Dalla neurogenitorialità ai social: Alessia Mariosa, una psicologa al fianco di famiglie e giovani

Dalla neurogenitorialità ai social: Alessia Mariosa, una psicologa al fianco di famiglie e giovani

25 Agosto 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone

 Docente, master di secondo livello in neurologica comportamentale e neuropsichiatria delle malattie neurologiche, psicologa cognitivo-comportamentale e terapista di analisi applicata al comportamento, Alessia Mariosa à anche esperta in consulenza genitoriale con titolo internazionale in Mindfullness e con certificazione internazionale come clinico su ADHD.

Dottoressa Mariosa oltre ad aver conseguito una serie impressionante di titoli lei si è cimentata anche nella scrittura, mettendo nero su bianco quanto maturato nel campo della Psicologia e delle Neuroscienze. “Neurogenitori”, questo è il titolo che ha deciso di dare al libro che contiene la nozione di neurogenitorialità. Un tomo che potrebbe essere di aiuto ai papà ed alle mamme perché genitori non si nasce ma si diventa.

Sì, e credo che proprio da qui si debba partire: genitori non si nasce, si diventa. Si diventa giorno dopo giorno, attraverso l’esperienza, gli errori, le domande, le paure e anche quei momenti in cui ci si guarda allo specchio e ci si chiede: “Sto facendo la cosa giusta?”.

“Neurogenitori” nasce esattamente da questo. Dal mio lavoro con bambini, ragazzi e famiglie, ma soprattutto dall’incontro quotidiano con genitori che amano profondamente i propri figli e che, proprio perché li amano, a volte si sentono inadeguati, confusi o addirittura in colpa.

Ci sono genitori che arrivano da me dicendo: “Non capisco più mio figlio”. E spesso la prima cosa che faccio è aiutarli a cambiare domanda. Perché forse non dobbiamo chiederci soltanto “Come faccio a farlo comportare bene?”, ma anche “Che cosa mi sta comunicando attraverso questo comportamento?”.

È questo, in fondo, il cuore della neurogenitorialità: provare a guardare il comportamento di un bambino attraverso ciò che sappiamo oggi sul funzionamento del cervello, sullo sviluppo emotivo, sulla regolazione delle emozioni, sull’attaccamento e sui processi cognitivi.

Un bambino che urla non è necessariamente un bambino “capriccioso”. Un bambino che non riesce a fermarsi non è necessariamente un bambino “maleducato”. Un bambino che sembra non ascoltarci non è necessariamente un bambino che vuole sfidarci.

A volte dietro quel comportamento c’è un cervello che, semplicemente, non ha ancora sviluppato gli strumenti necessari per gestire quella situazione.

E questa consapevolezza può cambiare completamente il modo in cui un genitore risponde.

Nel libro (nelle foto subito in alto a destra e in basso a sinistra due momenti della recente presentazione di “Neurogenitori” a Villammare) cerco proprio di accompagnare il lettore dentro questi meccanismi, con un linguaggio accessibile, perché non volevo scrivere un manuale destinato esclusivamente agli addetti ai lavori. Volevo che fosse un libro che un genitore potesse prendere in mano la sera, magari dopo una giornata difficile, e trovare dentro non un’altra lista di “cose da fare bene”, ma qualche risposta e soprattutto qualche nuova chiave di lettura.

Perché uno degli aspetti che mi ha spinto maggiormente a scrivere è proprio questo: oggi i genitori sono bombardati da consigli. Devono essere presenti, autorevoli, empatici, devono stimolare i figli, evitare gli errori, conoscere le neuroscienze, gestire le emozioni… e alla fine rischiano di sentirsi ancora più inadeguati.

Io volevo dire loro qualcosa di diverso: non dovete essere perfetti.

Dovete imparare a conoscere vostro figlio, ma anche a conoscere voi stessi quando siete con lui. Perché il genitore non è un osservatore esterno: entra nella relazione con la propria storia, le proprie emozioni, le proprie ferite e il proprio modo di essere stato figlio.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che, secondo me, rende “Neurogenitori” interessante anche per chi pensa di conoscere già molto bene il proprio ruolo. Perché in alcune pagine il lettore potrebbe ritrovarsi a pensare: “Lo faccio anch’io”, oppure “Non avevo mai guardato questo comportamento da questo punto di vista”.

