La porta che non deve richiudersi: pensieri in “profondità” di professionisti della salute mentale

La porta che non deve richiudersi: pensieri in “profondità” di professionisti della salute mentale

7 Giugno 2026 Off Di La Redazione

Depressione resistente, vulnerabilità suicidaria e nuove prospettive di cura. Riflessioni non di superficie di chi, lavorando con impegno sul campo, matura speciali sensibilità:

Dietro le pennellate che compongono il ritratto di ciascuno di noi – e, in particolar modo, di chi soffre di disturbi dell’umore – si cela un’opera aperta a molte domande e a infinite interpretazioni. Quanto emerge davvero osservando il volto di una persona? Quanto della sua sofferenza trova parole sufficienti per essere raccontato? E soprattutto: tutte le persone che pensano alla morte desiderano morire?
La risposta è no. Dietro il pensiero di morte possono celarsi realtà profondamente diverse: il tentativo di contenere un dolore emotivo insopportabile, una disperazione accuratamente dissimulata oppure una richiesta d’aiuto espressa con coraggio. In ciascuna di queste persone, il riconoscimento della sofferenza e l’accesso ai percorsi terapeutici efficaci possono fare la differenza. D’altronde, è un’esperienza quotidiana nel campo della salute mentale: dietro l’ideazione suicidaria, dietro i gesti autolesivi, dietro il progressivo ritiro dalla vita, spesso si nasconde un dolore sordo che non trova altre strade per esprimersi. Un fiume nero che continua a scorrere sotto la superficie dell’esistenza, invisibile agli occhi degli altri e persino a quelli di chi lo attraversa.
Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha imparato a distinguere sempre meglio fenomeni che in passato tendevano ad essere confusi. L’intenzionalità suicidaria e l’autolesionismo non suicidario rappresentano condizioni differenti, pur condividendo una comune matrice di sofferenza emotiva. Nel primo caso il soggetto può sviluppare pensieri, progetti o comportamenti orientati verso la morte; nel secondo il gesto autolesivo non nasce necessariamente dal desiderio di morire, ma può rappresentare un tentativo disperato di ridurre una tensione interna percepita come insopportabile. Due linguaggi differenti di una stessa sofferenza, due modi diversi attraverso cui il dolore tenta di trovare una forma e una voce.
Riconoscere queste differenze è fondamentale. La sensibilità clinica, tuttavia, da sola non basta. Affinché una richiesta d’aiuto possa essere accolta, occorre anzitutto che venga riconosciuta. Occorre dare un nome al dolore e che la sofferenza smetta di essere interpretata come una colpa o una debolezza. Occorre, soprattutto, che le persone sappiano che esistono percorsi di cura, talvolta innovativi, anche per coloro che hanno già avuto il coraggio di bussare, di attraversare quella soglia e di affidare le proprie sofferenze alle cure.
Quando i tentativi si susseguono senza produrre il cambiamento sperato, infatti, il rischio non è soltanto legato alla persistenza dei sintomi. Il vero pericolo è che si estingua la fiamma della fiducia, che chi soffre veda le sfumature ingrigite del proprio dolore assumere tonalità nerastre, inossidabili, richiudendo in silenzio quella porta tanto faticosamente aperta. Non è raro che la persona continui a vivere una quotidianità apparentemente normale, pur avvertendo dentro di sé una crescente distanza dal mondo circostante, come se il rumore della vita provenisse da una stanza vicina e non fosse più possibile raggiungerla.
È proprio lì, davanti a quella porta che rischia di richiudersi, che la depressione resistente al trattamento assume il suo volto più drammatico. Non si tratta semplicemente di una depressione “più triste” o “più lunga”, ma di una condizione in cui il paziente ha già chiesto aiuto, ha già intrapreso cure adeguate, ha già investito fiducia, tempo e speranza, senza raggiungere il beneficio atteso. In questi casi il dolore non è più soltanto sintomo: diventa esperienza di fallimento, di stanchezza, di progressiva sfiducia nella possibilità stessa di guarire. Diventa il timore che ogni nuova strada conduca inevitabilmente allo stesso paesaggio interiore.
È a queste persone — e alle famiglie che spesso le accompagnano in silenzio lungo un percorso fatto di attese, ricadute e speranze interrotte — che si rivolge l’esperienza dell’Unità Operativa di Salute Mentale di Caserta. Presso l’UOSM 12 è attivo da anni un percorso specialistico dedicato alle forme depressive resistenti e ai quadri caratterizzati da elevata vulnerabilità suicidaria. In questo ambito, il trattamento con Esketamina ha rappresentato, in casi selezionati, una possibilità terapeutica ulteriore per pazienti che avevano ottenuto benefici insufficienti dai trattamenti antidepressivi convenzionali.
Ma curare non significa soltanto somministrare un trattamento. Significa anche interrogarsi sul perché alcune sofferenze sembrino resistere più di altre, sul perché alcuni pazienti rispondano poco o solo parzialmente alle cure, sul perché il dolore psichico, in determinate condizioni, sembri radicarsi in profondità, lasciando impronte che coinvolgono non soltanto la mente, ma anche il corpo.
Da queste domande nasce il progetto di ricerca dell’UOSM 12 di Caserta, orientato allo studio dei possibili legami tra depressione resistente, vulnerabilità suicidaria e infiammazione subclinica. L’obiettivo è osservare, attraverso il monitoraggio di specifici biomarcatori, se nel corpo restino tracce misurabili di quel processo complesso che chiamiamo depressione resistente e se tali tracce possano aiutarci a comprendere meglio l’andamento della malattia e la risposta ai trattamenti innovativi.
L’ipotesi di partenza è che, almeno in una parte dei pazienti, il dolore psichico possa accompagnarsi a modificazioni biologiche silenti, discrete e spesso invisibili. Comprendere tali meccanismi significherebbe aprire nuove prospettive terapeutiche e contribuire alla costruzione di una psichiatria sempre più personalizzata, capace di cogliere la singolarità di ogni storia e di ogni percorso di cura.
La sofferenza psichica non è una colpa. Non è una debolezza morale. Non è un difetto del carattere. È una condizione che può essere compresa, trattata e affrontata. Per questo motivo è importante non sottovalutare i segnali di disagio, soprattutto quando persistono nel tempo o quando i percorsi terapeutici intrapresi non hanno prodotto il miglioramento sperato.
Se un familiare, un amico o una persona cara sta attraversando un periodo di particolare sofferenza emotiva, se manifesta sintomi depressivi persistenti o se i trattamenti già effettuati non hanno prodotto il beneficio atteso, può essere utile richiedere una valutazione specialistica.
Tempi di reclutamento per essere selezionati e partecipare allo studio
Tempo 0 – momento di partenza della ricerca

Dal 18 giugno al 18 agosto

Per informazioni su:
Ambulatorio dedicato alle depressioni resistenti;
– Eventuale inserimento nel lavoro sperimentale;

Contattare il numero 3500392068.
Il numero sarà attivo per le richieste di informazioni e per la prenotazione delle valutazione nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì, dalle ore 10:00 alle ore 12:00

Direttore Ferraiuolo Fabrizio
Dott.ssa Piccirillo Milena
Dott. Russo Pietropaolo
Dott.ssa Scopetta Elena
Dott.ssa Serritella Cristina
Dott.ssa Tarantino Giulia