Nadia Verdile, dalle regine di Napoli alla violenza di oggi
2 Maggio 2026
Scrittrice, giornalista e docente di Italiano e Storia nelle Scuole Superiori di Secondo grado, Nadia Verdile collabora con il Quotidiano Il Mattino ed è impegnata nella promozione della cultura storica e nella riscrittura della Storia delle Donne.
Da una donna il racconto sulle donne-regine di Napoli. Nell’incontro con queste donne c’è stato qualche aspetto delle loro vite che l’ha particolarmente sorpresa?

Quello che mi ha sorpresa di più è stata la loro solitudine. Donne potenti, regine, colte e politicamente lucidissime, ma quasi sempre costrette a muoversi in spazi strettissimi, tra convenzioni, sospetti, ostilità. Studiandole da donna, non ho potuto non cogliere quanto il loro potere fosse continuamente negoziato, mai dato per scontato. Eppure, proprio in questa condizione, alcune di loro hanno mostrato una straordinaria capacità di resistenza e di visione: non solo figure di contorno, ma protagoniste che hanno inciso profondamente sulla storia del Regno di Napoli e delle Due Sicilie poi, lasciandoci un’eredità che parla ancora al presente. Capaci, tenaci, a volte contro, non sono sfuggite alla macchina del fango e al tritacarne della calunnia. Se sei donna e sei capace devi essere diffamata, era vero per loro, continua ad essere vero anche ora.
Lei è un’insegnante di Storia ma è anche impegnata in attività culturali e sociali. Cosa pensa di questa violenza inaudita che continua a crescere e ad incrudelire sulle donne?
La vivo come una ferita aperta, personale e collettiva. Da storica so che la violenza sulle donne non è un’emergenza improvvisa, ma un fenomeno strutturale che affonda le radici in una cultura antica della sopraffazione e del possesso. Quello che oggi colpisce è la sua brutalità esibita e, insieme, una certa assuefazione sociale. Per questo credo che il lavoro culturale sia fondamentale: educare, raccontare, dare strumenti critici è l’unico modo per sottrarre terreno alla violenza. Le leggi sono necessarie, ma senza un cambiamento profondo dello sguardo e delle relazioni restano insufficienti. Non basta punire, i femminicidi lo dimostrano: sono costanti, efferati, indifferenti alle leggi. Bisogna cambiare la mentalità, cambiare lo sguardo. Stiamo facendo passi indietro. Tra le adolescenti è diffusissima la terribile consuetudine di accettare, in una relazione di coppia, di dare al partner password e pin e di consentire a lui di geolocalizzare il telefono. Una schiavitù inimmaginabile che invece è pervasiva e vede le ragazze precipitare nell’età arcaica delle relazioni. Educarle al rispetto di sé è prioritario insieme all’educazione dei maschi al rispetto per le femmine.
Come giornalista che idea si è fatta di questo disorientante momento storico che ha prodotto il quasi azzeramento di quelle istituzioni che hanno garantito o almeno supportato la democrazia nei Paesi cosiddetti occidentali: O.N.U., OMS, NATO…
Credo che stiamo attraversando una crisi sistemica dell’ordine nato nel secondo dopoguerra, non un semplice passaggio congiunturale. Le grandi istituzioni sovranazionali che per decenni hanno rappresentato, pur con tutti i loro limiti, un argine alla legge del più forte oggi appaiono svuotate, marginalizzate, spesso paralizzate. Non perché abbiano improvvisamente smesso di essere necessarie, ma perché è cambiato il clima politico e culturale che le rendeva possibili. Si è affermata una logica che privilegia la forza, l’interesse immediato, la competizione permanente, a scapito della cooperazione e del diritto internazionale. In questo quadro, organismi come l’O.N.U. o l’OMS diventano scomodi: richiedono mediazione, tempi lunghi, responsabilità condivise. E la democrazia, che è per sua natura imperfetta e faticosa, viene percepita come un ostacolo più che come un valore. Il punto che più mi preoccupa è che questa crisi non è solo istituzionale, ma profondamente culturale. Si è incrinata l’idea stessa di bene comune, di limite, di interdipendenza. La narrazione dominante tende a presentare le istituzioni multilaterali come inutili o fallimentari, senza interrogarsi seriamente sulle conseguenze del loro indebolimento. Ma un mondo senza regole condivise non è un mondo più libero: è un mondo più diseguale e più violento. Da giornalista sento che il compito oggi non sia tanto difendere acriticamente queste istituzioni, quanto ricostruirne il senso, mostrarne le contraddizioni ma anche la necessità. Perché il vero rischio non è la crisi delle organizzazioni internazionali in sé, ma l’assuefazione a un’idea di politica ridotta a rapporto di forza, in cui i diritti diventano negoziabili e la democrazia una variabile accessoria. Aggiungo e chiudo che mi piacerebbe vedere un sussulto di dignità in quante/i hanno la responsabilità di quello che accade e in quante/i hanno dato il loro contributo a questo scatafascio.
Saltando dal generale al particolare, nonostante il passare degli anni lei conserva una splendida forma. Qual è il suo segreto?
Lei dice? C’è una “forma” che è quella dei pensieri. Alla mia età, 61 suonati e cantati, non ci sono segreti ma conquiste. Curiosità, passione e una sana dose di indifferenza. Continuare a studiare, a pensare, a confrontarmi con gli altri mi tiene vivacemente viva e questo inevitabilmente si riflette anche sul corpo. Ma quello che vale di più è vivere bene con sé. Faccio mia la celebre frase di Jep Gambardella ne La grande bellezza: «La più consistente scoperta che ho fatto, pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare …». Devo dire, però, che sono stata più brava di lui. Questa cosa l’ho scoperta anni prima….
Fare cultura in una realtà come la nostra rende il tutto sempre più complicato, soprattutto se ci si prefiggono obiettivi ambiziosi. Ha vissuto mai un momento di scoramento?

Non sono mai stata ambiziosa, ma ho sempre pensato che mettere semi a dimora possa cambiare il mondo. È quello che provo a fare, nei miei molti mestieri, da molti decenni. Seminare non è complicato, difficile è raccogliere i frutti e questo perché da soli non si va lontano. Ci sono momenti in cui sembra di andare controvento ma è quello il momento in cui si capisce se l’obiettivo è quello giusto. Fare cultura, soprattutto in tempi e contesti difficili, non è un lusso, è una necessità civile. Anche quando i risultati non sono immediati, so che ogni seme piantato può produrre effetti imprevedibili nel tempo. Ed è questa consapevolezza che mi fa essere ottimista, sempre.


