Alberto Casali, dall’Osteopatia alle passerelle: il corpo al centro di una nuova sfida
16 Agosto 2026

Secondo lei quale è la ragione per cui l’Osteopatia è stata bene accolta nei paesi anglosassoni, inserendola anche in percorsi universitari, mentre in Italia ha stentato ad affermarsi?
Credo che la differenza sia soprattutto culturale e storica. Nei paesi anglosassoni l’Osteopatia ha avuto modo di svilupparsi prima come disciplina autonoma, costruendo nel tempo una propria identità professionale e percorsi formativi strutturati. In Italia, invece, il suo riconoscimento è arrivato più lentamente e per molto tempo è rimasta in una sorta di zona di confine tra diverse professioni.
Oggi, però, credo che la situazione stia cambiando. C’è sempre più interesse verso la prevenzione, la qualità del movimento e un approccio globale alla persona. Penso quindi che la sfida sia soprattutto far capire quale valore l’Osteopatia può portare e come possa integrarsi con le altre professioni sanitarie.
Le cervicalgie sono considerate una bestia nera per ortopedici, neurochirurghi, fisioterapisti e chiropratici. Lei invece ne fa una specialità di elezione. Le piace “sfidare la sorte” o c’è dell’altro?
Non direi che mi piace sfidare la sorte! In questi anni di lavoro in studio mi sono concentrato molto sulle problematiche cervicali perché le ho sempre trovate estremamente interessanti e complesse.
Il collo non è una struttura isolata: è collegato alla postura, alla respirazione, alla mobilità della colonna toracica e alle nostre abitudini quotidiane. Per questo ho sempre cercato di non fermarmi al sintomo, ma di capire cosa ci fosse alla base del problema.
Questa esperienza mi ha portato oggi ad ampliare la mia visione. Mi sto orientando sempre di più verso un progetto online, con l’obiettivo di poter aiutare molte più persone, non soltanto attraverso il trattamento della cervicalgia, ma lavorando su postura, mobilità, movimento e consapevolezza corporea.
È anche una scelta legata al mio desiderio di viaggiare, scoprire posti nuovi e costruire un lavoro che non sia necessariamente legato alla presenza fisica in studio. L’Osteopatia in studio rimane una parte importante della mia esperienza, ma oggi la considero una porta d’ingresso verso una visione più ampia del benessere del corpo.
Una delle sue passioni giovanili è stato il basket che, insieme al volley ed al calcio a 5, richiedendo sollecitazioni muscolari rapide in spazi limitati, finiscono per rappresentare l’anticamera degli infortuni. Esiste una preparazione più specifica, oltre a quelle già diffuse, in grado di ridurre ulteriormente questi rischi?
Sicuramente. Credo che il punto sia non considerare la preparazione atletica come qualcosa di separato dal gesto sportivo.
In sport caratterizzati da accelerazioni, frenate, cambi di direzione e salti non basta essere forti: bisogna essere capaci di esprimere forza rapidamente, controllarla e soprattutto assorbirla.
Per questo ritengo importante lavorare sulla qualità del movimento: mobilità dove serve, stabilità, controllo del corpo, capacità di decelerare e propriocezione, integrando progressivamente tutto questo con i gesti specifici dello sport.
Non possiamo eliminare completamente il rischio di infortunio, ma possiamo rendere il corpo molto più preparato a gestire le sollecitazioni che quello sport gli richiede.
L’altra faccia della luna è rappresentata dalla sua attività di modello. Come è nata la cosa?
È nata abbastanza spontaneamente. Lo sport e l’allenamento hanno sempre fatto parte della mia vita e, con il tempo, avendo studiato a Milano ho iniziato a ricevere richieste per shooting fotografici e collaborazioni legate al mondo dell’immagine.
All’inizio era soprattutto una curiosità, poi ho scoperto che mi piaceva anche tutto quello che c’è dietro a quel mondo: la preparazione, il modo di muoversi davanti all’obiettivo, la ricerca dell’immagine e il lavoro sul proprio corpo.
Oggi la considero più una parte estetica e creativa della mia vita che una vera e propria attività da modello. E, in fondo, è meno distante dal mio lavoro di quanto possa sembrare: anche lì c’è un rapporto molto forte con il corpo, il movimento, la postura e la cura di sé.
Nel caso si trattasse di scegliere obbligatoriamente tra Osteopatia, Palestra e passerelle, lei per cosa opterebbe?
È difficile scegliere perché oggi sento che queste dimensioni sono molto intrecciate. Se dovessi farlo, sceglierei sicuramente tutto ciò che riguarda il corpo, il movimento e la cura di sé.
L’Osteopatia rimane la base della mia formazione e della mia identità professionale, ma oggi sto portando sempre più il mio lavoro verso l’online, con l’idea di poter aiutare più persone e allo stesso tempo avere la libertà di viaggiare e scoprire posti nuovi.
Anche la palestra per me non è semplicemente allenamento: rappresenta la possibilità di trasmettere la passione per il fitness, la cura del corpo e la disciplina. Gli shooting, invece, sono la parte più estetica e creativa.
Quindi, se proprio dovessi scegliere, sceglierei il mondo del corpo e del benessere. È quello che sento più mio, quello in cui posso esprimermi professionalmente e anche costruire il futuro che desidero.


