Beppe Di Maso, dal basket al Bodybuilding: “Il vero avversario rimane quello che vedo allo specchio”

Beppe Di Maso, dal basket al Bodybuilding: “Il vero avversario rimane quello che vedo allo specchio”

8 Settembre 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone

Sportivo a trecentosessanta gradi Beppe di Maso, ad appena otto anni ha avuto il suo incontro “fatale” con il Basket. Dodici anni dopo il passaggio al Bodybuilding che tuttora pratica ed insegna.
Il primo amore non si scorda mai, ma lei dopo dodici anni di Pallacanestro si è reso conto di avere per un’altra pratica sportiva un amore ancora più forte. È iniziata così la sua avventura nel mondo del Bodybuilding.

Il primo amore non si scorda, è vero. Il basket è entrato nella mia vita quando avevo appena otto anni e per dodici anni è stato una parte enorme di me. Mi ha insegnato cosa significa appartenere a una squadra, rispettare delle regole, allenarsi con costanza e soprattutto accettare che per migliorare bisogna lavorare.

Poi, intorno ai vent’anni, è arrivata la palestra. All’inizio quasi per curiosità, poi qualcosa è cambiato. Nel Bodybuilding ho scoperto una dimensione completamente diversa: non c’era più soltanto la competizione con un avversario, ma soprattutto quella con me stesso.

Ed è probabilmente questo che mi ha conquistato. Guardarmi allo specchio e sapere che ogni cambiamento dipendeva dal lavoro che ero disposto a fare. Allenamento dopo allenamento ho capito che non era più semplicemente palestra: stava diventando una vera passione.

Il basket resterà sempre il mio primo amore, ma il Bodybuilding è diventato parte di ciò che sono oggi.

Bodybuilder si nasce o si diventa?

Bodybuilder si diventa. La genetica può sicuramente aiutarti, ma i muscoli non crescono per diritto di nascita.

Quello che fa la differenza sono gli anni di allenamento, la costanza e soprattutto la testa. Perché allenarsi quando sei motivato è facile. Continuare a farlo quando sei stanco, quando i risultati rallentano, quando attraversi un periodo difficile o semplicemente quando nessuno ti vede è tutta un’altra storia.

E poi c’è una cosa che il Bodybuilding ti insegna molto velocemente: non esistono scorciatoie per la costanza.

Per me è sempre stata una sfida con me stesso. Posso guardare e ammirare il fisico di un altro atleta, ma il mio vero avversario rimane quello che vedo allo specchio.

Il fisico cambia con il tempo. La mentalità che costruisci per cambiarlo, invece, te la porti dietro anche fuori dalla palestra.

Non ci può negare che nel mondo dei “supermuscolosi” esistono delle esagerazioni e non solo. L’ipertono di qualche praticante; la dieta monocorde ed un po’ troppo proteica; centrare tutto sul bodybuilding lasciando fuori tante esperienze che vale la pena di vivere. Ovviamente stiamo parlando degli eccessi.

Certo che esistono e sarebbe ipocrita negarlo. Quando entri molto profondamente in questo mondo il rischio è quello di volere sempre qualcosa in più: più muscoli, più definizione, una condizione migliore. E a un certo punto può diventare difficile sentirsi davvero soddisfatti.

Ma per me il problema non è amare troppo il Bodybuilding. Il problema nasce quando il Bodybuilding comincia a non lasciare spazio a nient’altro.

Sono una persona che ama allenarsi e quando mi pongo un obiettivo so essere estremamente disciplinato. Ma voglio anche viaggiare, uscire, andare a cena, stare con le persone a cui voglio bene e vivere esperienze che non hanno nulla a che fare con una palestra.

Se per avere un fisico migliore devo smettere di vivere, personalmente non lo considero più un miglioramento.

Il Bodybuilding dovrebbe insegnarti disciplina, non renderti schiavo della disciplina. Credo che il vero traguardo sia riuscire a migliorarsi continuamente senza dimenticarsi di vivere.

Sul fronte della alimentazione lei fa da sé o si fa seguire da un esperto?

Dopo tanti anni inevitabilmente impari a conoscere il tuo corpo. Sai quali alimenti ti fanno stare meglio, inizi a capire come reagisci quando aumenti o diminuisci le calorie e acquisisci una certa esperienza nella gestione della quotidianità.

Ma esperienza personale e competenza professionale sono due cose diverse.

Per questo, quando serve impostare un percorso nutrizionale specifico, credo sia corretto affidarsi a chi ha le competenze professionali per farlo. E vale anche nel mio lavoro: essere Personal Trainer non significa improvvisarsi nutrizionista.

Io posso occuparmi dell’allenamento, aiutare una persona a costruire abitudini migliori e darle indicazioni generali per uno stile di vita più sano, ma credo molto nel rispetto dei ruoli professionali.

Conoscere il proprio corpo è importante. Sapere anche quando affidarsi a qualcuno che ne sa più di noi lo è altrettanto.

Nel suo futuro cosa intravvede sempre e solo attività legate allo Sport o ci sarà anche altro?

Lo sport è entrato nella mia vita quando avevo otto anni. Prima il basket quindi immaginare un futuro in cui non abbia un ruolo sarebbe abbastanza difficile.

Negli ultimi anni, però, è cambiato qualcosa. Prima lo sport riguardava soprattutto me: il mio allenamento, il mio fisico, i miei obiettivi. Oggi una delle soddisfazioni più grandi arriva invece dalle persone che seguo.

Vedere qualcuno partire pensando di non farcela e, dopo qualche mese, guardarsi allo specchio con una sicurezza diversa vale tantissimo. E non parlo soltanto di trasformazione fisica. Quando attraverso l’allenamento una persona cambia il modo in cui vede se stessa, lì capisci che il lavoro di un Personal Trainer può andare ben oltre una serie o una ripetizione.

Nel futuro mi vedo sicuramente crescere ancora in questo settore e mi piacerebbe riuscire a costruire qualcosa di sempre più mio.

Ma non voglio neanche mettere dei confini alla mia vita. Sono curioso e credo che bisogna essere capaci di cogliere le opportunità quando arrivano.

Una certezza però ce l’ho: qualunque cosa farò, lo sport continuerà a esserci. Perché dopo tanti anni non è più semplicemente qualcosa che faccio. È diventato parte del mio modo di essere.