Maedeh, ricercatrice iraniana al “Pascale”: una vita tra studio e speranza
25 Marzo 2026
È arrivata in Italia in un giorno che difficilmente dimenticherà: quello in cui l’America di Donald Trump bombardava Teheran. Una coincidenza che pesa come un macigno nella memoria di Maedeh Fallah, 28 anni, iraniana, studentessa e aspirante ricercatrice. Mentre il suo aereo atterrava lontano dal fragore delle esplosioni, il suo Paese entrava in una nuova spirale di tensione. Da allora, il filo che la lega alla sua terra si è fatto sottile, fragile, ma mai del tutto spezzato.“La mia famiglia è al sicuro”, racconta con un sospiro trattenuto. I genitori e la sorella vivono in una zona dell’entroterra iraniano, lontana dagli attacchi. Eppure la distanza non basta a cancellare l’ansia. Da quando è partita, non ha più avuto contatti diretti con loro: le notizie arrivano filtrate da un cugino, grazie a una connessione internet incerta, intermittente, quasi clandestina. Ogni aggiornamento è un sollievo momentaneo, ma anche la conferma di quanto il suo presente e il suo futuro siano ormai altrove.
Quel giorno, segnato dalla guerra, ha rappresentato per Maedeh anche una linea di confine personale. Da una parte la paura per chi è rimasto, dall’altra una consapevolezza sempre più forte: non voler tornare in Iran.
“Il vero terrore è il regime”, afferma senza esitazione. Sulla sua scrivania, a Napoli, tiene una bandiera iraniana precedente all’attuale sistema politico e le fotografie di due amici universitari uccisi. “Le bombe fanno paura, ma i nemici avvertono per limitare i danni collaterali. Il regime no: colpisce senza pietà”.
Maedeh ha già una laurea triennale in biologia conseguita in Iran. Oggi si trova a Napoli, nel cuore della ricerca oncologica italiana, all’Istituto Pascale, dove sta completando il percorso che la porterà a diventare dottoressa in biotecnologia molecolare. Qui, nei laboratori dedicati ai modelli immunologici innovativi, si misura ogni giorno con una scienza che non è solo studio, ma impatto concreto sulla vita dei pazienti.
Un ruolo fondamentale nel suo percorso lo ha il dottore Luigi Buonaguro, figura di riferimento internazionale nel campo dell’immunologia e della ricerca oncologica, che segue da vicino il suo lavoro. È sotto la sua guida e all’interno del suo gruppo che Maedeh sta imparando cosa significhi davvero fare ricerca: rigore, metodo, collaborazione, ma anche visione.
“Qui ho capito la vera attività della ricerca – racconta – Non è solo teoria: è capire come ciò che studiamo può diventare una cura”.
Il laboratorio del Pascale rappresenta per lei molto più di un luogo di studio: è un punto di approdo e, allo stesso tempo, di partenza. In questo contesto altamente specializzato, Maedeh sta sviluppando la sua tesi su <Immunoterapia e nuovi antigeni tumorali>, uno dei fronti più promettenti nella lotta contro il cancro. Un lavoro che si inserisce pienamente nella cosiddetta ricerca traslazionale, quella che trasforma le scoperte scientifiche in applicazioni cliniche concrete.
La ricerca, per lei, non è solo una carriera: è una vocazione nata da un dolore personale. <Avevo una zia che è morta di tumore a 35 anni. “È stata lei a spingermi verso questo percorso”. Da allora, la lotta contro il cancro è diventata la sua missione. “È la più grande guerra mondiale dell’umanità”, dice con determinazione.
Nonostante l’entusiasmo e il sostegno ricevuto al Pascale, Maedeh è consapevole delle difficoltà. “Ho poche possibilità – ammette con lucidità – Sono iraniana, sono una donna”. Due condizioni che, nel mondo della ricerca internazionale, possono ancora rappresentare ostacoli significativi. Eppure non si arrende. Se non riuscirà a restare a Napoli, è pronta a cercare un’opportunità altrove, in un’azienda biotecnologica o in un ospedale europeo, portando con sé l’esperienza e la formazione acquisite proprio sotto la guida dei ricercatori del Pascale.
La sua vita, oggi, è divisa tra studio e speranza. Vive con due cugine in un appartamentino nel centro di Napoli, un suo cugino vive a Caserta, un altro suo cugino a Trieste. Sogna un giorno di poter riunire la famiglia, magari accogliendo anche la sorella più giovane, che ha 24 anni.
Per ora, però, l’amore può aspettare. <Non sono fidanzata e non ci penso>, dice sorridendo. Tutta la sua energia è concentrata sugli studi e sulla costruzione del suo futuro.
Napoli, nel frattempo, è diventata casa. “Amo il mare e il clima mite”, racconta. E proprio nei laboratori del Pascale, sotto la guida di uno dei suoi massimi esperti, Maedeh sta costruendo qualcosa di più grande di una carriera: una possibilità concreta di contribuire alla lotta contro il cancro.
Una storia di fuga e rinascita, di paura e determinazione. Ma soprattutto, la storia di una giovane donna che, mentre il mondo si divide e combatte, sceglie ogni giorno di combattere la sua battaglia più importante: quella per la vita.
“La ricerca non ha confini, lingue, genere, o altre barriere – dichiara Alfredo Budillon, direttore scientifico dell’Istituto – se non il merito e la caparbietà. Siamo molto contenti di aver Maedeh nei nostri laboratori, dove ospitiamo regolarmente studenti e ricercatori stranieri come in tutti i laboratori di ricerca del mondo, e questo è sempre una grande occasione di arricchimento reciproco”.
E a sottolineare il valore di questo percorso è anche la direzione del Pascale. “Storie come quella di Maedeh rappresentano il senso più autentico della nostra missione – dice Maurizio di Mauro, direttore generale del polo oncologico – .Il Pascale è un luogo aperto, dove il talento viene accolto e sostenuto, indipendentemente dalla provenienza. Investire sui giovani ricercatori significa investire sul futuro della medicina e sulla speranza dei pazienti. Ed è anche grazie a percorsi come il suo che la ricerca continua ad avanzare, ogni giorno”.


