Dalla sessualità ai disturbi alimentari, Veronica Rossi: “Il corpo può diventare il linguaggio delle emozioni”

Dalla sessualità ai disturbi alimentari, Veronica Rossi: “Il corpo può diventare il linguaggio delle emozioni”

5 Settembre 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone

Psicologa clinica, Sessuologa, esperta di comunicazione e scrittrice. “Psicologia con ironia”, questo il più recente ed apprezzato progetto di Veronica Rossi.

Il titolo del progetto “Psicologia con ironia” è sicuramente accattivante. Le fa piacere illustrare i contenuti salienti della sua iniziativa?

“Psicologia con ironia” nasce dal desiderio di rendere la psicologia accessibile senza banalizzarla. È un progetto di divulgazione che porto avanti attraverso i social, ma anche in radio, negli eventi, negli incontri pubblici e nella formazione. Parlo di emozioni, relazioni, sessualità, desiderio, comportamento alimentare e di tutte quelle contraddizioni che caratterizzano l’essere umano.

L’ironia è utile per avvicinarsi alla psicologia, ed eventualmente al dolore, senza esserne immediatamente spaventati.

A volte una riflessione arriva più lontano quando ci strappa prima un sorriso e poi ci lascia una domanda. Il mio motto, infatti, è che la psicologia è una cosa seria, ma non seriosa.

Dal “divano di papà Freud” alla divulgazione. Il passo non è lunghissimo ma neanche tanto breve.

È un passaggio apparentemente breve, ma molto delicato. Sul lettino, o più propriamente nello studio clinico, incontriamo la complessità irripetibile di una persona. Nella divulgazione, invece, ci rivolgiamo contemporaneamente a migliaia di persone che hanno storie, sensibilità e bisogni differenti.

La difficoltà consiste nel semplificare il linguaggio senza semplificare l’essere umano. Un contenuto divulgativo può far nascere una riflessione, aiutare a riconoscersi o incoraggiare una richiesta d’aiuto, ma non può sostituire una valutazione clinica o una psicoterapia.

Freud, probabilmente, avrebbe avuto qualche difficoltà a condensare l’inconscio in un reel di sessanta secondi. Però credo che sarebbe stato molto incuriosito dai social: sono luoghi nei quali mostriamo moltissimo di noi e, contemporaneamente, costruiamo con grande attenzione ciò che desideriamo nascondere.

La sessualità, soprattutto in Freud, è al centro di molte osservazioni psicoanalitiche. A distanza di tanti anni dall’esordio di questa nuova scienza lei cosa ne pensa?

Freud ha avuto il grande merito di portare la sessualità fuori dal silenzio e di mostrarne la presenza nella vita psichica. Inoltre, ha ampliato il concetto di sessualità oltre il solo atto sessuale, collegandolo al desiderio, al piacere, alle fantasie, ai conflitti e alle relazioni.

Naturalmente alcune sue teorie risentono profondamente dell’epoca in cui sono nate, soprattutto rispetto alla femminilità, all’orientamento sessuale e ai ruoli di genere. Oggi abbiamo una visione più ampia e biopsicosociale: la sessualità nasce dall’incontro tra corpo, mente, storia personale, cultura e qualità delle relazioni.

Non è soltanto qualcosa che “facciamo”, ma un linguaggio attraverso il quale esprimiamo desiderio, paura, libertà, bisogno di conferme, intimità e vulnerabilità. Il contributo di Freud rimane fondamentale, purché non venga trasformato in un dogma. D’altronde, la psicologia evolve proprio quando riesce a dialogare con i propri padri senza sentirsi obbligata a obbedire loro.

La cifra esagerata che sta toccando il femminicidio lascia esterrefatti. È possibile che nessuno colga i segnali di un “amore malato”? Cosa rende ciechi protagonisti e comprimari?

Partirei da una distinzione fondamentale: il femminicidio non è semplicemente l’esito di una crisi irreversibile della coppia e non è un amore diventato improvvisamente “malato”. È l’espressione estrema di una dinamica di violenza fondata sul possesso, sul potere e sul controllo. Anche il successivo suicidio dell’autore non trasforma quanto accaduto in una tragedia romantica o in un gesto compiuto “per troppo amore”.

I segnali spesso esistono: gelosia ossessiva, controllo del telefono e degli spostamenti, isolamento dagli amici e dalla famiglia, svalutazione, minacce, controllo economico, stalking e incapacità di accettare una separazione. Il problema è che molti di questi comportamenti vengono ancora scambiati per manifestazioni di interesse: “È geloso perché mi ama”, “Vuole sapere dove sono perché si preoccupa”.

A rendere difficile il riconoscimento contribuiscono la paura, la vergogna, la dipendenza emotiva o economica, l’isolamento e l’alternanza tra violenza e momenti di apparente pentimento. La persona continua a sperare che torni l’uomo conosciuto all’inizio. Chi sta intorno, invece, può vedere soltanto frammenti della situazione, minimizzare o temere di intromettersi.

La responsabilità della violenza, però, appartiene sempre a chi la esercita. La domanda non dovrebbe essere soltanto “Perché lei non se n’è andata?”, ma soprattutto “Perché lui ritiene di poter controllare, minacciare o distruggere una donna che sceglie di essere libera?”.

Anoressia e bulimia sono in continua crescita. Cosa sta succedendo?

Quando parliamo di disturbi del comportamento alimentare, parliamo di un disagio sempre più complesso che trova nel corpo e nel cibo un linguaggio attraverso cui manifestarsi. Anoressia e bulimia non sono capricci, diete sfuggite di mano o semplice desiderio di essere magri: sono disturbi nei quali intervengono fattori biologici, psicologici, familiari, relazionali, sociali e culturali.

Viviamo in una società che ci invita continuamente a consumare, ma anche a controllarci; a mostrarci, ma possibilmente senza imperfezioni; a essere performanti, desiderabili e felici. Il corpo rischia così di diventare un progetto da correggere continuamente e il cibo può trasformarsi in uno strumento per gestire emozioni che non riescono a trovare parole.

Nell’anoressia il controllo del cibo può offrire un’illusione di padronanza quando il resto della vita viene percepito come incontrollabile. Nella bulimia l’abbuffata può rappresentare un tentativo di riempire, anestetizzare o scaricare una tensione, seguito però da colpa e bisogno di compensare. Non esiste comunque una spiegazione uguale per tutti.

Per questo è fondamentale cogliere precocemente i cambiamenti nel comportamento, nell’umore e nella vita sociale, senza aspettare che il disturbo diventi evidente sul corpo. E soprattutto ricordare che non basta dire “mangia”: occorre un percorso specialistico e multidisciplinare che si occupi della persona nella sua interezza.