Davide Amori, Pedagogia della reciprocità: la risposta alla crisi delle relazioni

Davide Amori, Pedagogia della reciprocità: la risposta alla crisi delle relazioni

11 Settembre 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone


Pedagogista e futuro consulente di coppia e della famiglia Davide Amori è l’ideatore della Pedagogia della Reciprocità.

Quando parliamo di Reciprocità si intende una relazione che è, per così dire, “perfetta nella bidirezionalità”. Cosa aggiunge a questi concetti l’elemento psicopedagogico?


Direi che il termine “bidirezionalità” colga certamente un importante elemento della Pedagogia della Reciprocità, basti pensare all’importanza che la questione della dimensione dialogica ricopriva nella riflessione pedagogica di Paulo Freire già negli anni ’60. Una relazione ontologicamente educativa è sempre costituita da almeno due soggetti capaci di esprimersi, rispondere e costruire un luogo di incontro comune. Ci tengo solo a fare una precisazione sulla questione di tale bidirezionalità. Le relazioni che gli esseri umani intessono possono essere comprese, per loro stessa natura, al di fuori di categorie quantitative. Non possiamo misurarle esaustivamente da un punto di vista numerico, tuttavia sappiamo che non sono un gioco a somma zero. Il concetto di reciprocità, almeno per come lo intendo nella Pedagogia della Reciprocità, ci riporta ad indagare la qualità del legame, cioè lo spazio per il reciproco riconoscimento, per la cura e la responsabilità attraverso le quali i soggetti si co-costruiscono. È proprio questa dimensione relazionale trasformativa uno dei nuclei della mia proposta pedagogica. Vede, se riportiamo alla mente le riflessioni che il filosofo Martin Buber ci ha lasciato in eredità, ci accorgiamo di come ogni contatto umano, nel momento in cui l’altro viene riconosciuto come un “Tu”, possa assumere una natura intrinsecamente educativa. La dimensione etica di questo incontro è stata magistralmente esplorata da Emmanuel Lévinas, il quale ci ha donato una preziosa riflessione sull’asimmetria relazionale. È in questo, dunque, che la lente psicopedagogica ci fornisce un apporto decisivo. Non ci limitiamo ad osservare le direzioni in cui la relazione si muove, ma ci chiediamo cosa stia accadendo alle persone che la abitano. Ci chiediamo come quell’incontro stia partecipando alla loro costruzione identitaria, quali apprendimenti e trasformazioni produca e quali co-responsabilità comporti. La relazione, dunque, non è più soltanto un luogo ove l’agire educativo si svolge, ma diviene essa stessa oggetto e soggetto di educazione. In questo, la reciprocità non può rappresentare una condizione di perfetto equilibrio da perseguire per un suo totale e definitivo ottenimento, ma una pratica relazionale da costruire e coltivare continuamente, nel ripetuto ed indispensabile scambio dei significati al quale siamo chiamati per tutto l’arco di vita.

Parlare di relazioni in un’epoca come la nostra è particolarmente complesso. Si tratta infatti di un’epoca che apre molto ai telefonini ed ai social ma chiude troppo alle relazioni dirette e senza mediazioni.


Non possiamo negare che il nostro tempo sia fortemente caratterizzato da relazioni mediate dalla tecnologia. Il fenomeno è ormai da considerarsi pervasivo, tuttavia ritengo importante osservarlo senza ridurlo ad una mera contrapposizione tra relazioni dirette e relazioni digitali. Gli smartphone ed i social sono ormai parte imprescindibile della nostra identità sociale, l’aspetto realmente interessante è comprendere i cambiamenti interni all’individuo e al suo essere in relazione quando essa si svolge attraverso tali strumenti. Sa, c’è un curioso paradosso che trovo interessante. L’utilizzo dei dispositivi informatici ci ha dato modo di convincerci di avere un maggiore controllo dei legami: possiamo contattare chiunque in pochi istanti, confrontarci o evitare qualunque conflitto bloccando o silenziando il nostro interlocutore. La sensazione è di avere il potere di scegliere solo ciò che ci fa stare bene, quello che semplicemente conferma le nostre credenze e le nostre aspettative. Allo stesso tempo, però, viviamo in mondi digitali in cui noi siamo fondamentalmente un prodotto. È dimostrato che gli algoritmi sono programmati per incrementare al massimo la nostra permanenza sulla piattaforma. Per riuscirci le compagnie hanno sviluppato sistemi efficacissimi nell’imparare a conoscerci, più di quanto noi conosciamo loro. I social sanno cosa stimola le nostre emozioni profonde. Se davanti ad un contenuto proviamo rabbia, indignazione o gratificazione, allora dovremmo proprio fermarci un momento a riflettere su cosa ci stia succedendo. Si evince quindi la primaria importanza di un’educazione affettiva che consenta un’alfabetizzazione emotiva in grado di affiancarsi all’opera di regolamentazione e sensibilizzazione dei minori da parte della famiglia. Questa è indubbiamente una delle grandi sfide pedagogiche del nostro tempo, in attesa dei cambiamenti epocali che l’intelligenza artificiale sembra destinata ad apportare.

