Angelo Federico, 81 anni: da 17 vive grazie al trapianto di fegato

Angelo Federico, 81 anni: da 17 vive grazie al trapianto di fegato

4 Novembre 2026 Off Di La Redazione

Storie come questa riconciliano alla vita e così abbiamo pensato di metterla senza tagli e senza lavorarla, così come ci è giunta dal protagonista. Un uomo umile, come raramente ci è capitato di incontrare che, nel raccontare della sua sfida – vinta – con la morte, non fa riferimento mai alla sua luminosa carriera che lo ha portato a ricoprire il grado di generale dell’Aeronautica militare e neppur del coraggio e della fermezza, doti necessarie per affrontare la grave malattia che per poco non gli è costata la vita. No, il nostro protagonista si limita a descrivere e a ringraziare quanti, durante il calvario della malattia, gli hanno dato aiuto e solidarietà.

A far risaltare quanti gli hanno dato amore.

A seguire la storia …

OGGI, 3 NOVEMBRE, È IL GIORNO DELLA MIA NASCITA E  RINASCITA  

Una storia di vita, di medicina, di coraggio, di professionalità e di straordinaria  umanità. 

Oggi ho compiuto 81 anni. Una ricorrenza importante, che per me assume un  significato ancora più profondo, perché coincide con il giorno della mia seconda  nascita: il 3 novembre 2009, quando, presso il Centro Trapianti POIT San Camillo Spallanzani di Roma, fui sottoposto a un trapianto di fegato che mi ha restituito alla  vita. 

Sono trascorsi 17 anni da quel giorno, 17 anni durante i quali ho potuto continuare a  vivere, coltivare affetti, amicizie, interessi e passioni, godendo ancora oggi di ottima  salute e di una buona qualità della vita. 

Ma dietro questa straordinaria storia c’è una squadra di chirurghi ai quali devo  moltissimo. 

Quel 3 novembre 2009, l’équipe chirurgica era composta dal professor Giuseppe  Maria Ettorre, direttore dell’UOC Centro Trapianti di fegato, reni e pancreas e di  chirurgia generale e oncologica addominale, e dai dottori Gianni Vennarecci, Roberto  Santoro e Pasquale Lepiane. 

Una squadra di professionisti straordinari, formatasi, sotto la direzione del professor  Eugenio Santoro, il 1° dicembre 2001 presso l’Istituto Regina Elena di Roma e  successivamente protagonista di un importante percorso professionale e umano  presso il Centro Trapianti POIT San Camillo-Spallanzani. 

Un’équipe che, con competenza, dedizione e spirito di collaborazione, ha contribuito  in maniera determinante alla crescita e all’affermazione del Centro, ponendo basi  solide per il suo sviluppo futuro. 

Nel corso degli anni, i componenti di quella squadra hanno proseguito i rispettivi  percorsi professionali, raggiungendo prestigiosi incarichi di responsabilità e  diventando punti di riferimento in importanti strutture ospedaliere nazionali. 

Il lavoro e l’esperienza maturati da quell’équipe hanno lasciato un’eredità  professionale importante, sulla quale si è innestata l’attività delle successive équipe  chirurgiche, che hanno continuato a far crescere il Centro Trapianti del San Camillo Spallanzani, oggi riconosciuto come una realtà di eccellenza della sanità nazionale. 

Il Centro Trapianti POIT, nel frattempo, si è profondamente evoluto. Altri validissimi  chirurghi si sono aggiunti all’équipe, contribuendo a consolidare una realtà che oggi  rappresenta un centro di eccellenza della sanità nazionale.

Ma torniamo alla mia storia. 

Il mio trapianto rappresentò un caso particolarmente complesso e delicato, tanto da  essere effettuato in deroga ai protocolli allora vigenti, nonostante le numerose  controindicazioni cliniche. 

Diversi centri trapianti italiani avevano infatti rifiutato di procedere, non ritenendo  sufficientemente elevate le probabilità di successo dell’intervento. 

