Manuel Tredicine, le durissime prove della vita per fare meglio

Manuel Tredicine, le durissime prove della vita per fare meglio

30 Agosto 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone
Romano, promessa del calcio italiano Manuel Tredicine, classe 2004, sebbene giovanissimo ha dimostrato che con la volontà e l’impegno si possono combattere le più dure battaglie della vita. La vittoria e la sconfitta sono determinate anche dal Fato, ma senza mai dimenticare il motto latino: Quisque Faber fortunate suae.
Dalle coccole dei primi anni del settore giovanile Lazio, incassando apprezzamenti positivi da tecnici ed addetti ai lavori al gravissimo infortunio alla caviglia che ha frapposto il primo stop ad una carriera che sembrava ben delineata verso il successo.

Quando a sedici anni un intervento alla caviglia non va come dovrebbe, e ti distruggono una caviglia, ti ritrovi costretto ad affrontare più operazioni, mentre intorno a te vedi tutti gli altri ragazzi continuare a crescere, giocare e andare avanti, è inevitabile che qualcosa dentro di te venga messo a dura prova. Soprattutto quando il tuo percorso calcistico, fino a quel momento, era molto ben avviato.

Sono stati anni durissimi, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Ho sacrificato gran parte della mia adolescenza, forse quelli che avrebbero dovuto essere gli anni più belli e spensierati, trascorrendo praticamente ogni giornata tra terapie, cure, riabilitazione e visite specialistiche, anche fuori dall’Italia. Per tanti anni la mia vita è stata questa.

Ma forse la parte più difficile da affrontare e, soprattutto, da accettare è stata un’altra: non sono più tornato a essere il giocatore che ero prima dell’infortunio.

Con il lavoro, il sacrificio e la costanza si può recuperare tantissimo e si può tornare a giocare a buoni livelli, ma dentro di me so che quel talento, quella naturalezza e quella spensieratezza che avevo prima non sono più tornati esattamente come prima.

Accettarlo, soprattutto così giovane, è stata probabilmente la battaglia più dura. Vedevo gli altri andare avanti mentre io dovevo prima ricostruire il mio fisico e poi, in qualche modo, ricostruire anche me stesso come calciatore e come persona.

Eppure non ho mai mollato. Neanche nei momenti peggiori. Ho continuato a lavorare e a lottare perché ho sempre creduto profondamente in me stesso. Forse l’infortunio mi ha tolto qualcosa del giocatore che ero, ma allo stesso tempo mi ha costretto a costruire qualità che prima non sapevo nemmeno di avere: carattere, disciplina, pazienza e una forza mentale che oggi fanno parte di me.

 Oltre che in se stesso dove ha trovato le forze per affrontare questo durissimo colpo?

Questa è forse una delle domande più importanti per me, perché dietro al fatto che io non abbia mai mollato ci sono soprattutto due persone: mio padre e mia madre.

Credo che moltissimi ragazzi della mia età, davanti a quello che ho affrontato, avrebbero potuto arrendersi. Per anni mi sono sottoposto a sacrifici enormi, terapie dolorose e percorsi riabilitativi estenuanti, spesso con la sensazione di non vedere mai la fine. Ogni notte per anni la passavo a piangere dalla disperazione, incubi e frustrazione sono stati miei compagni di viaggio in quegli anni Non ho mollato perché sono cresciuto avendo davanti agli occhi l’esempio di mio padre. Per me è un eroe, nel significato più concreto della parola. È un uomo che fin da bambino ha conosciuto il sacrificio e una vita durissima. Per andare a scuola doveva camminare per circa un’ora soltanto per raggiungere la corriera e poi affrontare un’altra ora di viaggio. Quando usciva da scuola non tornava a casa a giocare come sarebbe stato normale per un bambino: andava a lavorare nei campi. Tornava la sera stremato e doveva ancora trovare la forza di studiare, dormendo pochissimo.

