Inclusione, crocifisso e social: Cristian Ruggieri racconta la scuola delle differenze
31 Agosto 2026
Attraverso il profilo @sostegnoconcris su Instagram Cristian Ruggieri, docente di sostegno nella scuola secondaria di primo grado,condivide contenuti dedicati all’inclusione scolastica, creando occasioni di confronto tra insegnanti, educatori e persone interessate al mondo della scuola e dell’educazione inclusiva.
Includere significa accogliere ed in special modo accogliere il diverso perché è nell’aprirsi e non nel chiudersi che si sono costituite le grandi società di tutti i tempi.

La scuola è, per sua natura, il laboratorio delle differenze per antonomasia: ogni classe è composta da alunni diversi per background, bisogni, tempi, modalità di apprendimento e di relazione, e proprio questa eterogeneità può trasformarsi in una concreta palestra di cittadinanza, dove si impara a riconoscere l’altro, a confrontarsi e a costruire insieme. Tuttavia, credo sia importante non romanticizzare la diversità, perché essa porta con sé anche complessità, fatica e talvolta conflitto: come insegnanti lo sperimentiamo quotidianamente quando ci troviamo a progettare percorsi pensati per rispondere a funzionamenti differenti. L’inclusione è una sfida tutt’altro che semplice, ma la scuola può diventare un luogo privilegiato in cui la differenza non viene semplicemente accolta, bensì trasformata in una risorsa per la crescita individuale e collettiva.
In un mondo impaurito che sembra puntare sempre sull’isolamento degli Stati e delle persone certe tematiche risultano ostili.

Nella storia, la politica non sempre è stata capace di accogliere e includere le differenze e, talvolta, ha persino cercato di correggerle o contenerle, perché l’uniformità appare più ordinata, prevedibile, controllabile e quindi più facilmente governabile. Credo che nell’essere umano sia quasi connaturata una certa sensazione di spaesamento di fronte a ciò che è nuovo o diverso da ciò a cui è abituato, senza che questo debba necessariamente tradursi in paura o repulsione. Tuttavia, non possiamo limitarci ad assecondare questo impulso: è necessario educare fin dall’infanzia alla consapevolezza che non possiamo scegliere con chi condividere il mondo. La scuola, in questo senso, deve essere una vera palestra di cittadinanza, un luogo in cui bambini e adolescenti possano sperimentare quotidianamente la pluralità e imparare che la diversità non è un’eccezione da tollerare, ma la condizione normale dell’esistenza umana. Anche la politica dovrebbe assumere questa responsabilità educativa e culturale, non alimentando la diffidenza verso ciò che si discosta dalla norma, ma aiutando i cittadini a trasformare l’incertezza di fronte al diverso in una genuina curiosità.
In alcune scuole l’inclusione è portata agli estremi limiti per cui non diventano inclusivi il Presepe o l’immagine del Cristo crocifisso. Anche questo, purtroppo, a noi pare un eccesso. Lei cosa ne pensa?