Il libro parla di bambini, ma inevitabilmente parla anche degli adulti che stanno accanto a quei bambini.

E forse la parte più importante è proprio questa: comprendere un figlio non significa giustificare tutto ciò che fa. Significa avere più strumenti per accompagnarlo.

Conoscere il cervello non significa eliminare le regole, né diventare genitori permissivi. Significa imparare quando un bambino ha bisogno di un limite, quando ha bisogno di essere aiutato a regolarsi e quando, prima ancora di correggere un comportamento, ha bisogno che qualcuno lo aiuti a dare un nome a quello che sta vivendo.

“Neurogenitori” è nato con questo intento: mettere insieme scienza e quotidianità, neuroscienze e relazione, competenza e umanità.

E soprattutto ricordare ai genitori una cosa che considero fondamentale: chiedere aiuto non significa essere genitori incapaci. Significa avere abbastanza cura dei propri figli da voler imparare a fare meglio.

Perché nessuno ci consegna un manuale quando diventiamo genitori. Ma possiamo scegliere di costruire, giorno dopo giorno, il nostro modo di esserlo.

E se “Neurogenitori” riuscisse anche solo a far fermare un papà o una mamma davanti a una situazione quotidiana e a fargli pensare “Aspetta, forse mio figlio non mi sta facendo un dispetto. Forse mi sta chiedendo qualcosa che ancora non sa dirmi”, allora avrei raggiunto esattamente lo scopo per cui l’ho scritto.

La neurogenitorialità significa provare a cambiare prospettiva: prima di chiederci “Perché mio figlio si comporta così?”, possiamo chiederci “Che cosa sta succedendo dentro di lui perché abbia bisogno di comportarsi così?”.

Conoscere il cervello, lo sviluppo emotivo e cognitivo, i meccanismi dell’attaccamento e della regolazione emotiva non significa trasformare un genitore in uno psicologo. Significa semplicemente offrirgli delle chiavi di lettura.

E c’è una cosa a cui tengo molto: conoscere la psicologia non deve servire a mettere ancora più pressione sui genitori. Al contrario, dovrebbe alleggerirli. Non esiste il genitore perfetto. Esiste il genitore che prova, sbaglia, ripara e continua a imparare.

Anzi, spesso ai genitori dico che anche chiedere aiuto è un atto di amore. Perché prendersi cura di un figlio significa anche avere il coraggio di occuparsi di sé, delle proprie emozioni e delle proprie fragilità.

In fondo, un bambino non ha bisogno di un adulto perfetto. Ha bisogno di un adulto che sappia esserci, che sappia mettersi in discussione e che, anche nei momenti difficili, continui a vedere davanti a sé non “un problema da risolvere”, ma una persona da comprendere.

Ed è questo, per me, il senso più autentico della neurogenitorialità.

La regione Campania ha un triste primato dato che è la prima in Italia per tasso di obesità infantile. Da un punto di vista psicologico cosa muove questo “appetito compulsivo” che i bambini (e spesso anche gli adulti) non riescono a controllare?

Il rapporto con il cibo, infatti, non è mai soltanto nutrizionale. Il cibo può diventare relazione, consolazione, gratificazione, ricompensa, sicurezza. E quando una persona impara, fin da piccola, a utilizzare il cibo per regolare le proprie emozioni, può diventare difficile distinguere la fame fisica dalla fame emotiva.

Pensiamo a quante volte diciamo a un bambino “ti do una caramella così non piangi”, oppure “se sei stato bravo ti compro qualcosa di buono”. Sono gesti assolutamente comprensibili e spesso fatti con amore, ma possono insegnare inconsapevolmente un’associazione: quando sto male, il cibo mi fa stare meglio; quando sono felice, il cibo è una ricompensa.