È cresciuto così: lavorando, sacrificandosi e costruendosi tutto da solo. E ancora oggi la sua vita è fatta di lavoro e sacrificio. Si alza prestissimo, torna a casa molto tardi e spesso il lavoro gli ha impedito persino di trascorrere con noi ricorrenze e festività. Per lui sempre Natale, Capodanno o Pasqua sono stati giorni di lavoro come tutti gli altri. E nonostante questo non l’ho mai sentito cercare alibi o lamentarsi: ha sempre continuato ad andare avanti.

Quando mi sono infortunato ero ancora un ragazzo, non percepivo alcuno stipendio e il percorso di cure e riabilitazione comportava costi enormi. Per anni mio padre ha praticamente lavorato destinando i suoi guadagni alle mie cure. Quello che guadagnava serviva per permettermi di fare terapie, visite specialistiche, riabilitazione e anche di andare fuori dall’Italia quando era necessario.

Questa consapevolezza mi ha messo addosso una responsabilità enorme. Ogni volta che ero stanco, che soffrivo o che mi domandavo se avesse ancora senso continuare, sapevo che dietro ogni mia terapia c’erano ore e ore della vita di mio padre. C’erano le sue sveglie all’alba, le giornate intere di lavoro, le sere in cui tornava a casa distrutto e tutto quello a cui rinunciava per darmi una possibilità.

Non sentivo più di poter mollare soltanto per me stesso: sentivo di non poter mollare anche per lui. Sarebbe stato come arrendermi davanti a tutti i sacrifici che stava facendo per consentirmi di inseguire ancora il mio sogno. Questa è stata una responsabilità molto grande da portare sulle spalle, soprattutto a quell’età, ma allo stesso tempo è diventata una delle mie più grandi fonti di forza.

E poi c’è mia madre, alla quale devo altrettanto. Se mio padre ha sostenuto sulle proprie spalle gran parte dei sacrifici necessari per permettermi di continuare, mia madre quella battaglia l’ha vissuta fisicamente ed emotivamente ogni giorno accanto a me.

Fin da piccolo la sua giornata ruotava anche intorno alla mia: mi accompagnava a scuola, poi agli allenamenti e spesso tornavamo a casa la sera tardi. Dopo l’infortunio, agli allenamenti si sono sostituite terapie, visite e riabilitazione, ma lei era sempre lì.

Per anni ha sacrificato una parte importante della propria vita, rinunciando anche alla propria vita sociale per non lasciarmi mai solo. E credo che psicologicamente abbia sofferto quasi quanto me, perché per un genitore vedere un figlio stare male e non poter prendere su di sé quel dolore deve essere qualcosa di terribile.

Per questo, quando qualcuno mi chiede dove abbia trovato la forza per non mollare, la risposta per me è semplice: nei miei genitori.

Nei momenti peggiori pensavo soprattutto a mio padre e alla vita che aveva affrontato fin da bambino. Mi dicevo che, se lui aveva trovato la forza di superare tutto quello che aveva vissuto, io non potevo arrendermi. Quello che stavo attraversando era durissimo e ha segnato profondamente la mia vita, ma avevo davanti a me l’esempio di un uomo che mi aveva insegnato, senza bisogno di grandi discorsi, cosa significassero veramente il sacrificio, il lavoro e la capacità di resistere.

E accanto a quell’esempio avevo mia madre, presente ogni singolo giorno, pronta a vivere insieme a me ogni dolore, ogni difficoltà e ogni piccolo passo avanti

Non posso non dare merito anche ai miei nonni materni Gabriella e Raimondo che sono come genitori per me. Mia nonna quando mi vedeva soffrire per le terapie pregava Dio di togliergli la vita come sacrificio per curarmi perché non riusciva a vedermi in quelle condizioni, anche loro hanno sofferto molto

Vedevo mia nonna con gli occhi lucidi.

