Smi, l’appropriatezza prescrittiva in Campania: tra “foglietti della spesa” e referti ritoccati a penna

Smi, l’appropriatezza prescrittiva in Campania: tra “foglietti della spesa” e referti ritoccati a penna

30 Gennaio 2026 Off Di Pasquale Persico*
C’è un punto in cui la burocrazia sanitaria smette di essere inefficiente e diventa grottesca. Quando la prescrizione medica – atto clinico, giuridico e deontologico – viene ridotta a un foglietto volante con codici annotati come la lista del supermercato, non siamo più davanti a un problema organizzativo: siamo davanti a una caricatura del sistema.
In Campania, il tema dell’appropriatezza prescrittiva viene sbandierato come vessillo morale ogni volta che si tratta di richiamare i Medici di Medicina Generale. Linee guida, circolari, audit, richiami formali. Parole altisonanti. Poi però la realtà quotidiana mostra un cortocircuito imbarazzante: codici di prestazioni scritti su fogli informali, indicazioni ambulatoriali trasmesse verbalmente o tramite messaggi, referti specialistici digitali che diventano improvvisamente “ibridi” con aggiunte a penna.
La domanda non è più chi deve essere appropriato, ma dove finisce l’appropriatezza quando il sistema stesso la banalizza?
IL DOPPIO STANDARD
Da un lato si pretende dal medico di famiglia la perfezione algoritmica: diagnosi codificata, prestazione coerente, timing corretto, farmaco giustificato, motivazione clinica tracciabile.
Dall’altro lato, però, circolano elenchi di codici come pizzini amministrativi, impegnative “suggerite”, controlli specialistici che nascono più da prassi locali che da indicazioni cliniche strutturate.
È il trionfo del doppio standard: la forma viene imposta a valle, mentre a monte regna l’informalità.
IL REFERTO DIGITALE… CON LA BIRO
Il referto specialistico digitale dovrebbe essere il simbolo della tracciabilità, dell’immodificabilità, della trasparenza. Quando però quel documento viene stampato, corretto o integrato a penna e poi rimesso in circolo come se nulla fosse, il confine tra integrazione clinica e alterazione materiale si assottiglia pericolosamente.
Non è solo una questione estetica o tecnologica: è una questione di affidabilità giuridica e sanitaria. Un referto non è un post‑it. È un atto sanitario.
L’APPROPRIATEZZA NON È UNO SLOGAN
L’appropriatezza prescrittiva non può essere evocata solo quando serve a contenere la spesa o a scaricare responsabilità.
Deve essere:
– Sistemica, non selettiva.
– Tracciabile, non verbale.
– Digitale fino in fondo, non a metà.
– Condivisa tra tutti gli attori, non imposta solo al medico di base.
Se lo specialista suggerisce una prestazione, deve farlo con strumenti ufficiali e codificati.
Se un controllo è necessario, deve essere scritto in modo formale e coerente.
Se un codice esiste, deve viaggiare nei canali istituzionali, non su un foglietto piegato in quattro.
IL PARADOSSO FINALE
Si chiede rigore clinico in un contesto che spesso tollera leggerezze amministrative.
Si invoca la digitalizzazione mentre si legittimano scorciatoie analogiche.
Si parla di governance sanitaria e poi si accettano dinamiche da retrobottega.
L’appropriatezza prescrittiva non si costruisce con i richiami disciplinari né con le circolari intimidatorie.
Si costruisce con procedure chiare, strumenti uniformi, responsabilità distribuite e – soprattutto – con il rispetto dell’atto medico come documento formale e non come appunto volante.
Finché il sistema consentirà che una prestazione sanitaria nasca su un foglietto e si consolidi con una penna, ogni discorso sull’appropriatezza resterà retorica. E la retorica, in sanità, non cura nessuno.