi della personalità, social e violenza: la psicologa Ilaria Furlani racconta le fragilità dei giovani

2 Ottobre 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone

Psicologa clinica in forza presso la S.I.I.Pa.C( Società Italiana di intervento per le Patologie Compulsive) di Bolzano Ilaria Furlani ha puntato la sua esperienza professionale sulla salute ed il benessere dei più giovani e, di conseguenza sulle situazioni che ne ostacolano la realizzazione.
Senza preamboli partiamo sparati sui disturbi della personalità.

“Personalità” arriva dal latino personalitas e prima ancora dal greco prosopon e dall’etrusco phersu, ovvero la maschera utilizzata dagli attori di teatro. È un’immagine che trovo perfetta, perché la maschera è l’interfaccia con cui ci mostriamo al mondo, quella che rende i nostri comportamenti riconoscibili e prevedibili, ma è anche il confine tra la nostra vita interiore e ciò che sta fuori. In termini clinici la personalità è il modo stabile in cui una persona pensa, sente, percepisce sé stessa e gli altri, regola le emozioni e sta nelle relazioni. La personalità non è un destino scritto nei geni: per la maggior parte dei disturbi di personalità l’ereditabilità si aggira intorno al 50% e il resto lo scrivono l’ambiente e le relazioni. Possiamo dire che la predisposizione genetica è la bomba, mentre le esperienze di vita sono la miccia. Una vulnerabilità biologica, da sola, può restare inerte per tutta la vita. Parliamo di disturbo della personalità quando i suoi tratti diventano rigidi, pervasivi, inflessibili e finiscono per compromettere il funzionamento affettivo, lavorativo e relazionale della persona, provocando sofferenza a lei e spesso anche a chi le sta accanto.
Questi disturbi sono largamente sottodiagnosticati, perché nessuno chiede aiuto “per la personalità”. Si arriva per ansia, per depressione, per una dipendenza, per una crisi di coppia, per un figlio che non va più a scuola o simili.
Generalmente la persona con disturbo di personalità non riconosce il proprio funzionamento come patologico e tende a modificare l’ambiente esterno piuttosto che sé stessa.
L’esordio è tipicamente adolescenziale, ma prima dei diciotto anni siamo estremamente prudenti, perché l’adolescenza, per definizione, è un cantiere aperto e una diagnosi messa lì nel momento sbagliato rischia di diventare una profezia. E se l’ambiente scrive metà della storia, dobbiamo chiederci com’è fatto l’ambiente in cui crescono i ragazzi oggi. Perché fino a qualche decennio fa quell’ambiente era la famiglia, la scuola, il cortile… oggi c’è però un ambiente in più che è diventato onnipresente: quello digitale.
Lei si occupa anche dell’influenza negativa che le macchine ( cellulari, tablet, PC) hanno sugli adolescenti.

