Angelo Girolami, il sapere al servizio della persona: “Insegnare significa anche ascoltare”

Angelo Girolami, il sapere al servizio della persona: “Insegnare significa anche ascoltare”

16 Ottobre 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone

Ha conseguito numerosi titoli accademici, tra cui le lauree in Biologia Molecolare e Cellulare e in Psicologia Cognitiva e Comportamentale, oltre a diversi master e specializzazioni, ed è attualmente psicanalista in formazione. Angelo Girolami è docente a contratto presso più università italiane e docente tutor coordinatore presso l’Università degli Studi Niccolò Cusano. Ha maturato una consolidata esperienza di insegnamento negli istituti scolastici di ogni ordine e grado. Cura percorsi formativi in ambito accademico e scolastico, accompagna bambini e adolescenti nel processo di apprendimento e offre sostegno psicologico a persone di tutte le età, dall’infanzia all’età anziana, promuovendo percorsi di crescita, consapevolezza e cambiamento.

Con tanta carne al fuoco, noi partiremmo con l’insegnamento.

L’insegnamento rappresenta uno dei fili conduttori del mio percorso. Insegno da dodici anni nella scuola italiana e mi occupo anche di formazione in ambito universitario: esperienze diverse, accomunate dall’attenzione alla persona e alle sue possibilità di crescita. Per me insegnare significa rendere il sapere accessibile, suscitare domande e aiutare chi apprende a sviluppare autonomia di pensiero. Questo richiede preparazione, ma anche ascolto: occorre conoscere chi abbiamo davanti, riconoscerne le risorse e comprendere gli ostacoli che incontra. La formazione biologica mi ha abituato al rigore e alla ricerca dei meccanismi che spiegano i fenomeni; la psicologia ha ampliato il mio sguardo sui processi cognitivi, emotivi e relazionali. Nell’attività didattica queste prospettive si intrecciano continuamente. Ogni alunno porta in classe la propria conoscenza del mondo, aspettative, paure e una storia personale. Tenerne conto aiuta a progettare un insegnamento più significativo e attento alle differenze individuali. Credo che il compito di un docente sia anche questo: creare le condizioni perché una persona possa scoprire e sviluppare capacità che ancora non riconosce in sé.

Neuroscienze, biologia e psicologia: le tre armi che lei impiega nei percorsi formativi o di cura.

Le definirei tre prospettive che possono dialogare e arricchirsi reciprocamente. La biologia permette di comprendere il funzionamento dell’organismo; le neuroscienze studiano le basi nervose dei processi mentali; la psicologia approfondisce i processi cognitivi, le emozioni, i comportamenti e le relazioni, prestando attenzione anche ai significati che ciascuno attribuisce alla propria esperienza. Il mio percorso è partito dalla biologia ed è proseguito con una laurea in psicologia a indirizzo cognitivo-comportamentale. Attualmente frequento una scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento freudiano-lacaniano. Questa formazione mi sollecita a interrogarmi sulla singolarità della persona, sulla sua parola e sui significanti che ricorrono nel suo discorso: parole ed espressioni che assumono un valore particolare nella sua storia, attraverso ripetizioni, associazioni e risonanze che possono andare oltre il significato immediato. Considero prezioso il confronto tra questi ambiti, mantenendo chiare le differenze tra metodi, competenze e livelli di spiegazione. Conoscere un processo biologico e comprendere il significato personale di una sofferenza sono compiti distinti, che possono tuttavia contribuire a una comprensione più ampia della persona. Nella formazione e nel sostegno psicologico porto questa attenzione: utilizzare conoscenze rigorose e lasciare spazio all’ascolto dell’esperienza individuale.

Oggi uno dei nuovi paradigmi della medicina sembra volgere verso la psiconeuroendocrinoimmunologia e il superamento del dualismo cartesiano. Lei cosa ne pensa?