Anche i miei nonni materni per me sono una fonte di motivazione gli voglio un bene immenso. Se sono riuscito a tornare in campo, il merito non è soltanto mio. Quel ritorno appartiene anche a loro.

Dopo la delicatissima fase riabilitativa il ritorno in campo, che a tutti è sembrato un miracolo con la Primavera della Lazio. Quindi il mancato ingaggio nel Rimini a causa delle precarie condizioni societarie della squadra romagnola. Insomma, sintetizzando, un altro stop ma anche questa volta ha trovato la forza di reagire: puntualità negli allenamenti; una dieta appropriata, uno stile di vita da vero sportivo.

Dopo tutto quello che avevo attraversato con la Lazio, la situazione della mia caviglia era arrivata a un punto in cui diversi medici mi avevano detto chiaramente che difficilmente sarei tornato a giocare a calcio ad alti livelli in Italia. Sentirsi dire una cosa del genere a quell’età, dopo anni di sacrifici, è qualcosa che ti rimane dentro.

Per comprendere veramente la gravità di quello che ho vissuto e il significato del mio ritorno in campo, bisogna prima capire da dove siamo partiti e in quali condizioni era arrivata la mia caviglia.

Mi era stata inserita una vite di dimensioni molto importanti, quasi come un bullone, che però non era rimasta correttamente in sede. Si muoveva all’interno della caviglia e, nel tempo, ha provocato una serie di danni gravissimi che si sono sommati contemporaneamente: lesioni osteocondrali, erosione ossea – la vite stava letteralmente scavando nell’osso – sclerosi ossea, sinovite reattiva e un’algodistrofia diventata cronica.  Ora sono recuperato e funzionale al 100%

Faccio proprio della forza nelle gambe e la frequenza di passo il mio punto di forza, riesco a fare 300 kg di pressa e 150 kg di squat con quasi facilità rispetto ad altri miei colleghi

A diciassette anni mi sono ritrovato non soltanto con il rischio concreto di dover abbandonare il calcio, ma con una caviglia la cui stessa funzionalità era seriamente compromessa. Tra gli scenari che mi erano stati prospettati c’era persino quello di dover ricorrere a una protesi.

Quando a quell’età hai contemporaneamente tutte queste problematiche nella stessa articolazione, la domanda non è più semplicemente: “Quanto tempo mi servirà per tornare in campo?”. La domanda diventa: “Potrò mai tornare a giocare a calcio a livello professionistico?”

Io in Italia ho consultato tantissimi ortopedici e fisiatri e le prospettive che ricevevo erano estremamente negative. Nessuno riusciva a darmi una reale prospettiva di ritorno al calcio professionistico. E sentirsi ripetere una cosa del genere a diciassette anni, quando il calcio rappresenta praticamente tutta la tua vita, è qualcosa di difficilissimo da spiegare a parole.

Poi ho incontrato Carlos Moreno. Carlos per me è stato molto più di un professionista straordinario. È stato la persona che, quando quasi tutti vedevano una caviglia che non avrebbe più potuto sostenere il calcio professionistico, ha avuto la competenza e il coraggio di provare a costruire una strada per farmi tornare.

Ha affrontato la situazione con una pazienza incredibile: una patologia alla volta ha iniziato, metaforicamente, a spegnere l’incendio che avevo dentro quella caviglia. Prima bisognava spegnere quell’incendio, poi capire cosa fosse rimasto e soltanto dopo ricostruire, passo dopo passo, le basi perché quell’articolazione potesse tornare non semplicemente a funzionare nella vita quotidiana, ma a sopportare nuovamente le sollecitazioni di un atleta.

È stato un percorso lunghissimo. Da giovanissimo ho trascorso molto tempo in Spagna per curarmi, lontano dalla mia quotidianità e dalla vita che avrebbe dovuto avere un ragazzo della mia età. Ma Carlos non mi ha mai fatto sentire soltanto un paziente: mi ha trattato come un figlio.

