Broncopatie, in Campania sono circa 300mila i pazienti che soffrono di BPCO
16 Ottobre 2026Le diagnosi arrivano in ritardo, a volte anche 16 anni dopo la comparsa dei primi sintomi.
Sono circa 300mila i cittadini campani che convivono con la Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO), una delle principali malattie respiratorie croniche e ancora oggi fortemente sottodiagnosticata. I primi sintomi possono comparire già dopo i 40-50 anni, ma il riconoscimento della patologia può arrivare molto più tardi, in alcuni casi anche molti anni dopo l’esordio dei sintomi. È uno dei temi che sarà trattato da domani a Lacco Ameno, sull’isola d’Ischia, nel corso dell’evento “Asma, BPCO e Malattie Polmonari Rare: Certezze, Necessità e Soluzioni”, che vedrà impegnati oltre numerose eccellenze italiane di rilievo nazionale ed internazionale in ambito pneumologico presso il Centro Congressi Auditorium Leonardo Carriero. Il principale fattore di rischio per la BPCO resta il fumo di tabacco, ma alla comparsa della malattia possono contribuire anche l’esposizione all’inquinamento atmosferico e ambientale, che purtroppo in Campania è ancora oggi un grosso problema di salute pubblica, le infezioni respiratorie e la predisposizione individuale. Proprio la lunga fase nella quale i sintomi possono essere sottovalutati rappresenta uno dei principali problemi nella gestione della patologia: tosse cronica, produzione di catarro e progressiva difficoltà respiratoria vengono spesso attribuiti all’età o al fumo e non conducono tempestivamente agli approfondimenti necessari. Da qui la necessità, ribadita dagli specialisti, di rafforzare in Campania i percorsi che collegano medicina generale, specialistica pneumologica e strutture ospedaliere, così da intercettare più precocemente i pazienti e garantire modalità di presa in carico omogenee sul territorio. «Il problema non è soltanto quanti pazienti abbiano già una diagnosi, ma quanti convivano per anni con la malattia senza sapere di averla – sottolinea il professor Alessandro Vatrella, professore ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Università degli Studi di Salerno e responsabile scientifico del congresso assieme al Professore Antonio Molino, associato di pneumologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dobbiamo ridurre questa zona d’ombra, costruendo una rete nella quale il medico di medicina generale possa riconoscere precocemente i segnali di rischio e avere un collegamento rapido con lo specialista. Una diagnosi tempestiva consente di intervenire quando è ancora possibile incidere in maniera significativa sulla progressione della malattia, sulle riacutizzazioni e sulla qualità di vita del paziente. In Campania il percorso avviato negli ultimi anni deve ora diventare sempre più strutturale e uniforme su tutto il territorio regionale». Un percorso che passa anche attraverso modelli organizzativi già avviati in Campania, tra cui l’esperienza del progetto AGIRE, finalizzata a rafforzare l’integrazione tra territorio e centri specialistici e a ridurre la frammentazione nella gestione del paziente respiratorio cronico. Accanto alla diagnosi precoce, dal convegno è arrivata anche l’indicazione di una pneumologia sempre più orientata verso la medicina personalizzata. Particolare attenzione è stata dedicata alle nuove prospettive terapeutiche offerte dai farmaci biologici nella BPCO, che potrebbero trovare indicazione in specifici sottogruppi di pazienti identificati attraverso le caratteristiche cliniche e il profilo infiammatorio. «Stiamo passando progressivamente da un modello nel quale pazienti con la stessa diagnosi venivano trattati in maniera sostanzialmente sovrapponibile a un approccio che cerca invece di identificare le caratteristiche biologiche della malattia nel singolo individuo – spiega il Professore Antonio Molino, associato di pneumologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. I farmaci biologici rappresentano una delle prospettive più interessanti per alcuni fenotipi di BPCO e possono affiancare, nei pazienti appropriati, le terapie inalatorie che rimangono il cardine del trattamento. La sfida sarà individuare con precisione chi può realmente beneficiare di queste nuove opzioni, evitando automatismi e puntando su una terapia sempre più personalizzata»


