Ricerca marina italiana, lo strano caso dell’emendamento presentato e poi ritirato

Ricerca marina italiana, lo strano caso dell’emendamento presentato e poi ritirato

7 Dicembre 2020 0 Di Luigi De Rosa

Tutti i Paesi che hanno una politica di ricerca del mare, dalla Francia alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Grecia, hanno un unico istituto nazionale di ricerche marine.

Venerdì 4 dicembre 2020, quattro studiosi dell’Università Parthenope di Napoli, napoletani e sorrentini, sono partiti alla volta dell’Antartide per partecipare ad una delle annuali missioni di ricerca che vede impegnato l’Ateneo campano da oltre trent’anni, nell’ambito del Pnra (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide), finanziato dal ministero dell’Università e Ricerca e coordinato dal Cnr per le attività scientifiche e dall’Enea. Gli studiosi partiti sulla rompighiaccio “Laura Bassi” sono Pasquale Castagno, Yuri Cotroneo e Giovanni Zambardino del dipartimento di Scienze e Tecnologie e Pierpaolo Falco, figlio dell’indimenticato pioniere della subacquea negli anni sessanta e recordman mondiale di apnea, Ennio Falco, docente del Dist ma appena approdato all’Università Politecnica delle Marche. In questa sede però ci fa piacere riprendere le considerazioni apparse su “Il Manifesto” edizione del 5 dicembre 2020, di un altro illustre biologo marino, il calabrese Silvio Greco, trent’anni di ricerche in mare alle spalle cominciando al Cnr di Messina (allora Istituto Talassografico), proseguendo con l’Istituto centrale per la ricerca applicata al mare (l’Icram oggi Ispra). Quindi delegato nazionale della Commissione internazionale per lo studio del Mar Mediterraneo, poi nel consiglio di amministrazione dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale, e attualmente membro della Commissione nazionale scientifica per l’Antartide e, più recentemente, trasferito alla Stazione Zoologica “Anton Dohrn” di Napoli, per contribuire a creare il primo centro di ricerche marine in Calabria. La carriera di Silvio Greco ci rivela due cose fondamentali, la prima è che Silvio Greco è un professionista preparato, appassionato e attento che quando striglia il Governo attuale per il famoso “emendamento ritirato” quello al bilancio che avrebbe dovuto finalmente istituire un unico istituto nazionale di ricerche marine, lo fa avendone titolo e ragioni da vendere. Il secondo è che come dimostra la stessa carriera del dottor Greco il panorama delle ricerca dedicata al settore marino in Italia è profondamente frammentato, ci sono troppi enti e istituzioni che rendono il sistema della ricerca in questo settore disorganico e spezzettato. Tutti i Paesi che hanno una politica di ricerca del mare, dalla Francia alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Grecia, hanno un unico istituto nazionale di ricerche marine. “Noi, in Italia, 5 enti/istituti che fanno solo ricerca marina e altrettanti che ne sviluppano solo alcuni aspetti, producendo una assurda moltiplicazione di infrastrutture, oltre che una insensata competizione tra istituti, che impedisce l’acquisizione, e la gestione di strumentazioni adeguate la cui spesa non può esser sostenuta da un singolo ente. Come se non bastasse, negli ultimi 10 anni, la situazione si è ulteriormente deteriorata: dalla tragedia della Nave Urania del Cnr, che si è ribaltata nel cantiere di Livorno, fino alla svendita della Nave Universitatis, acquistata con fondi nazionali per diversi milioni di euro e rivenduta, per l’insostenibilità delle spese di gestione a privati. Ora quella nave, acquistata e finanziata interamente con fondi pubblici italiani, naviga in acque americane*”. Recentemente l’Ogs ha acquistato una nave usata norvegese per la ricerca polare, la “Laura Bassi”, di cui vi parlavo in apertura dell’articolo, che è in navigazione in questo momento nel Mare di Ross ma ancora una volta il dottor Silvio Greco sottolinea come sarà assai difficile mantenerla dati gli attuali costi di gestione di queste grandi infrastrutture. Purtroppo l’Italia, come scriveva Oriana Fallaci è e rimarrà sempre il Paese dei mille campani e la mancanza di una strategia complessiva nazionale per la ricerca marina limiterà anche in questo settore la crescita del paese nel campo della pesca, delle energie rinnovabili e delle materie prime, della protezione ambientale, del turismo, dello sviluppo tecnologico, del supporto a imprese nazionali che operano nel settore del mare. “Per svolgere ricerche competitive a livello internazionale servono grandi navi e tecnologie avanzate, simili a quelle per la ricerca spaziale. Ma tutta la ricerca marina italiana ha meno ricercatori e riceve meno fondi di quanto non riceva, da solo, l’istituto Nazionale di Astrofisica*”. In Italia sottolinea ancora una volta Silvio Greco è necessario fare squadra e smetterla di coltivare ognuno il proprio orticello, solo unendo le forze la ricerca marina italiana potrà valorizzare fortemente l’industria cantieristica, l’uso sostenibile delle risorse marine etc “I ricercatori marini italiani sono una grande famiglia divisa per ragioni storiche in Enti diversi che dovrebbero finalmente trovare una casa comune. Chi non lo vuole non agisce certo per mancanza di consapevolezza sui limiti causati dalla frammentazione, ma semplicemente in nome di inaccettabili logiche politiche regionali o, peggio, nel timore di perdere il proprio piccolo centro di potere. L’Italia ha il dovere di cogliere le occasioni di crescita, occupazione e sviluppo offerte dall’economia blu, non può continuare a rimanere ai margini della competizione internazionale a causa della miopia del nostro sistema politico. Non bisogna perdere l’occasione offerta dal Recovery Plan europeo di investire in una delle risorse chiave per lo sviluppo sostenibile del Paese*“. Non ci resta che augurarci che qualcuno a Roma, tra coloro che hanno ritirato l’emendamento, rifletta su tutte queste considerazioni e torni sui propri passi.

 

(*il corsivo è di Silvio Greco tratto da Il Manifesto 5 dicembre 2020)