Oramai i rapporti più stretti, fuori dall’ambito familiare, non solo si sono allentati ma sono addirittura scomparsi, non diversamente avviene all’interno dei nuclei familiari. La crisi che sta attraversando la cellula fondamentale del corpo sociale è sotto gli occhi di tutti: violenza inaudita, assenza di dialogo, comportamenti deviati e devianti a causa dell’assunzione di sostanze.

Più che di scomparsa dei legami parlerei in realtà di una loro profonda trasformazione. Questioni quali l’intimità, il senso di appartenenza ed il riconoscimento sono ancora elementi essenziali dell’uomo; la differenza risiede nei tempi e nelle modalità attraverso cui si concretizzano. I concetti di autorealizzazione si caratterizzano per obiettivi nuovi, gli obiettivi sociali sono più mobili e sono venute meno molte reti formali, non formali ed informali che tradizionalmente affiancavano la famiglia. Insomma, sussiste una particolare ed insolita condizione: mentre descriviamo un focolare domestico sempre più dismesso, chiediamo che sia in grado di sostenere una crescente quantità di sfide educative e relazionali. Mi viene in mente, a tal proposito, l’analisi attraverso la quale Zygmunt Bauman ha individuato e descritto la tensione alla base della nuova società liquida. Ci muoviamo continuamente tra il bisogno di una sicura vicinanza e la paura che questi legami limitino la nostra libertà. Nell’era del “tutto ti è possibile”, non appena subentrano conflitti e mancanza di gratificazione, abbiamo imparato a fuggire e ripiegare su noi stessi, rinunciando a negoziare, attendere e rielaborare le nostre aspettative mettendoci in discussione. Il mettersi in discussione è la conditio sine qua non dell’incontro e della crescita. Partendo da tali riflessioni ci è chiaro come la reciprocità acquisisca un valore di primaria importanza: non possediamo l’altro all’interno del rapporto, né lo sostituiamo non appena subentra la fatica. Farei comunque grande attenzione a non soffermarci su un passato idealizzato ed un presente in crisi. Le manifestazioni di disagio anche violente, che vediamo oggi, non sono un fenomeno nuovo. La differenza è probabilmente rappresentata da una maggiore portata dei mezzi di comunicazione ed una postura culturale più sensibile e consapevole. In quest’ottica di enorme livello di complessità, dunque, eviterei di assumere automaticamente gli stupefacenti come fondamento di taluni comportamenti. Come pedagogista mi interrogo piuttosto sui significati che la sostanza assume per la persona, cosa comporti in termini di appartenenza e quali strumenti concreti possano essere riattivati per favorire una rinnovata capacità progettuale. Questo è l’apporto che la pedagogia può fornire in termini di prevenzione ed accompagnamento nei contesti di vita, mentre aspetti diagnostici e terapeutici restano, naturalmente, di competenza delle colleghe e dei colleghi dell’area sanitaria.

Come si spiegano violenza ed isolamento che dominano l’età contemporanea?