Per questo quando parlo di lui faccio fatica a limitarmi a un semplice ringraziamento. Carlos non mi ha soltanto curato una caviglia. Mi ha salvato la possibilità di continuare la mia carriera e, sotto certi aspetti, ha salvato anche una parte fondamentale della mia vita.

Perché dover rinunciare per sempre al calcio, non per una mia scelta e non perché avessi smesso di crederci, ma dopo tutto quello che era successo e dopo anni di sacrifici, sarebbe stato per me un peso difficilissimo da portare.

Carlos mi ha restituito una possibilità quando sembrava che quella possibilità non esistesse più.

Per questo gli devo tantissimo. Gli devo la mia caviglia, gli devo una parte importante della mia carriera e gli devo anche la serenità di aver potuto almeno continuare a combattere per il mio sogno.

Ogni volta che entro nuovamente in campo, dentro quel momento c’è anche una parte di Carlos Moreno. Perché se oggi posso ancora indossare gli scarpini e giocare a calcio, è anche grazie a lui.

Quando sono riuscito a tornare in campo, lui stesso ha parlato di un miracolo. Io credo che dietro quel “miracolo” ci siano state in realtà tre componenti fondamentali: la sua straordinaria competenza, la mia perseveranza quasi ostinata nel non arrendermi e gli enormi sacrifici economici sostenuti da mio padre per permettermi di curarmi. Senza anche solo una di queste tre componenti, probabilmente oggi racconterei una storia diversa.

Riuscire a rientrare dopo che mi era stato prospettato di non poter più giocare è stata una delle soddisfazioni più grandi della mia vita. Successivamente ho trascorso un anno nel contesto della prima squadra della Lazio in Serie A, pur senza arrivare all’esordio ufficiale. Poi è arrivato il momento di scegliere il passo successivo della mia carriera.

Avevo diverse possibilità, tra cui Foggia in Serie C e Pescara in Serie B. Alla fine ho scelto Rimini perché credevo che potesse essere il progetto giusto per me. E proprio quando pensavo finalmente di essermi lasciato alle spalle gli ostacoli più grandi, il destino mi ha messo davanti a un’altra prova.

Tutti conoscono con quale “larghezza di maniche” gli Arabi, in particolare i Sauditi, propongono ai calciatori ingaggi milionari. Eppure lei ha detto di no sia alle proposte che le venivano dal mondo degli sceicchi che dalla Corea.

Ho ricevuto richieste importanti dall’estero e non ho difficoltà ad ammettere che dall’Arabia Saudita mi è stato proposto un contratto economicamente molto importante: stipendio elevato, casa, automobile e condizioni che, soprattutto per un ragazzo della mia età, avrebbero fatto gola a chiunque. Ho avuto inoltre la possibilità di andare in Corea, a Seul.

Sarebbe facile dire che i soldi non contano. Certamente contano e sarebbe poco credibile sostenere il contrario. Ma dopo tutto quello che ho attraversato ho capito che, almeno in questo momento della mia vita, non sto portando avanti la mia carriera per inseguire il contratto più ricco. Ho qualcosa dentro che per me vale di più.

Voglio provare a riprendermi calcisticamente quello che sento che il destino mi abbia tolto e, soprattutto, vorrei che un giorno la mia storia potesse diventare un piccolo esempio per quei bambini e quei ragazzi che stanno attraversando un momento difficile.

Ho particolarmente a cuore i bambini, soprattutto quelli che soffrono. Quando hai vissuto sulla tua pelle anni di dolore, terapie, ospedali, sacrifici e momenti nei quali sembra che tutto quello per cui hai lavorato possa scomparire, inizi a guardare la sofferenza degli altri con occhi diversi. Per questo vorrei che un bambino in difficoltà, conoscendo un giorno la mia storia, potesse pensare: “Anche quando sembra finita, posso ancora provarci. Non devo arrendermi.”

Per me questo avrebbe un valore che nessun contratto potrebbe comprare.