Naturalmente non possiamo spiegare l’obesità soltanto attraverso la psicologia. Ci sono fattori genetici, biologici, ambientali, familiari, sociali e legati allo stile di vita. Ma la componente emotiva può avere un ruolo importante.

E c’è un aspetto che mi sta particolarmente a cuore: il bambino non deve diventare il contenitore dell’ansia degli adulti.

Se un bambino viene continuamente pesato, controllato, rimproverato o messo a dieta senza un’adeguata attenzione al suo vissuto emotivo, rischiamo di insegnargli non a prendersi cura del proprio corpo, ma a vergognarsene.

Credo quindi che la strada sia quella dell’educazione, non della colpevolizzazione. Insegnare ai bambini ad ascoltare il proprio corpo, riconoscere le emozioni, sviluppare un rapporto equilibrato con il cibo e trovare modalità diverse per affrontare noia, rabbia, tristezza o frustrazione.

E soprattutto dobbiamo ricordare che un bambino non è il suo peso.

Dietro quel corpo c’è una persona che sta crescendo, che sta costruendo la propria autostima e che ha bisogno di sentirsi accettata. Se riusciamo a proteggerla da vergogna e stigma, abbiamo già fatto una parte importante del nostro lavoro.

Lei è anche una specialista nel trattamento dei disturbi dello spettro autistico. Un mondo particolare che dall’esterno viene percepito attraverso emozioni contrastanti che arrivano anche a negare l’efficacia di alcuni trattamenti. Lei cosa ne pensa?

Penso che quando si parla di autismo sia necessario fare un passo indietro rispetto alle contrapposizioni ideologiche e tornare a una domanda molto più importante: che cosa ci dice realmente la ricerca scientifica?

L’autismo è una condizione del neurosviluppo estremamente eterogenea. Non esiste una persona autistica uguale a un’altra e, di conseguenza, non può esistere un unico intervento valido per tutti. Ci sono bambini con importanti difficoltà nella comunicazione, altri che hanno un linguaggio sviluppato ma presentano difficoltà nella reciprocità sociale, altri ancora che necessitano soprattutto di supporto nelle autonomie, nella regolazione emotiva o nella gestione di comportamenti che possono diventare fortemente interferenti con la vita quotidiana.

Per questo motivo, personalmente, non credo nelle “ricette universali”. Credo negli interventi individualizzati, precoci quando indicato, intensivi quando necessario e soprattutto basati sulle evidenze scientifiche, con obiettivi concreti e verificabili.

La ricerca degli ultimi anni ci dice che gli interventi comportamentali e gli interventi naturalistici evolutivo-comportamentali possono produrre benefici in alcuni ambiti, tra cui comunicazione e linguaggio, comportamento adattivo, abilità sociali e alcune autonomie. Le revisioni e meta-analisi più recenti confermano però anche un dato importante: gli effetti non sono identici per tutti e la qualità delle prove varia a seconda dell’intervento e dell’esito considerato.

Questo per me è fondamentale: la scienza non significa promettere miracoli, ma utilizzare ciò che sappiamo per costruire interventi realmente utili alla persona.

Conosco e utilizzo professionalmente l’ABA, ma ritengo importante chiarire che non si tratta di una “cura dell’autismo”. È una scienza del comportamento che utilizza principi e strategie basati sull’analisi del comportamento per favorire l’apprendimento di competenze e sostenere la persona nelle aree in cui può avere maggiori necessità di supporto. Le evidenze scientifiche mostrano benefici in specifici ambiti, anche se gli effetti possono variare in funzione della persona, degli obiettivi e delle modalità con cui l’intervento viene progettato e realizzato.

Per questo non credo nelle ricette uguali per tutti. Ogni intervento deve partire dalla persona e dai suoi bisogni, attraverso una valutazione individualizzata e obiettivi condivisi e significativi.

E dobbiamo essere molto attenti proprio alla scelta degli obiettivi. Non tutto ciò che osserviamo e che appare diverso dal comportamento che ci aspettiamo deve necessariamente diventare un obiettivo terapeutico. Prima di intervenire dobbiamo chiederci: questa difficoltà limita realmente la persona? Le crea sofferenza? Ostacola la sua comunicazione, la sua autonomia o la sua partecipazione alla vita quotidiana? Possiamo offrirle una strategia che le permetta di affrontare meglio quella situazione?

