Ebola sbarca in Europa

Ebola sbarca in Europa

27 Ottobre 2026 Off Di La Redazione

Ennesimo virus sfuggito al controllo, chi pensava che il fenomeno fosse circoscritto ai cosiddetti “Paesi del terzo mondo”, sbagliava di grosso.

Cercare un colpevole o puntare il dito sulle falle dei controlli di frontiera è inutile e fuorviante», spiega Sarah Kosgei, esperta sanitaria di Amref Health Africa. «Non siamo di fronte a un fallimento dei sistemi di sorveglianza, ma alla natura stessa della patologia. Ebola ha un periodo di incubazione che può arrivare fino a 21 giorni: una persona infetta può percorrere migliaia di chilometri ed essere del tutto asintomatica ai controlli della temperatura o ai moduli d’ingresso. Il virus viaggia nell’ombra prima che compaiano i primi segnali clinici».

Dopo aver travalicato le frontiere del continente africano e aver raggiunto la Svizzera con il primo caso confermato — a seguito del precedente precedente registrato in Francia nei mesi scorsi — l’epidemia di Ebola sostenuta dal ceppo Bundibugyo dimostra quanto la sicurezza sanitaria sia una questione globale e interconnessa. L’epidemia ha preso origine nella Repubblica Democratica del Congo – dove si registra la fase più grave con oltre 9.700 casi e più di 4.680 decessi – per poi estendersi prima al Kenya e successivamente alla Nigeria, fino a toccare il suolo europeo.

La situazione in Kenya rappresenta da settimane un campanello d’allarme per l’intera regione: l’infezione di un viaggiatore giunto a Nairobi dal Congo via Uganda ha generato un cluster locale di nove casi confermati. Il bilancio nel Paese conta due decessi e 135 contatti monitorati in quarantena, tra cui quattro operatori sanitari contagiati all’interno delle strutture ospedaliere. A differenza della variante Zaire, per la quale esistono presidi terapeutici e preventivi, per il ceppo Bundibugyo non esistono ad oggi vaccini né trattamenti specifici approvati e distribuiti su larga scala. Per questo motivo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Africa CDC hanno chiesto la massima allerta epidemiologica, ricordando come l’assenza di una copertura vaccinale, l’elevata mobilità della popolazione lungo i corridoi commerciali e i ritardi diagnostici aumentino il rischio e l’impatto del contagio.

Sulle polemiche relative alla tenuta delle frontiere, Kosgei chiarisce: «La sicurezza sanitaria è una responsabilità collettiva che richiede la massima trasparenza nello scambio dei dati e nel tracciamento dei contatti. Nessun Paese può blindarsi da solo. Oltre al virus, oggi combattiamo anche una seconda epidemia: quella della disinformazione. Dalle teorie del complotto fino al terrore ingiustificato su presunte vie di trasmissione aerea, la trasparenza e l’informazione capillare sono decisive quanto la risposta medica».

In risposta all’emergenza, Amref è scesa in campo a supporto del Piano di Preparazione e Risposta promosso dal Ministero della Salute keniota e dal Kenya National Public Health Institute (KNPHI), mettendo a disposizione l’esperienza maturata sul campo nel rafforzamento dei sistemi di sorveglianza e prevenzione in Paesi chiave come Uganda e Sud Sudan. Con il supporto del Dipartimento di Stato e dell’Ambasciata degli Stati Uniti, Amref ha attivato un piano d’azione straordinario per blindare 13 contee ad altissimo rischio transfrontaliero. L’intervento ha già visto la formazione di quasi 1.500 operatori sanitari su prevenzione e controllo delle infezioni, il reclutamento e l’invio rapido di 134 unità di personale specializzato presso 10 punti di ingresso chiave, la fornitura diretta di dispositivi e materiali sanitari di protezione, oltre alla preparazione di squadre dedicate alle valutazioni di rischio e alle sepolture safe e dignitose sul territorio.

«La gestione di questa epidemia dimostra ancora una volta come la salute globale sia un equilibrio fragile», conclude Kosgei. «La minaccia di Ebola ricorda l’urgenza di adottare un approccio One Health, capace di integrare la salute umana, quella animale e la tutela ambientale. In un mondo privo di confini impermeabili, la capacità di prevenire e contenere le crisi sanitarie dipende unicamente dal livello di cooperazione scientifica, solidarietà e prontezza diagnostica che la comunità internazionale saprà mettere in campo».