Suor Anna Monia Alfieri, la scuola non è un distributore automatico di nozioni

Suor Anna Monia Alfieri, la scuola non è un distributore automatico di nozioni

9 Febbraio 2021 1 Di Anna Mozzi e Pasquale Maria Sansone

La scuola oggi è incapace di sviluppare quelle competenze e quei talenti che sono necessari per continuare ad appartenere a una società industriale avanzata. È talmente distaccata dalle vere esigenze del mondo del lavoro da essere diventata, in larga misura, una fabbrica di disoccupati con la laurea (Piero Angela) .
La Scuola italiana, in perenne sofferenza a causa della scarsa attenzione della politica per la formazione ed il futuro dei giovani, si è dovuta misurare anche con la pandemia e con le restrizioni atte ad evitare il contagio. La DAD, unica possibilità per mantenere in vita il rapporto docente-discente sembra non essere davvero una soluzione esaustiva e molti studenti, famiglie, insegnanti e dirigenti scolastici hanno plaudito al ritorno parziale della didattica in presenza. Non sono pochi, però, gli esperti che predicano prudenza nonostante i dati incoraggianti degli ultimi giorni: “Febbraio e marzo saranno quelli più difficili”, ha detto al Messaggero Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro della Salute e docente dell’università Cattolica, aggiungendo che “avremo un incremento dei nuovi casi positivi fra tre-quattro settimane. Ormai l’andamento di questa epidemia è prevedibile. Sarebbe importante evitare gli assembramenti, ma mi pare evidente che i semplici suggerimenti non hanno alcuna efficacia. Se a questo aggiungiamo che sono state riaperte le scuole, abbiamo la certezza di vedere presto un incremento di casi”.

“L’analisi della curva della percentuale dei positivi sui tamponi, sia a livello nazionale che in alcune regioni, fornisce segnali di allarme”, osserva Sebastiani. Le misure relative alle regioni che erano nella fascia gialla a novembre “si sono già dimostrate a dicembre inefficaci per il contenimento dell’epidemia e l’appartenenza a questa fascia potrebbe essere interpretata come un ‘liberi tutti’, come i fatti di questi giorni sembrano mostrare “, emerge dall’analisi condotta dal matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘Mauro Picone’ del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Iac).

Se poi si considera anche il progressivo inizio delle attività in presenza delle scuole superiori, le condizioni più vantaggiose per la circolazione del coronavirus in questo periodo dell’anno, la diffusione di varianti del virus con maggiore capacità di trasmissione, “ci sono – dice il matematico – i presupposti per un probabile aumento significativo della diffusione dell’epidemia nelle prossime settimane“. Sebastiani, dunque conferma il ruolo importante che le scuole possono avere nelle dinamiche del contagio.

D’altronde i rischi restano comunque gli stessi di settembre. Ecco così che il professor Massimo Galliprimario del reparto Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, ricorda che “Questa malattia in almeno il 40% dei casi è asintomatica ma coloro che sono in quel 40% la malattia la trasmettono eccome. Teniamo conto del fatto, poi, che lavoratrici e lavoratori che devono operare in pubblico, non sono più giovanissimi e questa è una considerazione su cui dovremmo fare una valutazione di rischio“. Sappiamo, infatti, che gli asintomatici per eccellenza sono i bambini e i giovani in generale.

Eppure, la Ministra Azzolina, intervenuta con un video proprio per commentare il ritorno a scuola, ha ribadito il “solito” concetto: la scuola non è un fattore accelerante del Covid-19, sostenendo che “in queste settimane, dove alle superiori si è aperto per primi, i contagi sono rimasti stabili.” “È un elemento che conforta, ma l’attenzione deve rimanere molto molto alta. La scuola va protetta anche fuori dalle aule. E questa è una responsabilità di tutti. Ricordiamocelo sempre”.

Di Scuola in generale e dell’influenza del Covid-19 sull’attività scolastica parliamo con un’esperta di vaglia.

Anna Monia Alfieri, religiosa delle Marcelline, si è laureata in Giurisprudenza nel 2001, in Economia nel 2007, conseguendo anche il Diploma Superiore di Scienze Religiose.

È legale rappresentante dell’Istituto di Cultura e di Lingue Marcelline. Tra le voci più accreditate sui problemi dell’organizzazione dei sistemi formativi, collabora con la Divisione Enti non Profit di Altis (Alta Scuola Impresa e Società) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, per l’organizzazione dei corsi di Alta Formazione (in management e alta dirigenza scolastica) per gli Istituti Religiosi e per la docenza negli stessi.

Dal 2016 fa parte della Consulta di Pastorale scolastica e del Consiglio Nazionale Scuola della CEI.

