Vangelo in Salute, la Parola che cura: l’Ascensione

Vangelo in Salute, la Parola che cura: l’Ascensione

17 Maggio 2026 Off Di Fabio De Biase

Guardare il cielo senza tornare alla vita è una fede incompleta: Cristo sale al Padre
per insegnarci a stare sulla terra in modo nuovo.

L’Ascensione del Signore è una delle feste più fraintese del calendario cristiano.
Molti la immaginano come un addio.
Gesù che lascia la terra, si allontana, scompare verso il cielo.
E invece il Vangelo racconta esattamente il contrario:
non una distanza, ma una presenza nuova.
Nel testo di Matteo (28,16-20), proclamato nell’Anno A, non c’è nemmeno la descrizione
fisica dell’Ascensione.
C’è un monte, ci sono gli Undici, c’è un incontro.
E soprattutto c’è una missione.
La festa dell’Ascensione non celebra un Cristo assente,
ma un Cristo che affida il mondo alle mani fragili dei suoi discepoli.
“Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.”
La Galilea è il luogo dell’inizio.
Il luogo delle chiamate, della quotidianità, delle strade ordinarie.
Gesù li riporta lì, perché la fede non può vivere solo di emozioni straordinarie.
Eppure, davanti al Risorto, il Vangelo annota una frase sorprendente:
“Essi però dubitarono.”
Hanno visto Gesù vivo,
eppure il dubbio resta.
È una delle notizie più consolanti del Vangelo:
la fede autentica non elimina automaticamente ogni incertezza.
La malattia spirituale più diffusa è pensare che credere significhi evadere dalla complessità
della vita.

Come se il cristianesimo fosse una fuga dalla terra verso il cielo.
Ma Cristo non porta i discepoli fuori dal mondo.
Li rimanda dentro il mondo.

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli.”
Il Risorto non chiede ai discepoli di restare fermi a contemplare il cielo.
Li mette in cammino.
La fede in salute è sempre dinamica.
Non si chiude nei ricordi.
Non vive di nostalgia spirituale.
Chi incontra davvero Cristo non può restare immobile.
L’Ascensione è una terapia contro la paralisi interiore.
Contro quella fede stanca che aspetta sempre condizioni migliori prima di agire.
Gesù affida la missione a uomini fragili, ancora pieni di paure e dubbi.
Questo significa che Dio non aspetta persone perfette.
Chiama persone disponibili.
“Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.”
Gesù parla con autorità,
ma subito dopo consegna la missione ai discepoli.
È impressionante:
Dio sceglie di aver bisogno dell’uomo.
La nostra fragilità spesso diventa un alibi:
“Non sono all’altezza”,
“Non sono preparato”,
“Non sono abbastanza credente”.
Ma il Vangelo dell’Ascensione distrugge questa scusa.
I discepoli stessi erano imperfetti, incerti, spaventati.
Eppure vengono inviati.
La guarigione spirituale nasce quando smettiamo di aspettare di sentirci perfetti
e iniziamo a fidarci della chiamata di Dio.
“Battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.”
Il battesimo non è un rito sociale.
È immersione nella vita stessa di Dio.

Cristo affida alla Chiesa il compito di generare uomini nuovi.
In un mondo che produce spesso identità fragili, paure croniche e solitudini profonde,
il Vangelo continua a offrire una vita capace di resistere al vuoto.
Gesù non dice semplicemente “insegnate delle idee”.
Dice:
“Insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.”
La fede non è una teoria astratta.
È uno stile di vita.
La malattia spirituale di molti cristiani è ridurre il Vangelo a cultura religiosa.
Sapere molte cose su Dio senza vivere davvero secondo il Vangelo.
Cristo non cerca esperti di religione.
Cerca testimoni.

Ed ecco l’ultima frase del Vangelo, forse la più importante:
“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.”
L’Ascensione non è assenza.
È una presenza diversa.
Gesù non resta accanto ai discepoli come prima,
ma entra nella profondità della loro storia.
Questa è la vera medicina della fede:
sapere che non siamo mai soli.
Nei giorni luminosi e in quelli pesanti.
Nelle stagioni della speranza e in quelle del dubbio.
Cristo continua a esserci.

Per riflettere : una fede che torna sulla
terra
La festa dell’Ascensione ci libera da una spiritualità evasiva.
La Parola che cura oggi ci ricorda che il cristianesimo non consiste nel guardare il cielo
dimenticando la terra,

ma nel vivere la terra con lo sguardo del cielo.
La fede torna in salute quando smette di essere rifugio
e diventa missione.
Quando non si limita a custodire ricordi spirituali,
ma genera vita attorno a sé.
Quando accetta il rischio del cammino,
della testimonianza,
della responsabilità.
Cristo sale al Padre,
ma non abbandona il mondo.
Lo affida a uomini fragili,
sostenuti da una promessa incrollabile:
“Io sono con voi tutti i giorni.”
E questa presenza basta
per non avere paura del futuro.