“Stupefacenti”, l’albero dei desideri

“Stupefacenti”, l’albero dei desideri

20 Settembre 2026 Off Di Corrado Caso
Gli restava poco da esplorare: passato e presente si erano, improvvisamente, mescolati risalendo la vena principale del braccio tracciando una via indelebile che, da allora, sarebbe diventata obbligatoria e urgente. Una via chiamata “dipendenza”.
Forse c’erano mille colori ad attenderlo, mondi e lune inquietanti o una notte come un abito scuro, definito, logoro che gli avrebbe rigato il volto, curvato le palpebre in una oscurità infinita ai margini della vita.
Fu così che tutti si misero in viaggio senza una meta precisa, indossando, a loro volta, una pelle aliena, il tempo dello sconforto e trovare tracce di un miglioramento da quella dipendenza. Cercavano di forzare, con cento stratagemmi, gli angoli più nascosti della casa alla ricerca dei trenta denari sottratti dalla svendita di ogni affetto.
Quella sera parlarono a lungo, riuniti nello studio del medico. Conclusero che bisognava tracciare una figura geometrica perfetta, una sorta di pietra filosofale, capace di imbrigliare le contraddizioni del giovane e le sue “ecstasy”, e piantare il seme della conoscenza: l’albero dei desideri. Si accorsero, però, di non avere gli strumenti necessari e che, in certe situazioni, non resta che “stare”. Dissero di dover recuperare il tempo perduto, colmando distrazioni e assenze. Ogni volta che si incontravano, i loro corpi sembravano dissolversi in un pulviscolo molecolare carico di energia: la speranza di un Big Bang da cui nascesse un mondo nuovo, nel quale gli aerei non  sarebbero più atterrati — per usare un eufemismo — nelle Torri Gemelle; paternità e maternità non sarebbero stati contratti a termine; e i gatti dalle sette vite non avrebbero sottratto per sette volte crocchette, paté e altre raffinatezze ai poveri della Terra che avrebbero mangiato volentieri  tutti i gatti, dopo aver infranto l’onda della pubblicità gourmet e averla sostituita con le immagini dei bambini denutriti e vittime della guerra .
 C’erano sette mulini a vento come un’apparizione, quella sera, sul davanzale della finestra dello studio del medico a ricoprire la sua immaginazione, a fermare ogni ricerca. Un alito di vento ne animò le pale come larghe vele verso l’isola che non c’è.  Erano sette domande che non avrebbero avuto risposta perché così è la vita, così contraddittoria la realtà e sofferto lo stare in piedi. In tutto questo disordine solo il numero sette aveva radici profonde nel Libro dei Libri e quel cielo saturo di colori, perduto nella sua perfezione, era negato e muto a qualsiasi interrogativo. C’era forse un mondo superiore e uno inferiore che si confrontavano, uno senza materia con la superbia dei cirri come cavalli bianchi, irrequieti e al quale apparteneva la ‘alienazione’ di quel giovane drogato, la speranza    di poter creare una distanza da ogni materia sofferta, vulnerata. Quello inferiore aveva i diversi indizi, le molteplici contraddizioni rivelate nei lunghi colloqui, affidati alle sue cura e alla sua umanità.