Ritengo che la psiconeuroendocrinoimmunologia offra un contributo importante a una comprensione più integrata della salute, perché studia le relazioni tra processi psicologici, sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario. Sono dimensioni che distinguiamo per studiarle, ma che nell’organismo interagiscono continuamente. Pensiamo allo stress: un’esperienza vissuta sul piano emotivo può accompagnarsi a risposte nervose, ormonali e immunitarie; allo stesso tempo, le condizioni fisiche possono influenzare il benessere psicologico. Sul piano filosofico, queste conoscenze invitano a riflettere sui limiti di una separazione rigida tra mente e corpo. Sul piano della cura, richiamano l’attenzione sulla persona nella sua interezza, con il suo organismo, la sua storia e le sue relazioni. Si tratta di ampliare la comprensione della salute, valorizzando il dialogo tra dimensioni biologiche, psicologiche e sociali. Occorre però evitare una semplificazione: riconoscere queste connessioni non significa affermare che ogni malattia abbia un’origine emotiva o che basti “pensare positivo” per guarire. Sarebbe scorretto e rischierebbe di far sentire la persona colpevole della propria condizione. Condivido quindi una prospettiva di collaborazione tra professionisti, nella quale l’attenzione alla singolarità della persona si accompagni al rigore scientifico e alla scelta di interventi sostenuti da prove di efficacia.

Alimentarsi bene è uno dei “segreti” di lunga vita.

Direi che è uno dei pilastri della prevenzione. Un’alimentazione varia ed equilibrata contribuisce a ridurre il rischio di diverse malattie croniche. Le indicazioni fondamentali comprendono un consumo adeguato di verdura, frutta, legumi e cereali integrali, limitando gli eccessi di sale, zuccheri liberi e grassi saturi ed evitando, per quanto possibile, i grassi trans di produzione industriale. La parola “segreto”, però, può suggerire l’esistenza di un alimento miracoloso o di una formula valida per tutti. Preferisco parlare di abitudini sostenibili nel tempo, da considerare insieme al movimento, al sonno, alla prevenzione sanitaria e alle condizioni di vita. Da psicologo mi interessa anche il rapporto che costruiamo con il cibo: il piacere, la convivialità, le abitudini familiari e i significati che attribuiamo al mangiare. Parlare di salute richiede attenzione anche a questi aspetti, evitando che la ricerca del benessere si trasformi in senso di colpa o in un controllo esasperato. Le possibilità di scelta dipendono inoltre dalle risorse economiche, dal tempo disponibile e dall’accesso a informazioni attendibili. Promuovere una buona alimentazione significa anche rendere le scelte salutari concretamente accessibili e praticabili.

La violenza di questi anni lascia basiti: sulle donne, tra giovanissimi e attraverso i social. Qual è la sua riflessione?

La prima responsabilità, a mio avviso, è ascoltare e proteggere chi subisce violenza. È poi necessario comprenderne le diverse forme, perché la violenza contro le donne, quella tra giovanissimi e il cyberbullismo richiedono interventi specifici. Nella violenza contro le donne è essenziale riconoscere il ruolo del controllo, della sopraffazione e delle disuguaglianze di genere. La prevenzione richiede un lavoro coordinato tra scuola, servizi, sanità e giustizia, insieme alla promozione di relazioni fondate sulla parità e sul rispetto. Come educatore e psicologo, ritengo fondamentale aiutare a distinguere l’affetto dal possesso: il rifiuto, la libertà e l’autonomia dell’altra persona devono essere rispettati. Con i più giovani occorre lavorare sul riconoscimento delle emozioni, sulla gestione dei conflitti, sul consenso e sulla responsabilità delle proprie azioni. Gli adulti hanno un compito decisivo anche attraverso l’esempio quotidiano: il modo in cui affrontiamo un dissenso, accettiamo un limite o parliamo degli altri ha un valore educativo. Attraverso i social, inoltre, un’aggressione può raggiungere rapidamente un pubblico molto ampio e continuare a colpire la vittima anche dentro casa. Il cyberbullismo richiede quindi ascolto, strumenti di segnalazione e adulti capaci di intervenire senza minimizzare. Credo che l’indignazione debba tradursi in una presenza concreta: accorgersi di ciò che accade, prendere sul serio una richiesta di aiuto e assumersi la responsabilità di intervenire. La prevenzione passa anche da ciò che scegliamo di non lasciar correre.