Mariapia Bonanate, ancora oggi le atrocità della tratta degli esseri umani

Mariapia Bonanate, ancora oggi le atrocità della tratta degli esseri umani

20 Marzo 2021 0 Di Anna Mozzi e Pasquale Maria Sansone

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Io sono Joy, Un grido di libertà dalla schiavitù della tratta, Edizioni San Paolo 2020. L’autrice è Mariapia Bonanate con un’autorevole prefazione di Papa Francesco “La testimonianza di Joy è un patrimonio dell’umanità” ha scritto il Papa “un dono ad ogni donna ed ad ogni uomo, che coltivi un’autentica passione per la salvaguardia della vita”! In un Annus Horribilis, a causa di un virus malefico, che sta mietendo milioni di vittime, questo libro evidenzia un altro gravissimo male che colpisce l’umanità: la perversa, criminale volontà di schiavizzare le donne, vittime della tratta. Una coraggiosa scrittrice, quale Mariapia Bonanate, raccoglie dolorose testimonianze di una spregevole tratta di essere umani effettuata nel nostro Paese con la complicità di molti nostri connazionali e con l’indifferenza di tutti gli altri.

Mariapia Bonanate è nata a Villeneuve (AO), ma da sempre vive a Torino. Dopo aver insegnato, si è dedicata al giornalismo ed alla scrittura per incastonare la cultura nella vita, il pensiero ai bisogni delle persone, certa che se non si parte dai problemi della gente, se non si sta con la gente e fra la gente, si rischia di produrre una cultura vuota ed astratta.

È da sempre in dialogo con il Gruppo Abele di Torino. Insieme con Don Luigi Ciotti ha fondato l’Associazione “Aliseo” di cui è Presidente, che opera nell’ambito dell’alcolismo per sostenere chi presenta questo drammatico disagio, al fine del reinserimento nella vita sociale. L’Università della Strada del Gruppo, fondato da Don Ciotti, è stata per Lei un’ importante riferimento culturale, si congiunge alla sua esperienza giovanile, agli inizi degli anni sessanta, allorquando fondò insieme con alcuni amici Il Centro di Attività Sociali “Felice Balbo”, un gruppo autogestito ed indipendente, impegnato su diversi fronti, a cominciare dalla fabbriche , dove animava le assemblee operaie e dove ha dato vita al “Movimento degli studenti lavoratori” per i quali ha ottenuto la legge, che prevede e tutela la frequenza scolastica. Nell’ambito culturale organizzava corsi di Filosofia, di Estetica, incontri e dibattiti letterari. È stata Condirettore del settimanale nazionale “Il Nostro Tempo” e ha collaborato a quotidiani e riviste con inchieste in diversi continenti, sui movimenti migratori, sull’emarginazione, sugli anziani, sulle donne, sulla disabilità. Nei suoi libri e nella sua attività giornalistica ha sempre cercato di dare voce a chi non l’ha, d’inseguire “le buone notizie”, di riferire i fatti, verificati direttamente, nella loro completezza, di nutrire quella speranza, che si costruisce quando ci si impegna in prima persona, “sporcandosi le mani”, promuovendo giustizia, legalità e libertà nella verità.

Fra le sue opere: “Perché il dolore nel mondo?” (Paoline), “Suore” (Rizzoli), dal quale il regista Dino Risi ha tratto il film televisivo “Missione d’amore”, “Preti” (Rizzoli), una ricerca di dodici apostoli di strada, “Donne che cambiano il mondo” (Mondadori), personaggi femminili dei cinque continenti che inventano la speranza nei luoghi più dimenticati e sognano l’impossibile. In “Una lampadina per Kimbau” (Mondadori) ha raccolto le storie di Chiara Castellani, chirurgo di guerra dal Nicaragua al Congo. “Io sono qui” (Mondadori) è il suo libro autobiografico, dove racconta, in colloquio con Etty Hillesum, la sua esperienza familiare accanto al marito colpito dalla Sindrome di Locked-in.