Il mio quadro clinico era estremamente compromesso: cirrosi epatica con  epatocarcinoma (HCC), tre noduli, il maggiore dei quali di 8 centimetri, alfa fetoproteina pari a 160.000, ipervascolarizzazione e trombosi della vena porta. 

Nel mese di maggio 2007 mi sottoposi a un trattamento di radioembolizzazione con  Ittrio-90, farmaco allora sperimentale, che attenuò e rallentò il processo  degenerativo dell’organo.  

All’epoca, un trattamento di questo genere, in presenza di trombosi portale, era  considerato generalmente controindicato o comunque non praticabile secondo gli  orientamenti clinici allora prevalenti. Soprattutto, non si riteneva possibile che un  paziente trattato in queste condizioni potesse successivamente accedere a un  trapianto di fegato con prospettive di successo.  

Il mio caso rappresentò, sotto il profilo clinico, una delle prime esperienze a livello  internazionale di questo genere, con un percorso terapeutico che, attraverso la  radioembolizzazione, condusse successivamente al trapianto di fegato, conclusosi  con successo.  

Si trattò di un’esperienza di grande rilevanza, che contribuì a mettere in discussione  convinzioni e preclusioni terapeutiche allora consolidate, aprendo nuove prospettive  nella gestione di casi particolarmente complessi». 

Insomma, una situazione ad altissimo rischio, nella quale le possibilità di  sopravvivenza erano considerate estremamente ridotte. 

Secondo le previsioni, mi restava forse una settimana di vita. Avevano cominciato a  manifestarsi anche i segni di un’encefalopatia epatica, dovuta all’accumulo di  ammoniaca, e mi trovavo ormai in una fase di declino finale. 

Eppure, in quel momento così difficile, ci fu una persona che credette fortemente  nella possibilità di salvarmi: il dottor Gianni Vennarecci.

Fu lui a battersi con determinazione affinché il trapianto venisse effettuato. Fu lui a  cambiare il mio destino, quando tanti altri erano contrari o nutrivano forti  perplessità. 

Come diceva il poeta Vittorio Alfieri: «Volli, e sempre volli, e fortissimamente volli». 

E lui, con la stessa determinazione, volle fortissimamente trapiantare Federico  Angelo! 

Non fu una decisione semplice. Le problematiche erano tante e nessuno sembrava  disposto a sostenere fino in fondo una scelta tanto rischiosa, anche per il timore di  compromettere il fegato destinato al trapianto. 

Il dottor Vennarecci, invece, non si arrese. Con la sua competenza, la sua  preparazione professionale, la sua determinazione e soprattutto la sua straordinaria  sensibilità umana, sostenne con convinzione la possibilità di offrirmi una nuova  opportunità di vita. 

Un professionista serio, preparato, dalle elevate qualità umane e professionali,  capace di esercitare la propria missione con umiltà, serenità, sensibilità e un grande  senso di vicinanza al paziente. 

E così il trapianto fu eseguito. 

Fu un successo! 

Un miracolo che, come amo sempre dire, non venne dal cielo, ma fu realizzato dalle  mani, dalla scienza, dalla competenza e dalla straordinaria professionalità dei  medici. 

Oggi sono qui, a distanza di 17 anni, in buona salute e con una qualità della vita che  rappresenta per me il risultato più bello e significativo di quella scelta. 

Quel trapianto, inoltre, contribuì ad aprire la strada ad altri interventi analoghi,  superando convinzioni e preclusioni che fino ad allora avevano rappresentato un  ostacolo. 

Il professor Ettorre è tuttora alla guida della sua UOC. 

Il dottor Gianni Vennarecci, nel 2019, vincitore di concorso, assunse la direzione del  Centro Trapianti di fegato e della Chirurgia epatica e addominale del prestigioso  Ospedale Cardarelli di Napoli. 

Il dottor Roberto Santoro è attualmente direttore dell’UOC della Divisione Chirurgica  dell’Istituto Regina Elena di Roma. 

Il dottor Pasquale Lepiane dirige invece l’UOC di Chirurgia dell’Ospedale di  Civitavecchia.

