Covid, sei anni dopo: le conseguenze a lungo termine restano la principale eredità della pandemia
18 Settembre 2026A tre anni dalla dichiarazione ufficiale della fine della pandemia di SARS-CoV-2 da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità, il Covid-19 ha perso gran parte dell’impatto mediatico e sanitario.
Il Covid-19 non rappresenta più la minaccia sanitaria acuta che aveva caratterizzato i primi anni della pandemia. L’evoluzione del virus, l’immunità acquisita attraverso vaccinazione e infezioni precedenti e la disponibilità di strumenti terapeutici hanno modificato profondamente il quadro clinico. Il principale problema clinico ancora aperto è rappresentato dal Long Covid e dalla condizione post-Covid (post-COVID syndrome, PCS), per i quali le opzioni terapeutiche rimangono limitate.
Long Covid e PCS vengono spesso utilizzati come sinonimi, anche se identificano condizioni definite su scale temporali differenti. Per Long Covid si intendono generalmente sintomi post-acuti che persistono oltre quattro settimane dall’infezione, mentre la PCS indica una compromissione della salute che permane oltre 12 settimane.
L’analisi pubblicata da Medscape individua quindi due priorità: migliorare il trattamento delle sequele del Covid e valutare se le terapie disponibili nella fase acuta possano ridurre il rischio di Long Covid e PCS.
Secondo le stime disponibili, fino al 10% delle infezioni sintomatiche può essere seguito da sintomi persistenti. Il rischio è passato dal 27-34% osservato con il virus originario, Alpha, Delta e Omicron BA.1 all’11-14% delle successive sottovarianti di Omicron.
Il numero complessivo di persone interessate rimane comunque elevato. Secondo le stime circa 5 milioni di persone nel mondo continuano a presentare sintomi, in una parte dei pazienti il quadro può assumere caratteristiche compatibili con encefalomielite mialgica/sindrome da fatica cronica (ME/CFS), con una persistenza dei sintomi anche per periodi molto prolungati.
La persistenza dei sintomi ha conseguenze che vanno oltre la dimensione clinica, perché può determinare riduzione della capacità lavorativa, assenze dal lavoro e necessità di assistenza e riabilitazione. Un rapporto OCSE ha valutato gli effetti economici diretti e indiretti del Long Covid e della PCS. Secondo le stime, nei prossimi dieci anni il carico aggiuntivo per i sistemi sanitari potrebbe raggiungere 11 miliardi di dollari all’anno. L’impatto sulla produzione economica è stimato in una riduzione dello 0,2% del Pil annuo, pari a un costo economico complessivo di circa 135 miliardi di dollari l’anno. Si tratta di modelli basati su scenari relativi alla persistenza della condizione e al suo impatto sanitario ed economico.
In assenza di una terapia farmacologica specifica con efficacia consolidata, la gestione clinica del Long Covid rimane principalmente basata sulla valutazione individuale dei sintomi, sul trattamento delle manifestazioni specifiche e sulla riabilitazione.
Tra i farmaci valutati in quest’ottica c’è la combinazione che comprende nirmatrelvir, inibitore della principale proteasi di SARS-CoV-2, e ritonavir, utilizzato come potenziatore farmacocinetico. L’interesse per questa strategia nasce anche dal fatto che gli antivirali possono ridurre la replicazione virale e accelerare la risoluzione dell’infezione. La domanda ancora aperta è se questa riduzione dell’esposizione virale possa tradursi anche in una minore probabilità di sviluppare conseguenze persistenti.
Un primo dato prospettico arriva dallo studio randomizzato e controllato con placebo PANORAMIC Norway, che ha visto una riduzione relativa del rischio del 40%, ma deve essere interpretato con cautela per la ridotta dimensione del campione e non significa che nirmatrelvir/ritonavir possa essere utilizzato come trattamento del Long Covid già instaurato.
La distinzione è importante: la nuova linea guida dell’European Respiratory Society suggerisce l’impiego di antivirali durante la fase acuta per prevenire il Long Covid, soprattutto nelle persone a maggior rischio, ma suggerisce di non utilizzare nirmatrelvir/ritonavir per il trattamento della condizione persistente.
Per i pazienti che presentano già le conseguenze a lungo termine la ricerca sta valutando gli antistaminici loratadina e famotidina, la colchicina e l’anticoagulante orale diretto rivaroxaban. I risultati disponibili non consentono però di considerare queste terapie efficaci contro la fatigue associata al Long Covid. Rimane da verificare se strategie farmacologiche combinate o integrate con altri interventi possano offrire benefici maggiori.
La nuova linea guida ERS sulla prevenzione e il trattamento del Long Covid comprendono 10 raccomandazioni e prendono in considerazione vaccinazione, antivirali nella fase acuta, trattamento farmacologico dei sintomi, terapia cognitivo-comportamentale e riabilitazione personalizzata.
Resta invece separato il tema dell’origine di SARS-CoV-2. Nel 2025 il gruppo scientifico SAGO dell’OMS ha concluso che il peso delle evidenze disponibili suggerisce un’origine zoonotica; tuttavia, non ha potuto valutare completamente l’ipotesi di un ingresso del virus nella popolazione attraverso una violazione della biosicurezza e per questo ha affermato che tutte le ipotesi devono rimanere aperte.
A sei anni dall’identificazione del virus, la sfida clinica rimane quindi quella di ridurre il rischio di conseguenze a lungo termine e di individuare trattamenti efficaci per i pazienti che le hanno già sviluppate.