Con Beppe Gaido, medico in Kenya, ha scritto “Ad un passo dal cuore” e “Polvere rossa”, con Chiara Castellani un nuovo libro “Savana on the road”, tutti editi dalla San Paolo. Ne “I bambini della notte” (ed. Il Saggiatore), con Francesco Bevilacqua, ha raccontato l’eccezionale avventura umana e professionale di due medici, coniugi, in Uganda, durante venticinque anni di guerra civile, che hanno fondato un ospedale, divenuto l’isola di salvezza per milioni di persone.

Come ha vissuto e vive Mariapia Bonanate la paura della pandemia e la sofferenza per le inevitabili, indispensabili misure restrittive?

La pandemia non mi ha colto impreparata. Per dodici anni sono vissuta nello spazio di una camera da letto dove mio marito era stato sigillato dalla sindrome di Lockedin. Totalmente immobilizzato, legato alle macchine che gli permettevano di sopravvivere, solo il battito delle ciglia per poterci dire che lui c’era e noi rispondergli che lo amavamo infinitamente.

Tutto attorno a me si era capovolto il mondo di fuori e quello di casa. Come sta accadendo con il Covid-19.  Una vita personale e familiare che mai avrei immaginato e di cui ho scritto nel libro “Io sono qui”. Che mi ha fatto capire come il silenzio parla più delle parole, l’essenziale vale molto di più del superfluo, soprattutto di quello indotto, la relazione con gli altri è un’avventura da rinnovare e inventare ogni giorno. Come l’amore gratuito e la condivisione totale è l’unica arma per non soccombere di fronte al mistero del dolore. Solo questo genere di amore salverà il nostro pianeta.

Quando è arrivata la pandemia, questi “strumenti” della mente e del cuore, che avevo acquisito, rinnovando completamente la mia vita, mi hanno aiutata a non avere paura. Semmai a riattivarli con un vigore nuovo per affrontare il cambiamento radicale delle nostre vite, la riduzione degli spazi e dei movimenti, le lontananze richieste, la privazione di un approccio diretto con le persone. Per vivere con coraggio e nuove invenzioni esistenziali un mondo e realtà che avevano cambiato ritmi, abitudini, tempi e progettualità.

Ed ho capito che il dramma planetario che stavamo vivendo, accanto alle lacrime e al dolore dilagante, poteva offrire un’opportunità per riacquisire una nuova consapevolezza della capacità dell’essere umano, anche in situazioni estreme, di reinventare la propria esistenza e quella della comunità di cui fa parte su quei valori umani, sociali, culturali, religiosi che permettono di costruire un futuro pienamente umano a misura di uomo e di donna, chiamati a diventare costruttori del proprio destino.

“Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli.” Nelson Mandela. Quanti libri si dovranno ancora scrivere per convincere gli umili, vulnerabili, fragili, mortali, umani di questo truismo?

I libri sono molto importanti nel contribuire alla consapevolezza di quanto sia fondamentale per la sopravvivenza del nostro pianeta quella fratellanza universale di cui parla Nelson Mandela, ma anche la nostra Costituzione e la Dichiarazione universale dei Diritti umani. A patto che gli autori di questi libri sappiano mettersi in gioco, prima ancora che come scrittori, come persone che vivono e respirano quell’uguaglianza nella diversità, quel rispetto per la libertà dell’altro, quella parità di opportunità che è l’anima e il motore del mondo.  Auguriamoci che tali scrittori e tali libri non finiscano mai per diventare quel “patrimonio dell’umanità” che aiuta le generazioni a camminare nella storia. A costruirla, tenendosi per mano, nel segno di un amore, una libertà, una verità e giustizia, una condivisione fraterna con tutti, senza alcuna discriminazione ed emarginazione. Soltanto costruendo tutti insieme la speranza, giorno per giorno, il buio non prevarrà.