Vorrei cominciare con una precisazione, perché il rischio di questi discorsi è finire nella nostalgia: il problema non è il dispositivo, ma la solitudine con cui ci si sta dentro. La comunità scientifica ha definito quello che è accaduto negli ultimi vent’anni uno “tsunami virtuale”. Etichettiamo i ragazzi come “nativi digitali” e questo ha prodotto un enorme equivoco, ovvero che crediamo che siano competenti perché sono veloci. Hanno un’abilità tecnica intuitiva, è vero, ma la competenza emotiva e la capacità critica non arrivano con il wi-fi. Hanno bisogno di quello che in psicologia chiamiamo scaffolding, ovvero un’impalcatura di sostegno costruita dagli adulti.
Il cervello dell’adolescente, come detto, è un lavoro in corso. Poco prima della pubertà c’è una ondata di produzione di sinapsi, poi per tutta l’adolescenza un potatura delle connessioni meno usate. Funziona secondo il principio use it or lose it (usalo o perdilo): ciò che viene esercitato resta, ciò che non viene esercitato si perde. Il punto critico è che le aree del cervello non maturano insieme. Infatti l’amigdala e il sistema limbico, che governano paura, rabbia e ricerca di gratificazione, sono già operativi. La corteccia prefrontale invece, che pianifica, valuta le conseguenze e frena gli impulsi, raggiunge l’assetto adulto solo intorno ai venticinque anni. In più, in adolescenza il sistema dopaminergico della ricompensa si riorganizza e spinge verso le sensazioni forti. Tradotto: un motore potentissimo con un impianto frenante ancora in cantiere. E noi in quel momento consegniamo a quel cervello un ambiente progettato da adulti per massimizzare il coinvolgimento e la gratificazione immediata.
Ma la partita inizia molto prima dell’adolescenza: oggi in clinica vediamo un paziente nuovo, che non è il singolo bambino, ma è la diade genitore-bambino con un dispositivo in mezzo. Un bambino impara a regolare i propri stati emotivi attraverso lo sguardo, la voce, il contatto di chi si prende cura di lui, in quello scambio continuo di dare e ricevere. Se un bambino si addormentava con la madre che gli raccontava una favola e al suo posto arriva un device che racconta la stessa storia, il bisogno cognitivo è soddisfatto, quello affettivo no. Lo schermo diventa un regolatore emotivo artificiale e, sul lungo periodo, un eccesso di etero-regolazione digitale ostacola lo sviluppo dell’autoregolazione, ed è lì che troviamo dis-regolazione emotiva, iper-vigilanza, ritiro, ansia e insicurezza dell’attaccamento.
Poi c’è la questione dell’identità: online i ragazzi costruiscono un’identità proiettiva, non mostrano quello che sono, ma mostrano quello che vogliono che gli altri vedano. L’avatar o il profilo curatissimo funziona come uno scudo contro le insicurezze dell’età e allo stesso tempo apre una crepa, perché la distanza creata tra l’onnipotenza virtuale e la vita reale è difficile da sostenere. Il bisogno di approvazione si quantifica in like, visualizzazioni e follower. Uno studio italiano su 372 adolescenti ha mostrato una cosa che considero decisiva: a predire la dipendenza da Instagram non era il tempo trascorso online, ma la qualità dei legami di attaccamento con i genitori e con i pari. Un attaccamento sicuro funziona da base sicura anche nell’esplorazione digitale; un attaccamento insicuro spinge a cercare nella rete una compensazione affettiva. L’abuso della rete, in altre parole, è spesso un sintomo, non la malattia. Inoltre, sempre più ragazzi cercano nei chatbot e nelle intelligenze artificiali il sostegno che non chiedono ad un adulto, perché è un ascolto disponibile 24 ore su 24 e privo di giudizio. Questo però li allontana dalla capacità di mentalizzare, ovvero riconoscere l’altro come qualcuno che ha una mente propria con pensieri ed emozioni, aumentando quindi anche il rischio di mettere in atto comportamenti di bullismo o peggio.
L’obiettivo non è vietare. Il divieto è anacronistico e, tra l’altro, non funziona: i bambini imparano per imitazione, e nessun genitore che controlla il telefono a tavola può pretendere un figlio “sobrio”. Serve una genitorialità digitale, una screen education, ovvero la presenza attiva dell’adulto durante l’uso dei dispositivi, regole chiare e condivise, e attenzione non solo a quanto tempo passano online, ma soprattutto a che cosa ci fanno e come ne escono.

La sessualità, più che liberata sembra condizionata da approcci inappropriati o, addirittura, tossici. Cosa sta succedendo?

