Campagna vaccinale, Smi: la disorganizzazione può diventare spreco
2 Ottobre 2026Prima si distribuiscono le dosi ai medici di famiglia per vaccinare nei propri studi, poi si annuncia una campagna pubblicitaria per spingere i cittadini verso le Case di Comunità. Una scelta che rischia di trasformare risorse pubbliche in una spesa inutile e di penalizzare chi la campagna vaccinale l’ha già organizzata.
C’è un limite oltre il quale la disorganizzazione rischia di trasformarsi in uno spreco di denaro pubblico. Quanto comunicato ieri dal Direttore Generale dell’ASL Napoli 1 Centro, Gaetano Gubitosi, in sede di Comitato Aziendale, merita chiarimenti immediati.
Secondo quanto riferito nel corso della riunione, l’Azienda intenderebbe avviare una campagna pubblicitaria per promuovere le vaccinazioni nelle Case di Comunità.
Una scelta che pone una domanda semplice: che senso ha chiedere ai medici di medicina generale di programmare la campagna vaccinale nei propri studi, richiedere le dosi sulla base dei propri assistiti e organizzare personale, agende e attività, per poi spendere altri soldi pubblici per indirizzare quegli stessi cittadini verso le Case di Comunità?
È programmazione sanitaria o una duplicazione costosa e inutile?
Il rischio è creare una sovrapposizione incomprensibile: da una parte i medici di famiglia che hanno aderito alla campagna, richiesto le dosi e predisposto l’attività nei propri studi; dall’altra l’ASL che spenderebbe ulteriori risorse per pubblicizzare un canale alternativo di somministrazione.
Soldi pubblici per spostare pazienti da un punto vaccinale già organizzato a un altro punto vaccinale.
Se questo è il modello delle Case di Comunità, qualcuno dovrebbe spiegare dove sia l’integrazione tanto sbandierata. Integrare significa coordinare le risorse esistenti, non duplicarle; significa valorizzare la medicina territoriale, non mettere strutture aziendali e studi dei medici di famiglia in competizione per lo stesso paziente. E c’è un secondo problema, tutt’altro che marginale.
Che fine faranno le dosi già richieste dai medici sulla base della popolazione da vaccinare nei propri studi se una campagna pubblicitaria dell’ASL dovesse dirottare parte di quella popolazione verso le Case di Comunità?
Chi risponderà dell’eventuale mancato utilizzo delle dosi? Chi valuterà l’eventuale spreco di risorse? E soprattutto: quanto costerà questa campagna pubblicitaria e con quali fondi verrà finanziata?
Prima di spendere anche un solo euro per manifesti, comunicazione e promozione, sarebbe opportuno rendere pubblici obiettivi, costi e criteri dell’iniziativa e spiegare come essa si coordini con l’attività vaccinale già programmata dai medici di medicina generale.
Perché il punto non è essere contrari alle vaccinazioni nelle Case di Comunità. Il punto è pretendere che le Case di Comunità integrino l’assistenza territoriale invece di duplicare attività già svolte sul territorio.
Il medico di famiglia non può essere considerato indispensabile quando bisogna raggiungere gli obiettivi vaccinali e improvvisamente marginale quando occorre riempire di attività strutture che devono dimostrare la propria funzione.
La prevenzione non ha bisogno di una campagna pubblicitaria costruita in concorrenza con i medici di famiglia. Ha bisogno di programmazione, coordinamento e rispetto delle risorse pubbliche.
E se davvero l’ASL Napoli 1 Centro intende procedere in questa direzione, dovrebbe chiarire pubblicamente quanto intende spendere, perché intende spendere quei soldi e quale valutazione abbia effettuato sull’impatto nei confronti dei MMG che hanno già richiesto le dosi e organizzato la vaccinazione nei propri studi.
Perché quando si utilizzano risorse del Servizio sanitario pubblico, la domanda non può essere semplicemente: possiamo farlo?
La domanda deve essere anche: serve davvero farlo, oppure stiamo destinando soldi pubblici a una campagna pubblicitaria inutile, duplicando un’attività già organizzata e rischiando di danneggiare proprio chi la campagna vaccinale la sta già facendo?