Numerosi sono i suoi contributi scientifici su Riviste specializzate e in volumi collettanei. Segnaliamo i saggi:

“La buona Scuola Pubblica per tutti Statale e Paritaria” (in collaborazione con (M. C. Parola e M. Moltedo, Laterza, Bari 2010);

“Il diritto di apprendere. Nuove linee di investimento per un sistema integrato” (in collaborazione con M. Grumo e M. C. Parola, Giappichelli, Torino 2015);

“Lettera ai politici sulla libertà di scuola” (in collaborazione con Dario Antiseri, Rubbettino 2018).

Numerosi nel 2020 i Dossier e Focus di Approfondimenti pubblicati con IBL e Università Cattolica (Cattolica News) sui temi autonomia, parità, libertà di scelta educativa, sistema integrato e disabilità.

Dal 2020 Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Insignita il 07 dicembre 2020 della Medaglia d’Oro di Benemerenza Civica Milano (Ambrogino d’Oro) per il suo impegno civile a favore della libertà di scelta educativa e del pluralismo scolastico.

In che modo Suor Anna Monia Alfieri ha gestito l’angoscia per la pandemia e le doverose restrizioni per evitare il contagio?

Sinceramente non ho avuto paura del Covid come non temo la sofferenza.  Non possiamo pensare di vivere in un corpo perfetto. Dobbiamo accettare che si possano avere dei problemi. Avremmo dovuto imparare a convivere con il Covid. È una tragedia che ha portato i nodi al pettine di un sistema stressato al limite. Lungo questi ultimi anni abbiamo mortificato la vita sociale e la solidarietà per una sorta di individualismo esasperato. Questo ci ha resi tutti quanti più soli, più poveri, più vulnerabili. Basti pensare che abbiamo sostituito la politica del sussidio alla sana politica del lavoro che permette alla persona di realizzarsi e di trovare il proprio posto nel mondo, che muove la libertà del singolo verso una sussidiarietà orizzontale e circolare. Il sussidio isola e lega al benefattore. Con il Covid, le ragioni sanitarie e di ordine pubblico hanno reso molto più complicato incontrarsi, confrontarsi e unirsi per un grande ideale. Questo isolamento, aggravato da notizie confuse, ha aumentato l’angoscia e la paura. Ma se la paura è un sentimento sano che permette di intravedere il pericolo e salvarsi la pelle, quando è prolungato perde di significato e porta a reazioni come l’insicurezza, la perdita di autostima e l’angoscia.

Quindi ritengo che la forzata costrizione per un lungo periodo di tempo non solo abbia fatto sentire i cittadini poco partecipi della dimensione comunitaria – quasi fossero degli uccellini che, privi di ali, dovevano aspettare il cibo dal becco della mamma – ma abbia anche aumentato il rischio di errore decisionale, cosi come è stato sull’onda di dpcm e di notizie che si contraddicevano nell’arco di poche ore. Ad esempio, soprattutto in questi ultimi mesi, zone rosse che diventavano arancioni e viceversa, a colpi di sentenze del tar. Questo spiega perché anche in momenti di emergenza aiuta: a) ripartire dalle vie della democrazia e cioè il Parlamento – come più volte auspicato dal presidente Mattarella e dalla presidente Casellati; b) fare leva sulla libertà dei cittadini che muove la responsabilità e su di un agire consapevole. Nel lungo periodo non si può agire di costrizione perché non si raggiunge il risultato sperato. La prova? In zona finalmente gialla, lo stile del “liberi tutti”, che giustamente preoccupa gli esperti…

 

La scuola dovrebbe avere sempre come suo fine che i giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti. Questo, secondo me, è vero in certa misura anche per le scuole tecniche, i cui studenti si dedicheranno a una ben determinata professione. Lo sviluppo dell’attitudine generale a pensare e giudicare indipendentemente, dovrebbe sempre essere al primo posto, e non l’acquisizione di conoscenze specializzate (Albert Einstein). Qual è la Sua idea di Scuola?

