Il pianto neonatale, un linguaggio segreto da interpretare

Il pianto neonatale, un linguaggio segreto da interpretare

17 Agosto 2020 0 Di Teresina Moschese*

I genitori devono ricordare sempre che il pianto è l’unica parola posseduta dal neonato, e pertanto deve essere ben ascoltato.

 

Teresina Moschese

Il pianto neonatale, come comunicazione dei bisogni, può avere molteplici determinanti: fame, sonno, freddo, fastidio o dolore fisico, paura, stanchezza, rabbia, crisi di adattamento ormonale (il neonato finché si trova nella pancia della mamma è esposto ad alti tassi ormonali, che alla nascita diminuiscono di colpo: è come se soffrisse quindi di sindrome da astinenza), bisogno di essere consolato dopo un brusco risveglio, o semplicemente perché il neonato è triste o ha voglia di compagnia. Spesso si tratta di un pianto dovuto ad un accumulo di stress nel senso più ampio del termine. Ad esempio, una forte emozione, un rumore improvviso, una stimolazione eccessiva, lo spavento causato da un temporale. Un neonato può piangere anche solo per bisogno di vicinanza, bisogno di essere preso in braccio e di entrare in contatto, voglia di usare la voce, voglia di comunicare e di ricevere attenzione. Piangere, d’altronde è l’unica “parola” che il bambino possiede e sa utilizzare per comunicare.

Se ci poniamo in ascolto del neonato e lo osserviamo con attenzione, scopriremo che vi sono molte cose che egli può desiderare di comunicarci e che, a seconda della modalità con cui lo fa, è possibile decifrarle.

Riuscire ad interpretare il pianto del bambino come espressione dei suoi bisogni e manifestazione delle sue emozioni comporta indiscutibili benefici. Aiuta i genitori a reagire con meno irritazione ed insofferenza e pone in uno stato d’animo che permette di assumere un atteggiamento di ascolto, necessario per riconoscere le diverse sfumature di significato del pianto stesso.

Se la mamma, grazie al bonding, è in sintonia col bambino, la sua comprensione dei bisogni del proprio piccolo, è istintiva, esperienziale, vissuta nel proprio corpo.

Come possono i genitori scoprire i bisogni del bambino quando piange?

 Un primo passo sta nel ricordare sempre che il pianto è l’unica parola posseduta dal neonato, e pertanto deve essere ben ascoltato ed è sempre opportuno supportarsi a vicenda nel ricercarne le motivazioni, e provare, all’inizio per tentativi ed errori, nel fare tutto ciò che si ritiene opportuno ed utile per cogliere e soddisfare i bisogni del proprio bambino. Non si nasce genitori ed è per questo necessario un buon allenamento per imparare ad interpretare i bisogni dei propri figli.

A volte, nei miei corsi sulla genitorialità neonatale, le mamme o anche i papà, dinnanzi al pianto del proprio bimbo, appaiono goffi, impacciati ed in ansia. Ho riscontrato che questa loro reazione emotiva è attivata dal giudizio sociale e dallo stereotipo che il pianto del bambino sia fastidioso e che se un figlio piange per dieci minuti senza che la madre sia riuscita in breve tempo a consolarlo, vuol dire che non è una brava madre. Ecco perché molto spesso le mamme vanno in tilt quando un figlio piange in pubblico. In questo caso, a maggior ragione, un secondo passo utile quando ci si sente in ansia di fronte al pianto del proprio bimbo, è porsi delle domande, cercando di aprirsi ad un punto di vista nuovo, quello del bambino, chiedendosi ad esempio “che cosa sento che mi sta dicendo?”. Sia che sorrida sia che pianga, il suo pianto è legittimo, è comunicazione e, pertanto, abbiamo, come genitori, la responsabilità di prenderci del tempo per ascoltare i suoi bisogni e poi soddisfarli.

Un terzo aspetto importante, quando voglio calmare qualcun altro, è fare innanzitutto un esame di come mi sento: come posso calmare il mio bambino se io sono tesa/o o ansiosa/o? Esplorate quali tecniche di rilassamento vanno bene per voi e prendetevi qualche minuto, prima di interagire col neonato, per sentirvi ben centrati. Per quanto mi riguarda alle volte mi aiutano dei profondi respiri o stiracchiarmi per un po’ con tutto il corpo, talvolta ho bisogno di un po’ di musica dolce, o focalizzarmi sul mio colore preferito, o su ciò che di prezioso ho nella vita e via dicendo. Provate a trovare il vostro facilitatore!

Ultimo passo! Se avete bambini più grandi, è probabile che non piangano più in pubblico ed è probabile che vi siate dimenticati come ci si senta frustrati. Bene! Anche se è così, quando incontrate una mamma con un bambino che piange in modo dirompente non guardatela in modo sprezzante ed infastidito, ma rivolgetele una parola ed uno sguardo affettuosi, di fiducia nella sua capacità di comprendere i bisogni del suo bambino e di trovare le risposte. Ogni genitore ha il diritto a non entrare in panico e a sentirsi adeguato ed ogni bambino deve avere il permesso ed il diritto di piangere, senza per questo rovinare niente!

*Teresina Moschese