Per moltissimi ragazzi, la prima educazione sessuale non la fanno né i genitori né la scuola, ma la fa la pornografia online e la fa presto: l’età media della prima esposizione si colloca tra gli undici e i tredici anni, ma spesso prima.
Va detto come avviene, perché anche questo è frequentemente frainteso. Per la maggior parte dei preadolescenti il primo incontro è accidentale: pop-up e pubblicità iper-sessualizzate su siti di streaming o piattaforme di download gratuito, intercettati mentre si fa una ricerca scolastica o si gioca online. Per un bambino è un’esperienza potenzialmente disturbante, a volte traumatica, in quanto non ha gli strumenti cognitivi per elaborare stimoli così intensi e sperimenta un conflitto tra curiosità e disgusto. La ricerca intenzionale arriva dopo, intorno ai 13-14 anni e qui la pornografia si trasforma in un manuale di istruzioni informale che risponde a domande che i ragazzi non hanno il coraggio di fare agli adulti, o a cui sanno che non riceverebbero risposta.
Il danno non è la nudità, ma i copioni che dominando nella pornografia online che propongono rapporti stereotipati, centrati sulla performance, privi di emotività e costruiti su dinamiche di dominio e sottomissione. Non avendo esperienza diretta con cui confrontarli, i ragazzi li assimilano come modello realistico e la sessualità viene quindi svuotata della sua dimensione affettiva e ridotta a prestazione.
La distorsione più grave riguarda il consenso, che in quei contenuti viene omesso o banalizzato. Anzi, la resistenza dell’altra persona, quasi sempre femminile, si trasforma in accettazione appassionata grazie all’insistenza o alla forza. Interiorizzare questo schema significa perdere la capacità di riconoscere i confini, propri e altrui. E questo non resta nello schermo: gli adolescenti esposti precocemente mostrano tassi significativamente più alti di coinvolgimento in dinamiche di coercizione sessuale, manipolazione nelle relazioni intime e sexting non consensuale, che diventa una versione digitale del controllo. Gli effetti non sono neutri rispetto al genere: nei ragazzi tendono a esternalizzarsi aggressività, ossessione per la performance, oggettivazione della partner e un senso di diritto sul corpo dell’altra, mentre nelle ragazze si interiorizzano auto-oggettivazione, insoddisfazione per il proprio corpo, senso di inadeguatezza rispetto a standard irraggiungibili e la pressione ad accettare pratiche estreme per paura del rifiuto o perché credono che sia la normalità. Per gli adolescenti LGBTQ+ il problema si somma all’assenza di un’educazione sessuale inclusiva: in mancanza di modelli, la pornografia resta l’unica fonte e restituisce loro un’immagine feticizzata e stereotipata di sé.
C’è poi un paradosso che vedo crescere: da un lato condotte precoci e disinibite, dall’altro una difficoltà enorme a costruire legami autentici. Il cervello abituato a stimoli iper-performanti trova il partner reale troppo debole e questo produce insoddisfazione, frustrazione e ritiro. Questo porta anche alle disfunzioni sessuali indotte in ragazzi di vent’anni.
Qui la risposta sarebbe arrivare prima: educazione all’affettività e al consenso, in famiglia e a scuola, e la disponibilità degli adulti a smontare quei copioni parlandone senza imbarazzo. Perché quando un ragazzo osserva l’atto sessuale molto prima di aver capito che cos’è l’intimità, non ha imparato il sesso, ma ha imparato una grammatica sbagliata, che poi applica alle persone.

Occorre grande sensibilità e grande forza per portare assistenza ai pazienti oncologici ed ai loro familiari. Lei queste esperienze le ha fatte.

Sì, e sono esperienze che mi hanno formata più di qualsiasi manuale. Durante gli anni in cui ho lavorato alla LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) di Bolzano ho imparato che una diagnosi oncologica non colpisce un corpo, ma una biografia. Da un giorno all’altro una persona si trova espropriata del tempo, dei progetti, del proprio corpo, a volte del proprio ruolo in famiglia e sul lavoro. Bisogna inoltre ricordare che la famiglia non è il contorno, ma parte della persona. I familiari sostengono un carico che quasi nessuno riconosce. Devono essere presenti, efficienti ed ottimisti, ma nel frattempo hanno paura come il malato e non hanno il permesso di dirlo, perché sentono che il dolore “spetta” all’altro. Da qui nasce quel silenzio in cui tutti sanno, nessuno parla e ognuno finisce per stare male per proteggere l’altro.
Bisogna però ricordare una cosa importante: tumore non significa morte. Oggi da molti tumori si guarisce, grazie a diagnosi più precoci e a terapie sempre più efficaci. Non voglio però raccontarla come una passeggiata, perché la paura c’è ed è giusto che ci sia. Ma paura e speranza non si escludono: si può tremare e, insieme, avere fiducia nei medici, nelle cure, nella persona che si ama.
A chi sta accanto ad un malato direi tre cose, che ho imparato lì:
1.⁠ ⁠prima di tutto non cercare per forza un perché.
2.⁠ ⁠Secondo: vivere il presente. Non puoi sapere come andrà, ma puoi scegliere come stare insieme, ogni giorno.
3.⁠ ⁠Terzo: festeggiare ogni segnale buono, perché la speranza si nutre anche di questo.
E ai familiari dico di non sentirsi in colpa per la paura e di non credere di dover essere sempre forti. La forza di cui parla la domanda, per me, non è non avere paura, ma restare presenti, calmi quando serve e concedersi di non esserlo quando non ci si riesce. Anche chi sta accanto è provato e ha diritto ad essere sostenuto.
Il mio consiglio più vivo, però, riguarda tutti, sani compresi: prevenzione e controlli periodici, perché può dare la possibilità di intervenire per tempo. La paura di perdere una persona cara è lancinante e non la auguro a nessuno, ma la diagnosi precoce è la cosa più concreta che abbiamo per far sì che, il più spesso possibile, quella paura si trasformi in una storia che finisce bene.