Penso alla scuola come ad una “officina” dove lo studente incontra il maestro e i compagni “di mestiere” e impara, approfondisce, sperimenta, si relaziona e forma cosi la sua personalità. La scuola non è un distributore automatico di nozioni; è evidente che se la si pensa in questi termini, allora va benissimo la DAD con cuffie e telecamera (spenta) o addirittura un videotutorial perfettamente asettico. Per le lingue sarà sufficiente un traduttore automatico portatile. La scuola è esperienza, è incontro; mentre studio Dante e Leopardi si forma l’essere, la sensibilità; il teorema di Pitagora affina la mia logica, risolvere una espressione complessa, e il risultato che non torna, mi porta a dover ripercorrere i passaggi per arrivare a monte, là dove c’è l’errore, mi educa a non buttare via nulla. Tutto questo in un contesto vitale di dialogo, di ascolto, di esempio, perché no di allegria, in mezzo a persone vive… La scuola aiuta anche a gestire il conflitto con i compagni e con l’autorità, a fare i conti con il successo e l’insuccesso. Inoltre, la scuola è un vestito che calza a pennello: ecco perché è importante l’orientamento. Spesso si orientano gli studenti a seconda delle mode: la notte bianca e il boom del classico, il covid e il boom dello scientifico. Certi “miti” sono alle radici di tanti fallimenti e di una alta dispersione scolastica, che in Italia tocca il 13.5%, ben al di sopra della Media Ue del 10%. Il Sud tocca il picco del 16.7%. Non tutti possono fare il medico o l’avvocato, non solo perché il mercato è saturo ma perché non è un mestiere per tutte le stagioni e le esigenze della vita quotidiana. Mancano idraulici, operai specializzati, odontoiatri, falegnami, agricoltori. Quanti nostri ragazzi potremmo strappare alla dispersione, alla criminalità organizzata investendo su “arti e mestieri”. Ma deve cambiare il nostro approccio, spesso troppo provinciale. In Canada ci sono i percorsi individualizzati; tenuto fermo lo zoccolo duro delle discipline fondanti come lettere e matematica, uno studente può inserire nel proprio percorso di studi falegnameria, o ad esempio danza. Ma il sistema scolastico italiano rigido, che alimenta le disparità, è molto lontano da questo. Eppure è la vera emergenza: investire in una scuola statale che, dotata di autonomia organizzativa, potrà ben fare questi percorsi (…a settembre un dirigente non sa mai su quale organico far conto: verrà nominato a spot nel tempo) e nella libertà alla scuola paritaria, affinchè a tutti gli studenti siano date le medesime possibilità. Basti pensare che in Lombardia la dote che investe negli istituti professionali li ha resi delle eccellenze mentre nel Sud, dove ce ne sarebbe un reale bisogno, sono oasi nel deserto…

Per una Scuola inclusiva quali sono, secondo Lei, le proposte di progetti per il Future Next Generation soprattutto per gli studenti socialmente ed economicamente disagiati, svantaggiati, atteso che in epoca di pandemia si registrano 5.000.0000 di poveri?

Il percorso ci venne indicato proprio dall’attuale premier incaricato prof. Draghi, intervenuto al Meeting di Rimini nell’agosto 2020.

Lungo questi anni abbiamo abbassato pesantemente il livello culturale, con un reale pericolo: “la distruzione del capitale umano”.  Il prof. Draghi evidenziava come “L’aumento drammatico delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento, hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze. Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale”.

Evidentemente la politica dei sussidi non aiuta. I sussidi non bastano, come emerge chiaramente dalle parole del prof. Draghi:

“I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri. La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione”.

Da qui le ragioni di sempre e ancor più valide oggi per le quali ai Nostri giovani serve l’Istruzione. Senza la Scuola non riparte il Paese: lo andiamo ripetendo da Marzo 2020. E’ evidente che, nonostante il covid, dopo il primo mese in Europa la scuola riparte progressivamente per tutti e non richiude, al contrario dell’Italia.

“Vi è però un settore essenziale per la crescita dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani. Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio”, aggiunge il prof. Draghi.

Intravedo in queste parole un programma, le priorità per il Paese.

Quali sono, secondo Lei, le strategie opportune, mirate ed efficaci per valorizzare e promuovere progetti educativi iperfocalizzati sui diversamente abili, per la tutela dei loro diritti, in primis, considerate le varie disabilità?

Realizzare la reale integrazione superando anzitutto ogni discriminazione economica fra gli studenti. Si pensi che per un allievo che frequenta la scuola statale lo stato spende 20 mila euro, ma… manca il docente di sostegno! In tempi di lockdown 300 mila allievi hanno vissuto una situazione di isolamento. Ricordo una telefonata di una mamma di Palermo, figlio autistico, ricordo la sua dignità ma anche la solitudine. Non sono riuscita ad aiutarla perché il figlio urlava, lei faticava a gestirlo ed io dall’altra parte della cornetta ho dovuto riattaccare. Non ho mai ritrovato il numero ma questo senso di impotenza mi è rimasto dentro.

Come mai mancano i docenti di sostegno? Dove vanno quei 20 mila euro di tasse dei cittadini? Come mai, se questo allievo sceglie la paritaria, per lui lo Stato eroga 1.700 euro? Con la legge di bilancio si è riusciti dopo anni di battaglia ad arrivare almeno al costo standard di sostenibilità di circa 7mila euro.

Si impone quindi la necessità, per quelli di sostegno come per tutti, di fare un censimento dei docenti e di dove vivono, e lo stesso per le scuole, per incrociare la domanda e l’offerta.

Ci aiuti a capire la questione dei precari e degli esodati.