Questo libro consegna ai lettori la testimonianza di giovani donne migranti, ridotte a numero, ad oggetti, a merce avariata, a carne martoriata, di un business gestito da trafficanti rapaci e criminali. Madame, con riti voodoo, che le reclutano, obbligandole sulla strada, ingannandole con una promessa di lavoro, ma abusandole ed usurpandole di ogni diritto anche di parola. Solo Suor Rita Giaretta a Caserta le ha accolte a Casa Rut con la Cooperativa Sociale New Hope per tessere nuove speranze!! Qual è il lavoro di prevenzione nazionale per il traffico delle persone e la protezione delle vittime ed il contrasto alla criminalità?

Papa Francesco ha definito il traffico degli esseri umani “un crimine contro l’umanità”. Un crimine che ha assunto dimensioni planetarie. Nel mondo sono oltre 40 milioni le vittime della tratta. Tra queste il 73% sono donne di cui il 60% destinate alla prostituzione. Il 23 % sono minori. Un mercato criminale da 150 miliardi di dollari l’anno che s’incrocia con quello degli stupefacenti.

Una comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo ha sottolineato come la tratta delle donne è in continua evoluzione e in forte aumento, anche per la possibilità di realizzare alti profitti con rischi poco elevati da parte dei trafficanti: “Solo una minoranza di casi vengono denunciati e le condanne dei trafficanti sono rare”. 

In Italia si stima che ci siano da 35 a 50 mila donne immigrate costrette a prostituirsi. Molte minorenni, spesso poco più che adolescenti.  Provengono dalla Nigeria e ultimamente dalla Costa d’Avorio, dalla Cina e dall’Est asiatico, dall’America meridionale.

Hanno acquisito un triste primato alcuni Paesi dell’Est europeo, dalla Romania all’Ungheria alla Moldavia, seguiti dal continente africano e da quello sudamericano. Ai flussi che partono da questi Paesi, si sono aggiunti di recente quelli della rotta balcanica che attraversano l’Albania e la Serbia, la Bosnia e accoglie le donne che arrivano dal Medio Oriente e dalla Tunisia.

Negli ultimi tempi sono diminuite le donne nigeriane per la riduzione degli sbarchi, ma il loro sfruttamento è divenuto più violento nei campi libici, veri e propri lager, dove sono costrette a rimanere per anni, quando non muoiono, e dove si consumano crudeltà efferate.    

 La maggior parte vengono adescate con la promessa di un lavoro e di possibilità di guadagno. I professionisti della criminalità organizzata creano con le vittime, che si sono fidate di loro, un forte legame emotivo e di dipendenza, difficile da infrangere. E che induce spesso nelle donne una forte fragilità psicologica che provoca gravi patologie psichiatriche, fino ad indurre al suicidio.

Il Covid-19 ha svuotato le strade, ma non la prostituzione, che si è spostata dalla strada all’indoor e all’online, rendendo le vittime ancora più invisibili, inavvicinabili e vulnerabili.  Purtroppo, ben poco si continua a fare per contrastare questa spietata industria del sesso che considera la donna, una merce da usare e poi da buttare. Spesso da far scomparire, quando si ritiene avariata.

Di fronte a un fenomeno così complesso e doloroso la prevenzione a livello nazionale richiede interventi   istituzionali e politici, culturali e sociali.  È urgente    una programmazione concreta, finora poco attivata, con leggi, decisioni del governo, scelte trasparenti e determinate in grado di risolvere gli snodi di questo sconfinato dramma. A cominciare dalla reintegrazione della donna come persona con una sua identità riconosciuta nella società e dal suo inserimento nel mondo del lavoro, momento fondamentale per il recupero di una dignità e di un futuro.

Ma la prevenzione di questo fenomeno riguarda anche ciascuno di noi, se non vogliamo che si fermi alla commozione e ai proclami, alle manifestazioni senza seguito. Ci interpella perché non ci chiudiamo nel cerchio delle nostre esistenze, ma ci immergiamo, senza mai cedere alla tentazione della stanchezza e dell’indifferenza, nella vita degli altri.    Se vogliamo che qualcosa cambi dobbiamo diventare tutti, veramente tutti, attori attivi, ciascuno nel proprio ambito e secondo le proprie possibilità di un cambiamento.