L’obiettivo, quindi, dovrebbe essere quello di ampliare le possibilità della persona, non semplicemente modificare un comportamento perché non corrisponde alle nostre aspettative.

Un buon intervento dovrebbe aiutare la persona a comunicare meglio, a esprimere bisogni e preferenze, sviluppare autonomie, affrontare con maggiori strumenti le situazioni quotidiane, costruire relazioni e partecipare il più possibile alla propria vita. E dovrebbe farlo rispettando le sue caratteristiche individuali, i suoi tempi e il suo modo di funzionare.

Anche gli interventi naturalistici evolutivo-comportamentali hanno mostrato risultati positivi soprattutto in aree come la comunicazione sociale, il linguaggio, il gioco e il comportamento adattivo, pur in presenza di una letteratura scientifica che presenta ancora alcune limitazioni metodologiche e che necessita di ulteriori studi di elevata qualità.

Per me, quindi, parlare di evidenze scientifiche significa anche avere l’umiltà di riconoscere ciò che sappiamo, ciò che ancora non sappiamo e ciò che dobbiamo continuare a studiare. E significa soprattutto ricordare che dietro ogni diagnosi c’è una persona, con una propria storia, delle proprie risorse, delle proprie difficoltà e un proprio modo di stare nel mondo.

È da quella persona che deve partire ogni intervento.

Poi c’è la famiglia. Quando arriva una diagnosi di autismo, non cambia soltanto la vita del bambino. Cambia quella di tutta la famiglia. Ci sono genitori che provano paura, disorientamento, senso di colpa e preoccupazione per il futuro. Dietro la richiesta di un intervento spesso c’è una mamma o un papà che sta dicendo: “Aiutatemi a capire mio figlio. Aiutatemi a comunicare con lui. Aiutatemi a immaginare il suo futuro.”

Per questo credo molto nel coinvolgimento dei genitori. Non devono diventare terapeuti, ma acquisire strumenti utili nella quotidianità. Le evidenze sugli interventi mediati dai genitori indicano benefici in aree come comunicazione sociale, linguaggio e interazione genitore-bambino.

Infine, credo sia importante ascoltare maggiormente anche le persone autistiche. Un intervento può modificare un comportamento, ma dobbiamo sempre chiederci quale significato abbia quel cambiamento per la persona.

Quindi sì, sono favorevole agli interventi basati sulle evidenze. Ma proprio perché credo nella scienza, non sento il bisogno di difendere a priori un singolo metodo.

La scienza ci deve dare gli strumenti. La persona deve rimanere al centro.

La domanda più importante, alla fine, non è soltanto “Quanto è migliorato?”. È: “Oggi quel bambino ha più possibilità di comunicare, scegliere, partecipare, essere autonomo e stare bene rispetto a prima?”

Se la risposta è sì, allora l’intervento sta andando nella direzione giusta.

Magari se lo sentirà chiedere spesso ma, purtroppo è l’argomento del giorno. La violenza fra gli adolescenti ed i giovani sta diventando una piaga sociale oltre che chiaramente umana. Non esistono bacchette magiche ma, secondo lei quale potrebbe essere l’approccio più giusto per provare ad invertire la tendenza?

Credo che dobbiamo avere il coraggio di dirci che un ragazzo violento non nasce violento. E questo non significa giustificare la violenza, assolutamente. Significa cercare di comprenderne l’origine per poter intervenire prima che diventi un comportamento consolidato.

Dietro un’aggressione possono esserci molte cose: difficoltà nella regolazione della rabbia, incapacità di tollerare la frustrazione, bisogno di sentirsi forti davanti agli altri, ricerca di appartenenza, modelli relazionali appresi, incapacità di riconoscere e comunicare la propria sofferenza.

A volte, paradossalmente, dietro una grande aggressività c’è una grande fragilità.

Il problema è che spesso ci accorgiamo di un ragazzo quando ormai il comportamento è esploso. Io credo invece che la prevenzione debba cominciare molto prima.