Complessivamente il 15,7% dei docenti in servizio è precario: come dire che c’è un precario ogni 6-7 insegnanti in servizio. Da qui l’insicurezza e l’instabilità per un enorme numero di persone, la provvisorietà e la discontinuità didattica per tanti studenti. Ma prima del Covid queste risultavano dissertazioni per pochi eletti, per i ricercatori, quindi da affrontare nei queruli recinti di Pallade… Intanto si prometteva agli esiliati la mobilità, tralasciando il particolare non proprio secondario che la punta di maggior precariato è al Nord Est, mentre al Sud c’è “soltanto” il 10,7% di precariato (un precario ogni 10 insegnanti), con la punta minima della scuola primaria ferma al 4,5%. La Campania risultava la regione con meno precari, con il 9,3% (la scuola primaria al 3,4%). Ma i docenti credevano a queste promesse benchè, degli 8mln di studenti, più di 1 milione e 400mila allievi sono in Lombardia, su 7.770 scuole, mentre 285 mila allievi sono in Calabria su 2.700 scuole. Insomma era evidente, anche prima del Covid, che i docenti e le cattedre non si trovavano nella stessa città, però i 20mila esiliati credevano al rimpatrio. Ci ha pensato la pandemia: la chiusura delle Regioni ha rappresentato un deterrente per i docenti meridionali molto meno disposti a trasferirsi a Milano, pur di poter avere punteggio, complice la vita più costosa, insostenibile con lo stipendio di 900 euro (tanto guadagna un docente neoassunto): impossibile pagarsi vitto e alloggio al Nord. Quindi i docenti non si spostano, quelli che possono rientrano a casa, lasciando le cattedre scoperte nei giorni 21 e 22 dicembre, tanto un giorno in meno cosa cambia per una generazione che ha perso due anni scolastici, con la perdita di un patrimonio culturale senza precedenti? Situazione assurda – e ingiusta – da tutti i punti di vista. La pandemia ha pertanto imposto l’urgenza di redigere un censimento, che dettagli il numero dei docenti, la cattedra, la residenza e l’indicazione delle scuole e dove si trovano. Si giungerà a dire chiaramente ai docenti che, per insegnare, dovrebbero forse cambiare cattedra, ritornare sui banchi di scuola (mancano docenti di matematica e inglese) e trasferirsi in modo permanente in un’altra città. Il Covid, come solo le tragedie sanno fare, impediscono le promesse e, soprattutto, le false credenze. La realtà è stata svelata.

 

Considerato il Suo impegno civile a favore della libertà di scelta educativa e del pluralismo educativo, per cui è stata insignita il 7 dicembre 2020 con la Medaglia d’oro di benemerenza civica a Milano (ambrogino d’oro), qual è il Suo pensiero riguardo alla Didattica a Distanza?

La DaD non è la replica della scuola in presenza: facevo l’appello in presenza lo faccio online. La DaD che esclude 1mln e 600 mila allievi provenienti dalle realtà più povere e fragili, e che isola 300 mila allievi disabili, acuisce il divario fra il Nord e il Sud. La DaD si inserisce incurante del fatto che negli anni 2018 e 2019, il 12,3% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni (850 mila) non ha un computer o un tablet a casa e la quota raggiunge quasi un quinto nel Mezzogiorno (circa 470 mila). Il 57% di chi ce l’ha lo deve condividere con la famiglia. In questi casi meno della metà dei familiari dispone di un pc da utilizzare. Le scuole statali senza autonomia organizzativa come hanno potuto organizzarsi per vincere la sfida educativa?

Il rischio della catastrofe educativa ora ci impone di ripartire da questa verità, puntando sulle risorse del recovery fund, per investire seriamente sulla scuola secondo il percorso tracciato, agendo con la più ampia e solida trasversalità politica, costruita in collaborazione con le singole Regioni. In Italia abbiamo dei modelli virtuosi cui guardare, come la Lombardia e il Veneto.

Questo è il lavoro che ci aspetta nel 2021 e che porteremo a compimento, perché abbiamo capito che, per esercitare la propria responsabilità educativa in modo consapevole, i genitori devono essere liberi.

 

Il Covid ha imposto che la quota capitaria di 5.500 euro, per gli 8 Mln di studenti, ristabilisce la libertà di scelta educativa della famiglia e, contemporaneamente, fa ripartire la scuola di qualità, oltre a far risparmiare tanti danari. E lo Stato si ritrova soggetto garante della buona scuola come in tutta Europa.

Le azioni future con il recovery plan meglio noto come Next generation UE: nuove linee di finanziamento del sistema scolastico, censimento dei docenti, autonomia alla scuola statale e libertà alla scuola paritaria. Nient’altro che le consapevolezze che il Covid ci ha permesso di acquisire, con quella rapidità e forza che solo le disgrazie riescono a fare.