Iolanda Ciuffreda, tra psicologia e cura della persona: “La sofferenza, in ogni sua forma, merita ascolto”

Iolanda Ciuffreda, tra psicologia e cura della persona: “La sofferenza, in ogni sua forma, merita ascolto”

22 Ottobre 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone

Doppia laurea in Scienze Infermieristiche e Psicologia Iolanda Ciuffreda ha maturato anche diverse specializzazioni di peso specifico. Tra le altre: disturbi borderline della personalità; depressione maggiore; schizofrenia.

Bisogna proprio ammettere che tra le patologie della psiche lei si è misurata su quelle più complicate.

Esatto. Il mio percorso mi ha portata a incontrare forme di sofferenza mentale e fisica anche molto complesse, che mi hanno insegnato quanto sia importante integrare le conoscenze teoriche con l’attenzione al singolo nella relazione di cura. Partiamo dal presupposto che, quando si considera la persona nella sua dimensione biopsicosociale, la complessità è intrinseca. Ritengo quindi riduttivo limitarsi ad una etichetta diagnostica, pur riconoscendo alla diagnosi un ruolo fondamentale nell’inquadramento clinico.
Nell’ambito della psicopatologia è particolarmente complesso anche quantificare la sofferenza e la compromissione del funzionamento: generalmente non disponiamo di un parametro ematochimico o di un esame strumentale che, da solo, consenta di definirle. Questo non significa che non possano essere valutate rigorosamente, ma che occorre spesso integrare colloquio clinico, osservazione e strumenti psicodiagnostici standardizzati. È proprio per questo che considero fondamentale approfondire la storia di vita della persona attraverso quella che in termine tecnico viene definita anamnesi.
I disturbi mentali, proprio come molte patologie organiche, non sono generalmente riconducibili a una causa univoca, ma presentano un’eziologia multifattoriale, nella quale predisposizione genetica, processi biologici e fattori ambientali interagiscono nel corso dello sviluppo. Nel mio ambito di competenza mi concentro in particolare sulla dimensione psicologica, ambientale e relazionale, senza prescindere dalle componenti biologiche. A questo proposito, nelle mie esperienze professionali e formative, ci sono degli aspetti a cui presto particolare attenzione: la ricorrenza, ad esempio, di vissuti traumatici precoci, trascuratezza emotiva e affettiva, la presenza di un temperamento caratterizzato da elevata reattività emotiva, i processi di mentalizzazione, ossia la capacità di comprendere il comportamento proprio e altrui in termini di emozioni, pensieri, desideri e intenzioni, È chiaro che si tratta di osservazioni che richiedono una valutazione individuale: non delineano un profilo comune a tutti i disturbi né permettono, da sole, di stabilire un rapporto causale.
Proprio perché ogni storia di vita è unica, uno stesso disturbo mentale può avere manifestazioni cliniche anche molto diverse da persona a persona.
La complessità riguarda certamente il disturbo, ma anche il modo in cui si inserisce nella quotidianità di chi lo vive: comprendere questa complessità significa quindi andare oltre l’elenco dei sintomi e ricostruire, insieme alla persona, come esperienze, vulnerabilità e significati si siano intrecciati nel tempo.

La società contemporanea offre, quotidianamente, spunti agghiaccianti relativi ai reati commessi in ambito familiare. Cosa sta accadendo alla cellula base di ogni società civile?

Episodi differenti ci ricordano che non esiste un’unica spiegazione alla violenza intrafamiliare: ogni caso necessita di una valutazione specifica mediante ricostruzione della storia delle relazioni, eventuali precedenti episodi di minaccia o aggressione, le condizioni individuali e ambientali sia in termini di psicopatologia che di livello socioeconomico e culturale in cui il sistema è inserito. Nell’immaginario comune la famiglia è un fondamentale fattore di protezione, di amore, di condivisione, ma dimentichiamo a volte che la funzione protettiva dipende dalla qualità delle relazioni, e la qualità delle relazioni dipende dal bagaglio di esperienze emotive e traumatiche che ogni componente familiare porta con sé e che inevitabilmente trasmette.
La violenza intrafamiliare, così come quella di genere, non è un fenomeno nuovo e ridurre tutto al “narcisismo” o alla difficoltà di gestione della rabbia sarebbe insufficiente.
Ritengo piuttosto necessario e doveroso che si inizi a sviluppare più consapevolezza dei modelli relazionali che apprendiamo, che utilizziamo e che, da genitori, trasmettiamo, ricordando che i figli apprendono molto dall’esempio e poco dalle parole.
Come vengono riconosciuti in famiglia i confini dell’altro?
Come si affrontano i successi, gli insuccessi, il rifiuto, la separazione?
Come vengono accolte le emozioni?
Quali comportamenti vengono normalizzati?
Da professionisti, possiamo e dobbiamo fare molta prevenzione con psicoeducazione affettiva e relazionale e riconoscimento precoce di ogni forma di violenza sempre nella tutela della dignità e della libertà del singolo.
C’è un caso, fra i tanti, che le è rimasto particolarmente impresso?

In realtà un episodio e una frase molto semplici, ma che mi hanno offerto un grande spunto di riflessione: l’arrivo al colloquio di una giovanissima donna con una richiesta esplicita di ricevere una diagnosi. Quando le ho chiesto quale significato avesse per lei, mi ha risposto: «Così so che non ho mentito». Ho colto in quelle parole il bisogno viscerale di vedere riconosciuta la propria sofferenza: come se una diagnosi potesse attestare che le emozioni provate erano reali, che non le aveva inventate o esagerate. Mi ha colpita il fatto che cercasse in una definizione clinica la legittimazione del proprio vissuto. Ricollegandomi al tema della precedente domanda, questo incontro mi ha fatto riflettere su quanto, anche in famiglia, non sia scontato trovare uno spazio in cui emozioni intense possano essere riconosciute, comprese e regolate: la sofferenza, in ogni sua forma, merita ascolto anche quando non assume la forma di un disturbo diagnosticabile.
Tutti i bambini fantasticano sul lavoro che andranno a svolgere da adulti. I maschietti di solito optano per l’attività di pompiere, di capotreno o di ingegnere. Mentre le femminucce, preferiscono il ruolo dell’insegnante, del medico o della donna di spettacolo. Lei a cosa ambiva?

In realtà da bambina non sognavo una professione specifica: ero estremamente creativa e riflessiva. A guidarmi è sempre stata la curiosità di comprendere l’origine delle cose, di andare oltre ciò che appariva evidente. Nel tempo, questa curiosità si è rivolta soprattutto alla mente e al comportamento umano: capire come le persone pensano, cosa provano e quali esperienze contribuiscono a renderle ciò che sono. La scelta della psicologia ha dato una direzione a queste domande, trasformandole in un percorso di studio e di formazione

E infine una confidenza: quale è il segreto che l’aiuta a mantenersi così in forma?

Potrei risponderle che ho una buona genetica, seguo un’alimentazione equilibrata e rispetto le otto ore di sonno. La verità invece è che tra figli, lavoro e formazione corro tutto il giorno e spesso devo trovare un incastro anche per mangiare. Diciamo che il movimento non mi manca; sul riposo, invece, ci sto ancora lavorando!