Naturalmente, conservo nei confronti di tutti questi professionisti una profonda stima  e riconoscenza. 

Tuttavia, consentitemi una particolare considerazione nei confronti del dottor  Vennarecci. 

Non me ne vogliano gli altri componenti dell’équipe, ma nei suoi confronti nutro una  riconoscenza e un affetto del tutto particolari, perché sono convinto che, senza il suo  impegno, la sua caparbietà e la sua determinazione nel difendere la scelta di  sottopormi al trapianto, oggi probabilmente non sarei qui a raccontare questa storia. 

Per me è stato determinante. 

E non è soltanto una questione di gratitudine per avermi salvato la vita. È anche il  riconoscimento di un modo di intendere la professione medica nel quale la  competenza scientifica si accompagna a una straordinaria sensibilità umana. 

Ho continuato a seguire il suo percorso professionale, mantenendo con lui rapporti di  stima e amicizia. Ci sentiamo, talvolta collaboriamo e abbiamo anche occasione di  incontrarci in alcuni convegni. 

La sua partenza dal POIT è stata certamente una perdita importante per noi  pazienti. Era un medico sempre disponibile, attento, comprensivo, capace di  trasmettere serenità e di far sentire il paziente seguito, ascoltato e, consentitemi il  termine, coccolato. 

Devo ammettere, comunque, che la notizia del trasferimento del dottor Vennarecci a  Napoli mi inorgoglì e mi procurò una grande gioia. 

Sono nato a Pompei e il legame con la mia terra non si è mai affievolito. Nonostante  la vita mi abbia portato altrove, ho sempre conservato nel cuore le mie radici, i  luoghi della mia infanzia e quel senso di appartenenza profondo che solo la propria  terra sa regalare. Per questo accolsi quella notizia con particolare entusiasmo:  sapere che il medico che aveva creduto in me e mi aveva restituito la vita avrebbe  svolto la sua attività proprio nella mia amata Campania rappresentò per me motivo  di autentica soddisfazione e di orgoglio. Inoltre, grazie alla mia costante presenza in  Campania, terra alla quale resto profondamente legato, avrei avuto la possibilità di  continuare a mantenere i rapporti con lui e di incontrarlo ancora nel corso degli anni. 

Nel 2019, quando lasciò il Centro Trapianti del POIT per assumere il nuovo incarico a  Napoli, l’associazione dei trapiantati Prometeo Tre, che ha sede presso il Centro  Trapianti, volle tributargli un riconoscimento particolare, consegnandogli una bella  pergamena quale testimonianza della stima, dell’affetto e della riconoscenza di tutti  noi.

Un gesto semplice, ma carico di significato, che rappresentava il sentimento di tanti  pazienti nei confronti di un medico che aveva saputo distinguersi non soltanto per le  sue capacità professionali, ma anche per le sue qualità umane. 

A Napoli il dottor Vennarecci ha intrapreso una nuova e impegnativa sfida  professionale. Ha dovuto superare difficoltà legate al cambio di ambiente e alla  limitata disponibilità di organi. 

Con pazienza, competenza e determinazione, ha lavorato per riorganizzare e  rilanciare il Centro. Ha perfezionato le tecniche chirurgiche, formato e specializzato  la propria équipe, potenziato le risorse professionali e dato alla struttura un indirizzo  organizzativo e operativo di grande professionalità. 

Ha contribuito altresì, con il suo modus operandi gentile, competente e disponibile,  ad incrementare la donazione di organi. 

Parallelamente, ha ricostruito e consolidato i rapporti con i reparti di epatologia e  con le strutture gastrointestinali degli ospedali della Campania, promuovendo  protocolli d’intesa e una rete di collaborazione aperta, efficace e priva di inutili  ostacoli burocratici. Un lavoro di collegamento e integrazione tra le diverse strutture  sanitarie che si è rivelato fondamentale non soltanto per il potenziamento  dell’attività trapiantologica, ma anche per il corretto funzionamento del Servizio  Sanitario Nazionale. La tempestiva presa in carico dei pazienti, la condivisione delle  competenze e la collaborazione tra centri specialistici consentono infatti di garantire  a tutti i cittadini, indipendentemente dalle condizioni economiche personali, l’accesso  a cure altamente specialistiche e complesse, come i trapianti d’organo,  completamente a carico del sistema pubblico. Un principio di equità e solidarietà che  rappresenta uno dei valori più alti e qualificanti della sanità italiana. 