Credo che la questione del crocifisso nelle aule scolastiche venga spesso affrontata attraverso una contrapposizione un po’ troppo semplice tra chi lo considera un simbolo da rimuovere in nome dell’inclusione e chi, al contrario, lo difende come baluardo della propria identità culturale, quasi che la sua eliminazione rappresentasse una resa alle culture dei popoli che accogliamo. A mio avviso, però, la domanda dovrebbe essere posta in modo diverso: non tanto chiedersi se il crocifisso possa offendere o escludere gli alunni di altre culture e religioni, quanto interrogarsi sul significato che quel simbolo ha oggi per le nuove generazioni. È infatti tutt’altro che scontato che siano gli studenti immigrati, ad esempio di fede musulmana, a percepirne maggiormente l’inadeguatezza; forse sono proprio molti giovani italiani a non riconoscersi più in una dimensione religiosa così forte da giustificarne la presenza come elemento identitario della scuola pubblica. Questo non significa negare il ruolo fondamentale che il cristianesimo ha avuto nella costruzione della nostra storia e della nostra cultura: anche in una società completamente secolarizzata, le sue tracce rimarrebbero profondamente inscritte nella nostra civiltà. La questione, allora, è distinguere tra il riconoscimento delle nostre radici storiche e l’affermazione di una precisa appartenenza religiosa nel presente. Dovremmo chiederci, in altre parole, se il crocifisso nelle aule debba ricordarci da dove veniamo oppure suggerire, ancora oggi, quale debba essere la norma religiosa di riferimento. È una distinzione importante, perché l’inclusione non dovrebbe consistere nel cancellare la propria storia, ma nemmeno nel trasformarla in un’identità obbligatoria per chi quella storia la vive nel presente in modo diverso.
In altre scuole invece succede l’opposto e l’inclusione viene vissuta come uno sterile obbligo di legge, anche in questo caso, noi dissentiamo. Esiste una formula più giusta per dare piena attuazione a questo progetto educativo improntato alla solidarietà?
Il rischio è quello di vivere l’inclusione come un semplice adempimento burocratico, un obbligo di legge che non modifica realmente il modo di fare scuola. Questo accade soprattutto quando l’apprendimento viene concepito come una questione esclusivamente individuale e competitiva e quando la progettazione didattica per il gruppo classe rimane interamente nelle mani del docente curricolare, mentre il docente di sostegno viene relegato al solo alunno con disabilità. Nel nostro sistema, invece, il docente specializzato per il sostegno è docente della classe e il suo compito non si esaurisce nell’affiancamento del singolo, ma consiste, insieme al collega curricolare, nella coprogettazione di interventi rivolti all’intero ambiente di apprendimento. Oggi le nostre classi sono realtà estremamente eterogenee: vi sono alunni con DSA o ADHD, studenti con background migratorio che necessitano di supporto sul piano linguistico, ragazzi che attraversano difficoltà emotive o provengono da contesti socialmente svantaggiati. Ma, in fondo, ogni alunno è portatore di bisogni propri, perché ogni persona è unica e irripetibile; e, in questo senso, potremmo provocatoriamente dire che persino noi insegnanti abbiamo i nostri “bisogni speciali”. È proprio questa consapevolezza che ci permette di superare la visione binaria che separa nettamente l’alunno “normodotato” da quello con una difficoltà certificata. L’inclusione non dovrebbe quindi essere una risposta costruita a posteriori per chi si discosta dalla norma, ma una caratteristica della didattica fin dalla sua progettazione. In questa prospettiva, l’Universal Design for Learning rappresenta un riferimento prezioso: una coprogettazione condivisa tra docente curricolare e docente di sostegno che, partendo dalla variabilità degli studenti e non da un alunno astrattamente “standard”, costruisca fin dall’inizio una didattica plurima, flessibile e accessibile, capace di offrire a ciascuno differenti possibilità di partecipare, comprendere ed esprimere ciò che ha imparato.
Su questo tema ad alto impatto lei come percepisce il popolo dei social?
Sui social network la questione dell’inclusione sembra essere percepita in modo tutt’altro che univoco: molti ne condividono il principio, ma criticano la distanza tra i valori dichiarati e le condizioni concrete in cui la scuola è chiamata a realizzarli, tra classi numerose, carenza di risorse, formazione insufficiente e una frequente delega dell’alunno con disabilità al solo docente di sostegno. Parallelamente, emerge anche la posizione di chi teme che un’inclusione vissuta come “obbligo” possa penalizzare il resto della classe o abbassare gli standard di apprendimento.
Aggiungerei una riflessione sulla crescente presenza dei docenti e delle cosiddette “pedagostar” sui social network. Credo sia importante distinguere nettamente tra chi utilizza questi strumenti per fare divulgazione, condividere esperienze e contribuire al dibattito educativo e chi, invece, finisce per trasformare la professione docente in un prodotto da esibire, inseguendo le logiche e i linguaggi dei trend di TikTok con l’obiettivo principale di ottenere visibilità e monetizzare. Il rischio, in quest’ultimo caso, è quello di spettacolarizzare il lavoro dell’insegnante, trasformando la scuola in un set e gli alunni in comparse di un contenuto destinato ai social. Penso soprattutto alla pratica, a mio parere inaccettabile, di riprendere ciò che accade in classe o rendere riconoscibili gli studenti per aderire a una tendenza del momento. La divulgazione educativa può essere preziosa, ma dovrebbe mantenere una responsabilità proporzionata alla delicatezza del contesto in cui si opera: non tutto ciò che può diventare contenuto deve necessariamente diventarlo.


