Alessandra Garofalo, l’amore non è mai buonismo
17 Aprile 2026
Pedagogista emozionale, master di primo livello sulle dipendenze patologiche, Alessandra Garofalo è impegnata nel settore educativo, supportando con entusiasmo e professionalità gli studenti con disabilità.
Educare con amore, educare con l’amore.

Spesso si cade nell’errore di confondere l’educare con amore con una sorta di permissivismo o buonismo; per chi sta sul campo, è l’atto di responsabilità più alto. È un metodo rigoroso fatto di ascolto e di quella che noi educatori chiamiamo “fermezza dolce”. In una società basata sulla prestazione, dobbiamo avere il coraggio di rimettere al centro la relazione. Educare, per me, non significa plasmare l’altro, ma onorare l’etimologia di ex-ducere: faticare per tirar fuori il potenziale unico di ogni ragazzo, anche quando è nascosto sotto strati di rabbia. Non basta voler bene: la vera sfida è fare in modo che loro si sentano amati. Questo accade quando trasformiamo l’affetto in azione, restando al loro fianco anche quando il cammino si fa faticoso e cercano di allontanarci.
In quest’epoca di pazzi, cantava Battiato, non si riesce a tenere il passo del male che dilaga ovunque. Ideali zero e valori sotto zero. Non apparteniamo al club dei pessimisti cronici, ma diventa sempre più difficile il compito di chi si pone come obiettivo esistenziale di trasmettere alle nuove generazioni insieme alla cultura, la bellezza e l’amore.

Oggi la bellezza non è un lusso, ma una forma di resistenza, in un mondo che sembra aver raffreddato ogni passione. Mi rendo conto che con i ragazzi le parole non bastano più: serve il contagio dell’esempio. I giovani non ascoltano le prediche, guardano noi; se non siamo noi i primi a vibrare per un ideale, non accenderemo nulla in loro. Dobbiamo ripartire dall’alfabeto dei sentimenti, insegnando a dare un nome a ciò che provano per evitare che il vuoto diventi rabbia o dipendenza. A volte, il mio gesto educativo più potente è il silenzio: rallentare fermarmi un attimo per lasciare all’altro lo spazio di pensare e scegliere.
Non abbiamo bisogno di automi che obbediscano a comando, ma di persone libere.
Non servono educatori infallibili, serve una presenza vera, non abbiamo manuali da seguire e prendersi cura è un’arte davvero difficile, s’impara sbagliando, guidati dall’amore. La necessità è quella di una presenza capace di offrire una mano salda, quando la vita li fa inciampare.
Come si fa a spiegare che anche le figure di riferimento familiari possono trasformarsi in mostri da incubo: papà violentatore dei figli; padri e madri che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori o sterminano l’intero nucleo familiare?
È un baratro nero che scuote anche noi addetti ai lavori, perché rivela una verità scomoda: il “mostro” cresce dove la parola muore e il legame diventa possesso. Nel mio lavoro vedo spesso come la violenza nasca da una comunicazione distorta, genitori che non riescono a decodificare i messaggi dei figli perché li filtrano attraverso i propri bisogni o le proprie frustrazioni. Ne nasce una relazione fatta di manipolazioni e silenzi punitivi che feriscono più delle botte. Oggi oscilliamo tra genitori che spianano ogni difficoltà e figure assenti che delegano la crescita a uno smartphone. In entrambi i casi, i ragazzi restano senza il senso del limite. Ma il limite è un confine vitale: serve a capire dove finisco io e dove inizia l’altro. Senza questa barriera, l’altro diventa un oggetto su cui scaricare un senso di onnipotenza o una rabbia che non si sa più come contenere.
L’aggressività e la violenza sono ampiamente diffuse in tutti gli strati sociali. Quello che sorprende è l’età di chi commette reati anche gravi: tredicenne che accoltella l’insegnante, salvata dall’intervento risoluto dinun altro adolescente; guerre di bande tra giovanissimi, che non appartengono solo alle periferie urbane ma anche ai ceti medi ed alti.
Come educatrice, quello che vedo quotidianamente non è una generazione di ragazzi “cattivi”, vedo una generazione profondamente muta. Quando leggo di un adolescente che arriva ad accoltellare un insegnante, riconosco il segnale tragico della fragilità che non ha trovato parole per esprimersi, non ha imparato a dare un nome alla rabbia o a gestire un rifiuto e quel gesto violento diventa la sua unica scorciatoia per non sentirsi invisibile. Il vuoto emotivo non guarda al portafoglio: colpisce tanto nelle periferie quanto nelle famiglie “bene”. Dobbiamo smettere di parlare di emergenza solo quando succede il fatto di cronaca. I segnali ci sono sempre: un silenzio troppo lungo o un’ossessione sono gridi d’aiuto. Ignorarli per comodità o per paura del conflitto è un errore che, come società e come educatori, non possiamo più permetterci.
Lei pensa che questo stato di cose possa essere modificato e come?
Sì lo credo fermamente, ma serve una rivoluzione della presenza nella vita di questi ragazzi e un supporto concreto alla genitorialità.
Dobbiamo tornare a essere bussole autorevoli, non solo amici o controllori. Per invertire la rotta dobbiamo ricostruire il legame tra generazioni, assumendoci la responsabilità di indicare la strada senza lasciare sole le famiglie, che spesso sono affaticate e bisognose di supporto, non di giudizi. Dobbiamo “sporcarci le mani” e portare l’educazione fuori dagli studi, entrando nelle scuole, nei centri sportivi e sui social. Educare oggi è un atto di resistenza civile: significa insegnare a un ragazzo che l’altro non è uno schermo su cui esibirsi, ma una persona vera con cui costruire un legame. Solo così la “comunità educante” diventa realtà.