I risultati di questo lavoro sono sotto gli occhi di tutti. 

Il Centro è arrivato, lo scorso anno, a eseguire 81 trapianti, un risultato davvero  importante, soprattutto considerando le difficoltà ambientali e organizzative nelle  quali si è trovato a operare. 

Un traguardo che testimonia capacità manageriali, competenza chirurgica, spirito  organizzativo e, soprattutto, una grande dedizione alla propria missione. Un risultato  che ha avuto ricadute positive non soltanto sul piano sanitario, ma anche su quello  sociale e umano. Il rafforzamento dell’attività trapiantologica del Centro ha infatti  contribuito a ridurre sensibilmente la cosiddetta “migrazione sanitaria” di molti  pazienti campani costretti in passato a rivolgersi a strutture del Centro e del Nord  Italia per ricevere cure altamente specialistiche. Oggi un numero sempre maggiore  di persone può affrontare percorsi diagnostici, terapeutici e trapiantologici di elevata  complessità nella propria regione, rimanendo vicino ai propri affetti e ai propri punti  di riferimento. Un’evoluzione che rappresenta non soltanto un vantaggio per i 

pazienti e le loro famiglie, ma anche una concreta prospettiva di ulteriore crescita e  potenziamento della trapiantologia in Campania, consolidando una rete assistenziale  sempre più efficiente, qualificata e vicina ai bisogni del territorio. 

Credo sinceramente che il dottor Vennarecci meriterebbe ancora maggiori  riconoscimenti per quanto ha realizzato e per il contributo che continua a offrire alla  sanità italiana e al mondo dei trapianti. 

So bene quanto sia impegnativa la sua attività. La donazione di organi e i trapianti  non conoscono orari, festività o giorni di riposo. 

Un’urgenza può presentarsi in qualsiasi momento e richiede disponibilità immediata,  presenza e grande senso di responsabilità. 

Questo comporta inevitabilmente sacrifici personali e familiari, che il dottor  Vennarecci affronta quotidianamente, avendo la famiglia a Roma. 

È una dedizione che merita rispetto e ammirazione. 

A lui va il mio più sincero augurio di poter raggiungere traguardi professionali ancora  più prestigiosi, continuando a svolgere la sua missione e a salvare tante, tantissime  vite umane. 

In questo periodo, a breve, ci sarà anche il venticinquennale della costituzione del  Centro Trapianti del POIT, una realtà di grande prestigio della sanità nazionale, alla  quale mi sento profondamente legato. 

Ecco perché il 3 novembre rappresenta una ricorrenza così speciale. 

Da una parte il mio compleanno, quest’anno il traguardo degli 81 anni; dall’altra  l’anniversario della mia rinascita, avvenuta grazie alla generosità di un donatore, alla  competenza di una squadra di chirurghi e alla determinazione di un medico che ha  creduto in me quando tanti altri avevano perso la speranza. 

Non dimentico e non dimenticherò mai nessuno di coloro che hanno contribuito a  rendere possibile tutto. 

Ma oggi voglio rivolgere un pensiero e un abbraccio particolari al dottor Gianni  Vennarecci. 

Grazie, dottore, per aver creduto in me, per essersi battuto per la mia vita e per  avermi dato la possibilità di festeggiare tanti altri compleanni. 

Le auguro innanzitutto tanta salute, serenità personale e familiare e ulteriori,  meritate soddisfazioni professionali. 

Che lei possa continuare a raccogliere i frutti del suo impegno e della sua dedizione,  portando avanti quella missione straordinaria che è salvare vite umane.

Con immutata stima, profonda riconoscenza e sincero affetto. Un abbraccio forte, forte! 

Angelo Federico