Partiamo dal presupposto che, data la natura del confronto, ritengo purtroppo impossibile affrontare il tema in maniera sufficientemente esaustiva. Dal punto di vista pedagogico possiamo comunque tentare di individuare alcuni degli elementi principali, partendo dall’osservazione delle modalità che utilizziamo nello stare in relazione, nell’attraversare il conflitto e nel riconoscere le sensazioni, le emozioni ed i pensieri che ci attraversano prima che si traducano in un agito. Mi viene da usare un’immagine: la violenza può essere il capolinea dell’individuo che non è riuscito a leggere le fermate precedenti delle proprie emozioni. Attraversare rabbia, paura, frustrazione è perfettamente legittimo, tuttavia, quando mancano gli strumenti per riconoscerle, nominarle ed indirizzarle in maniera funzionale, allora possono contestualmente sorgere delle problematiche su più livelli. Fenomeni quali la violenza e l’isolamento, dunque, possono essere osservati e letti con una lente pedagogica come due possibili modalità relazionali che rappresentano i due poli opposti della stessa difficoltà: bisogno di annichilimento dell’altro per piegarlo alle nostre aspettative e rimuoverlo dal nostro terreno sociale di confronto, oppure rinunciare all’incontro, ripiegarci su noi stessi chiudendo la porta ad ogni luogo del possibile. In entrambi i casi assistiamo al tentativo di sottrarci alla possibilità di metterci in discussione, riconoscerci nello sguardo dell’altro e co-trasformarci. In questo specifico segmento, dal mio punto di vista, può inserirsi la Pedagogia della Reciprocità in maniera concreta. Educare alla reciprocità non equivale ad educare ad una perenne ricerca di pretese simmetrie relazionali, significa invece avere accesso ad una serie di dispositivi in grado di affrontare le differenze, i limiti, la frustrazione e l’incontro. Si tratta di costruire competenze relazionali in grado di intercettare delle criticità prima che queste si esprimano in comportamenti pericolosi per l’individuo e per la società. Prevenzione educativa, adulti consapevoli e presenti e qualità dei rapporti possono essere motori fortissimi di un rinnovamento della dimensione sociale che tanto auspichiamo.

Gli strumenti offerti dalla Pedagogia sono in grado di dare un contributo per combattere queste situazioni emergenziali?

Certamente. Prima, però, vorrei fare una precisazione: più che combattere un’emergenza, preferisco parlare di una disciplina capace di porre la persona ed i nuclei sociali entro cui si muove al centro della riflessione e del proprio agire. Il pedagogista è un professionista di primaria rilevanza nell’accompagnamento della persona lungo l’arco di vita, in particolare in situazioni di grande fatica, quando le risorse sembrano venire meno o faticano ad esprimersi. L’intervento pedagogico non nasce solo nel momento in cui qualcosa sembra andare in pezzi; può attivarsi prima e durante il manifestarsi di una difficoltà e può tradursi nel sostegno a processi di consapevolezza, autonomia e progettualità. In quest’ottica, mi piace molto di più pensare alla persona come a una pianta preziosa di cui prendersi cura piuttosto che come a un problema da risolvere. Occorre ovviamente evitare di banalizzare, pensando magari che basti semplicemente assumere una posizione passiva e consolatoria. Si tratta di entrare in relazione con le parti più vulnerabili e profonde di chi si rivolge a noi, sostenerlo nel percorso di riscoperta delle proprie risorse ed aiutarlo ad esplorare nuove possibilità. Individui, famiglie e, più in generale, gruppi sociali possono quindi essere accompagnati in percorsi di trasformazione spesso molto emozionanti. La pedagogia permette di non ridurre le persone ai problemi che portano con sé, ma di restituire un’autoefficacia ed un potere tali da permettere loro di riappropriarsi della capacità di formulare domande, prendere decisioni e scegliere una direzione di vita che sentano realmente propria. In tal senso, il pedagogista, in qualità di figura apicale del lavoro socioeducativo, può arricchire in maniera estremamente fruttuosa le équipe multidisciplinari di vari servizi, anche in ambito socio-sanitario, dove il suo contributo resta centrato sulla dimensione socio-educativa dell’essere umano. Auspico dunque un dialogo sempre più stretto tra le discipline che, a vario titolo, indagano l’essere umano in quanto essere ed in quanto essere in divenire, accompagnato da un lavoro di stretta collaborazione, in modo da affrontare al meglio le difficili sfide che si profilano all’orizzonte.