Dobbiamo insegnare ai bambini che possono essere arrabbiati, ma che non possono fare tutto ciò che la rabbia suggerisce. Dobbiamo insegnare che essere frustrati non significa essere autorizzati a distruggere, insultare o colpire. Dobbiamo insegnare a perdere, a ricevere un “no”, a chiedere scusa, a riparare.

Sono competenze che non arrivano automaticamente con l’età. Si educano.

E qui entra in gioco il ruolo degli adulti. Famiglia e scuola devono tornare ad essere alleate, non due realtà che si accusano reciprocamente quando emerge un problema.

Un adolescente ha bisogno di adulti che sappiano ascoltare, ma anche di adulti che sappiano dire “no”. L’autorevolezza non significa essere autoritari. Significa essere presenti, coerenti e capaci di mettere confini.

E poi c’è un’altra cosa che non dobbiamo dimenticare: dietro ogni ragazzo coinvolto in un episodio di violenza ci sono spesso altri ragazzi che assistono, filmano, condividono, ridono o rimangono in silenzio.

Per questo dobbiamo educare anche gli spettatori.

La vera prevenzione, secondo me, non consiste soltanto nell’insegnare a non essere violenti. Consiste nell’insegnare a non restare indifferenti davanti alla violenza.

Non abbiamo bacchette magiche. Ma abbiamo una possibilità enorme: educare. E forse dovremmo cominciare a farlo molto prima di quando ci troviamo davanti a un titolo di giornale che racconta una tragedia.

Anche in questo caso dobbiamo “restare sul pezzo”. Il rapporto malato tra giovani e social.

Io non demonizzerei i social. Sarebbe troppo semplice e, soprattutto, non sarebbe corretto. I social fanno ormai parte della nostra realtà e possono avere anche aspetti positivi: permettono di comunicare, creare relazioni, condividere interessi, sentirsi parte di una comunità.

Il problema nasce quando da strumento diventano bisogno.

Quando un ragazzo sente di dover controllare continuamente il telefono, quando il numero dei like diventa una misura del proprio valore, quando il confronto con gli altri genera continuamente insoddisfazione, quando stare online diventa più importante che vivere ciò che accade offline, allora dobbiamo fermarci.

L’adolescenza è già di per sé un periodo delicatissimo. È il momento in cui si costruisce l’identità, si cerca l’approvazione dei coetanei, ci si confronta con il proprio corpo e con il proprio valore.

Immaginiamo quindi quanto possa essere difficile farlo in un mondo in cui ogni giorno siamo bombardati da immagini di persone apparentemente perfette, vite perfette, corpi perfetti, relazioni perfette.

Il problema è che la perfezione che vediamo sui social è spesso una costruzione, ma il cervello adolescente non sempre possiede ancora tutti gli strumenti per leggerla criticamente.

E c’è un’altra questione: i social non ci permettono soltanto di mostrare ciò che siamo. Ci permettono di costruire ciò che vogliamo che gli altri pensino che siamo.

E questo può diventare molto faticoso.

Per questo non credo che la soluzione sia semplicemente togliere il telefono ai ragazzi. Certamente servono regole, limiti e tempi di utilizzo adeguati. Ma serve soprattutto educazione digitale ed emotiva.

Dobbiamo insegnare ai ragazzi a chiedersi: Perché sto aprendo questa applicazione? Come mi fa sentire quello che sto guardando? Mi sto confrontando? Mi sto divertendo? Sto cercando approvazione? Sto scappando da qualcosa?

E credo che anche noi adulti dobbiamo guardarci allo specchio.

Non possiamo chiedere a un adolescente di stare lontano dallo smartphone mentre noi controlliamo continuamente notifiche e messaggi. L’educazione passa anche dall’esempio.

Forse la vera sfida non è insegnare ai ragazzi a vivere senza social. È insegnare loro a vivere anche senza aver bisogno dei social per sentirsi abbastanza.

Perché nessun numero di like dovrebbe mai avere il potere di dirci quanto valiamo.

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