Giovanni Moniello: “Non basta vivere più a lungo, bisogna vivere meglio”
27 Luglio 2026In una società che invecchia sempre di più la figura del medico specialista in Geriatria diventa essenziale per assicurare l’assistenza alla popolazione.

L’invecchiamento della popolazione rappresenta una delle principali sfide sanitarie e sociali del nostro tempo. Oggi non assistiamo soltanto a un aumento dell’aspettativa di vita, ma anche a una crescita del numero di persone anziane affette da patologie croniche, fragilità, disabilità e bisogni assistenziali complessi. In questo contesto, la figura del geriatra assume un ruolo sempre più centrale.
Il geriatra non si limita a curare le singole malattie, ma si prende cura della persona nella sua globalità, valutando gli aspetti clinici, funzionali, cognitivi, psicologici e sociali. L’obiettivo è preservare il più a lungo possibile l’autonomia, migliorare la qualità di vita e prevenire le complicanze che spesso conducono a ricoveri ripetuti o alla perdita dell’autosufficienza.
Come responsabile di una Struttura di Lungodegenza e di un Centro Demenze, posso affermare che la presa in carico geriatrica rappresenta un elemento fondamentale nel percorso di cura.
Il lavoro del geriatra si integra con quello di infermieri, fisioterapisti, terapisti della riabilitazione, psicologi e assistenti sociali, dando vita a un approccio multidisciplinare indispensabile per rispondere ai bisogni complessi del paziente anziano.
La sfida futura non sarà soltanto quella di vivere più a lungo, ma di garantire anni di vita in buona salute e con la migliore qualità possibile. Per raggiungere questo obiettivo sarà necessario investire sempre di più nella geriatria, nella prevenzione della fragilità, nella continuità assistenziale tra ospedale e territorio e nella formazione di professionisti specializzati.
Perché da studente la scelta della specializzazione in Geriatria?
Ho scelto la Geriatria perché è una disciplina che mette al centro la persona, non solo la malattia. Mi ha affascinato la complessità del paziente anziano, che richiede competenze cliniche, capacità di ascolto e una visione globale dei suoi bisogni. È una specializzazione che permette di coniugare rigore scientifico e umanità, con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita delle persone più fragili.
Quali sono le patologie più comuni riscontrabili nella erza età?
Le patologie più frequenti sono quelle croniche e spesso coesistenti: malattie cardiovascolari, diabete, broncopneumopatie croniche, artrosi e osteoporosi. A queste si aggiungono le malattie neurodegenerative, come demenze e Parkinson, oltre ai disturbi cognitivi, alla fragilità e al rischio di cadute. Il vero elemento distintivo del paziente geriatrico è la multimorbilità, che richiede un approccio globale e personalizzato.
Un’alimentazione corretta ed uno stile di vita sano in che misura potrebbero incidere sullo stato di salute dell’anziano?
La longevità è il risultato dell’interazione tra genetica e ambiente. La predisposizione genetica rappresenta una base importante, ma da sola non è sufficiente: gran parte di come invecchiamo dipende dai fattori ambientali e comportamentali, tra cui alimentazione, attività fisica, qualità del sonno, gestione dello stress e astensione dal fumo.
Una dieta equilibrata, ispirata al modello mediterraneo, ricca di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce e olio extravergine di oliva, e povera di alimenti ultra processati, zuccheri e grassi saturi, contribuisce a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, diabete e declino cognitivo. Anche un moderato apporto calorico, evitando gli eccessi e mantenendo un peso corporeo adeguato, è associato a un invecchiamento più sano.
Lei si dedica anche alla ricerca. Quali sono i canali di che sta percorrendo per migliorare la qualità di vita dell’uomo che invecchia?
Negli ultimi anni la mia attività di ricerca si è concentrata soprattutto sulla salute cognitiva dell’anziano. L’obiettivo non è soltanto curare la demenza quando si manifesta, ma identificare precocemente le condizioni che possono precederla, come il Mild Cognitive Impairment (MCI), una fase intermedia tra il normale invecchiamento e la demenza, nella quale è ancora possibile intervenire con strategie preventive.
Un altro ambito di particolare interesse riguarda la depressione nell’anziano e i disturbi comportamentali, condizioni spesso sottodiagnosticate che incidono profondamente sulla qualità di vita del paziente e della sua famiglia e che, se riconosciute e trattate tempestivamente, possono migliorare l’autonomia e rallentare il declino funzionale e cognitivo.
Le evidenze scientifiche indicano che non esiste un singolo intervento risolutivo, ma un approccio multidimensionale: controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, attività fisica regolare, alimentazione di tipo mediterraneo, stimolazione cognitiva, partecipazione sociale e trattamento dei disturbi dell’umore rappresentano strumenti concreti per favorire un invecchiamento cerebrale più sano.
La sfida della ricerca geriatrica è proprio questa: trasformare la longevità in anni di vita vissuti con autonomia, dignità e la migliore qualità possibile.
I latini amavano ripetere vetustas ipsa morbus est. Riusciremo un giorno smentire questo motto?
Più che smentirlo, credo riusciremo a riscriverlo. L’invecchiamento non potrà essere eliminato, ma sempre più spesso potrà essere vissuto in salute, autonomia e dignità. Il nostro obiettivo non è aggiungere anni alla vita, ma aggiungere vita agli anni.
Come diceva Seneca: “Non est vivere, sed valere vita est” (la vita non consiste semplicemente nel vivere, ma nel vivere in buona salute). È questa la vera sfida della geriatria del futuro.


