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L’invidia impedisce il dialogo e avvelena i rapporti

L’invidia impedisce il dialogo e avvelena i rapporti

18 Febbraio 2025 Off Di Nello Clemente

In questi giorni “improvvisati” giornalisti o “opinionisti” si scagliano contro personaggi politici e mi hanno chiesto il mio parere di giornalista e scrittore. Da quanto ho potuto attingere e da quanto mi hanno mostrato credo che la molla che spinge persone piene di livore a simili atteggiamenti è che forse sono motivati dall’invidia. L’invidia è una parola che viene dal latino in-vido, “guardare male” e nel dirlo è superbo Dante (canto XIII del Purgatorio). Invidiare è un qualcosa che crea il vuoto nel cuore di chi la prova, e addolora quello di chi la subisce. L’invidia ha a che vedere con la rabbia ed il risentimento per quello che erroneamente si pensa sia dovuto e non si medita sugli atteggiamenti e le motivazioni che possono aver tradito le aspettative. In genere chi invidia pretende che gli venga dato qualcosa e, quindi, si scaglia ferocemente con chi crede che gliel’abbia tolto. Il problema, e non soltanto a livello politico e sociale, nasce dal fatto che se il singolo, l’Amministrazione o l’Ente possiedono qualcosa di cui tu senti la mancanza, non è necessariamente tuo diritto averlo o te lo stanno togliendo, quindi il malumore dell’invidioso è come chi costruisce la casa sulla sabbia, cioè è privo di fondamenta logiche. L’invidioso è anche stupido perché l’invidia è l’unico vizio a non procurare piacere a chi la vive. Per assurdo la “gola”, la lussuria e l’avarizia provocano piacimento e gioia nel possesso; la superbia si compiace della propria eccellenza; l’ira dello sfogo dell’aggressività e l’accidia dell’ozio, ma l’invidioso non può ottenere nulla di buono per sé, anzi si procura solo sofferenza e dolore, una pena immensa che dirige contro sé stesso. L’espressione “verde d’invidia” si riferisce al “colore” di questa passione che divora il fegato e secerne umori venefici. Purtroppo conosco individui arroganti e invidiosi pervasi dal veleno dell’invidia e non c’è antidoto per loro: non so se fu invidia o superbia quella che mosse Lucifero alla ribellione, ma già Caino che uccide Abele è il padre dell’invidia e della gelosia. Ovidio, nelle Metamorfosi, dà una particolareggiata descrizione dell’invidia, dicendo che è solita cibarsi di carne di vipera. L’invidia è stata personificata anche in pittura: Giotto la immortala nella “Cappella degli Scrovegni” (Padova) raffigurandola come una donna avida che tiene stretti a sé i propri averi mentre brucia del suo stesso male. Una serpe le esce dalla maldicente bocca per entrare nei suoi occhi ed avvelenare così con lo sguardo. Forse, colui che s’erge a difensore dei “deboli” non s’accorge di essere come Jago, divorato e ossessionato dal sentimento dell’invidia che si tramuta in odio, per cui mette la sua diabolica intelligenza per distruggere Otello il Moro, Cassio il bello, la splendida e candida Desdemona.  La possibilità di “guarire” non è difficile da raggiungere: bisognerebbe accontentarsi di quello che si ha, di quello che si è! Ma la cosa paradossale è che spesso sono individui (volutamente non ho scritto “persone”) che ricordano Mazzarò il protagonista della novella “La roba” di Giovanni Verga compresa nella raccolta “Novelle rusticane” (1883). Mazzarò attraverso l’utilizzo di imbrogli, riesce ad appropriarsi delle terre del padrone; diventato ricco ma avaro, il suo unico scopo è possedere così tanta terra da eguagliare quella del re. Divenuto vecchio, pensando che la morte sia ormai vicina, è disperato perché sa di non poter portare con sé le ricchezze accumulate ed infine uccide gli animali delle sue proprietà percuotendoli con un bastone e gridando: “Roba mia, vientene con me!”. Spesso l’invidioso è simile ad un “drogato” perché difficilmente riesce a cogliere la differenza tra ciò che esiste realmente e ciò che è frutto di una sua percezione distorta e aberrante. Nelle opere di Cicerone, di Plutarco, di Sant’Agostino, di Tommaso d’Aquino possiamo leggere l’interpretazione dell’invidia in rapporto ad altre passioni. L’invidia viene associata da Dante ad altri vizi: fa dire a Ciacco che «superbia, invidia ed avarizia sono / le tre faville che hanno i cuori accesi» (Inf., VI, vv. 74-75). Avarizia, invidia, rabbia, infatti, non portano a un discernimento per una salvifica μετάνοια (metánoia): a un profondo mutamento nel modo di pensare, di sentire, di giudicare le cose. Non ci pensiamo abbastanza ma anche l’invidia, come tutti i sentimenti umani, esprime una relazione o comunque un tentativo di relazione. Purtroppo naufraga il ponte del dialogo perché l’invidia stravolge la capacità di giudizio. Si fa dialogo incontrando l’altro, a contatto con il prossimo. Il dialogo è un vissuto dialogico. È indossare i panni dell’altro e, nella logica dell’incarnazione, è compassione, ossia sentire, provare, prendere su di sé, la miseria, il peccato, dell’altro. Il dialogo è accoglienza: “Io accolgo te”, cioè un atto sponsale che apre e crea la comunione.

*teologo, giornalista, scrittore

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