La cronaca nera quasi ogni giorno ci presenta storie tragiche di violenze domestiche. Come si fa a comprendere in anticipo che l’uomo dei sogni è diventato improvvisamente un orco?

Devo contestare una parola della domanda, e lo faccio con rispetto, perché è la parola che usiamo tutti: “improvvisamente”. Non succede improvvisamente. La violenza domestica è un processo che ha una grammatica, delle fasi e una progressione, e quasi sempre, riguardando indietro, i segnali erano lì. Il punto è che al momento in cui si presentavano non avevano l’aspetto della violenza, ma dell’amore.
Il primo segnale è spesso l’accelerazione. Un’intensità travolgente e immediata, dichiarazioni totalizzanti dopo poche settimane, la sensazione di essere finalmente compresa come nessuno mai. È inebriante e crea un debito affettivo: dopo un inizio così, mettere un limite sembra un tradimento.
Poi arriva il controllo, che però non si presenta mai come controllo. Si presenta come cura e come gelosia, che la nostra cultura continua a leggere come prova d’amore. “Dove sei?”, “con chi sei?”, “perché hai risposto così tardi?”, “fammi vedere il telefono”, “quella tua amica non ti fa bene”. Il risultato è l’isolamento progressivo: la rete di amicizie e di famiglia si assottiglia e con essa scompaiono le persone che avrebbero potuto accorgersi del malessere o dire che questo non è normale.
C’è poi l’alternanza, in cui svalutazione e idealizzazione si susseguono: la critica, la freddezza, l’esplosione, e subito dopo il pentimento, i regali e le promesse. È il ciclo che rende queste relazioni così difficili da lasciare, perché tiene viva la speranza che la versione buona sia quella vera e il resto un incidente. Insieme all’alternanza arriva il ribaltamento della responsabilità. “Mi hai fatto arrabbiare”, “sei tu che mi provochi”, “se non fossi così non succederebbe”. Il momento in cui una donna comincia a credere di essere la causa è il momento in cui la trappola si chiude.
Tutti questi sono comportamenti tipici della manipolazione, quindi diventa anche difficile per la vittima riconoscere i segnali. Chiedere come si fa a capirlo in anticipo rischia di scaricare sulla vittima la responsabilità di non averlo capito. La responsabilità è sempre e soltanto di chi agisce. Però possiamo indicare dove guardare e il posto giusto non è lui, ma la propria esperienza. Il campanello d’allarme più affidabile non è un comportamento di lui, ma un cambiamento in sé. Se ti accorgi che pesi le parole prima di parlare, che controlli l’umore di lui prima di raccontargli la tua giornata, che hai smesso di vedere le amiche per evitare una discussione, che ti scusi per cose che non hai fatto, che ti senti sempre in difetto e sempre stanca… paura, vergogna e autocensura, in una relazione, non sono mai un dettaglio.
Due indicazioni pratiche per chiudere: alla donna che si riconosce in questo, il 1522 è gratuito, anonimo, attivo 24/24, e i centri antiviolenza non ti chiedono di fare una denuncia per ascoltarti. Un dato va detto, perché salva la vita: il momento di rischio più alto è quello della separazione e proprio per questo andarsene va preparato, non improvvisato. A chi le sta intorno: non dite “lascialo”, perché mette in difficoltà chi non può ancora farlo e chiude la conversazione, oltre a far sentire in difetto la persona. Ditele che le credete, che non è colpa sua e che ci siete per lei anche se resta in quella situazione e con quella persona. Restare raggiungibili è la cosa più efficace che si possa fare, perché la violenza lavora costruendo solitudine.