Sono ancora giovane e credo che ci sarà eventualmente tempo, più avanti, per fare anche determinate valutazioni economiche. Inoltre non posso certo dire che il calcio in Italia mi abbia trattato male dal punto di vista economico: al contrario, ho avuto delle opportunità e ne sono profondamente grato. Sono grato anche a Dio per tutte le possibilità che ho ricevuto, nonostante le difficoltà che ho dovuto affrontare.

Andare oggi in Arabia Saudita o in Corea avrebbe probabilmente significato raggiungere molto presto una grande tranquillità economica. Avrei avuto tanti soldi, una casa, una macchina e sicuramente una vita molto comoda. Ma la tranquillità economica, da sola, non avrebbe rappresentato la mia felicità e soprattutto non avrebbe completato ciò che sento di dover ancora realizzare.

Avevo anche il timore che, andando così lontano in questa fase della mia carriera, sarei progressivamente uscito dai radar del calcio italiano ed europeo. Magari avrei guadagnato molto di più, ma avrei rischiato di rinunciare alla possibilità di dimostrare fino in fondo chi sono come calciatore.

E dopo tutto quello che io e la mia famiglia abbiamo sacrificato, non me la sono sentita.

La mia sfida oggi non è guadagnare il più possibile. È provare a riprendermi ciò che il destino mi ha tolto e trasformare tutto quello che ho vissuto in qualcosa che possa avere un significato anche per gli altri.

Se un giorno riuscirò a raggiungere il mio obiettivo e anche soltanto un bambino che sta soffrendo troverà nella mia storia un motivo in più per non arrendersi, per me quella sarà una vittoria che avrà un valore molto più grande di qualsiasi contratto.

La redazione le augura di poter approdare in un club di grosso spessore che le possa consentire lo sviluppo piene delle sue potenzialità. Adesso una domanda tecnica, quale è, secondo lei la squadra da battere nel campionato di serie A appena avviato?

Dire che l’Inter sia la squadra da battere credo sia quasi scontato. Per qualità della rosa, esperienza, profondità dell’organico e abitudine a competere ad altissimo livello, parte inevitabilmente come uno dei principali punti di riferimento del campionato.

Se però dovessi indicare una squadra capace di mettere realmente in difficoltà l’Inter e magari di cambiare gli equilibri di una Serie A che negli ultimi anni, a mio parere, sotto alcuni aspetti è diventata un po’ più prevedibile, direi la Roma.

È una società che mi piace molto per diversi motivi. Innanzitutto sta dimostrando di saper valorizzare i giovani e, cosa ancora più importante, di non avere paura di mandarli in campo quando dimostrano di meritare un’opportunità. Nel calcio di oggi non è affatto scontato. Puoi avere un grande settore giovanile, ma se poi non hai il coraggio di dare fiducia ai ragazzi, quel lavoro rischia di rimanere incompleto.

Vedo inoltre una società che investe, che vuole crescere e che sta cercando di costruire qualcosa di importante, con un allenatore e uno staff tecnico estremamente preparati. Sotto diversi aspetti considero la Roma una realtà moderna e all’avanguardia, e credo che quest’anno possa raccogliere i frutti del lavoro che sta facendo.

Naturalmente bisogna considerare anche la situazione delle altre grandi. Il Napoli, pur avendo una rosa di grande qualità, sta attraversando una fase di rinnovamento; Atalanta e Lazio, a mio avviso, stanno vivendo un momento più complicato rispetto ai livelli raggiunti negli ultimi anni. Tutti fattori che potrebbero modificare gli equilibri del campionato.

Per questo, se l’Inter rimane per me la squadra da battere, la Roma potrebbe essere la vera antagonista, o comunque una delle squadre maggiormente in grado di metterla in difficoltà.

Poi sarà il campo, come sempre, a dare il verdetto definitivo. Ma se dovessi indicare una squadra sulla quale tenere particolarmente gli occhi quest’anno, sceglierei la Roma.