Figlicidio (II parte)

Figlicidio (II parte)

7 Luglio 2020 0 Di Teresina Moschese*

Questo fenomeno, definito da alcuni come “tragedia della genitorialità”, è frutto di situazioni varie e complesse, di storie terribili di sofferenze psicologiche e relazionali.

 

 

Teresina Moschese

Come poter riconoscere i segnali di disagio psicologico, i fattori di rischio intorno a noi?

Senza diventare paranoici o persecutori, né psicologi o giudici delle vicende umane nostre ed altrui, sento che è responsabilità della famiglia e della comunità allenarsi ad avere un occhio attento e sensibile verso le fragilità umane e il malessere psicologico di chi frequentiamo fino all’attivazione dei servizi territoriali di salute mentale, per la tutela della salute, della dignità e della vita dei minori. Sulla base della letteratura e dei casi che ci sono a disposizione, è opportuno porre attenzione alle situazioni conflittuali interpersonali e alle disfunzionalità nascoste all’interno dei sistemi familiari e alle caratteristiche della relazione con le famiglie di origine, alle difficoltà di comunicazione e condivisione del malessere, che conditi con elementi di rischio psicopatologico possono sfociare in azioni lesive per la vita dei minori.

A tal fine è opportuno sapere che tra i fattori di rischio psicopatologico di figlicidio paterno vi sono:

– Disturbi psicopatologici della personalità, soprattutto da disturbi depressivi con senso di colpa (come nel caso del figlicidio altruistico, che giustificano l’omicidio, compiuto altruisticamente per preservare il figlio dal mondo crudele o per evitargli un futuro infelice e pieno di sofferenze). Individui depressi tendono spesso a sviluppare un senso della lealtà e del dovere esagerati, una fedeltà nei confronti del sistema, che finisce per non lasciare alcuno spazio di crescita e contro il quale non sembra esserci possibilità di ribellione.

– Disturbi dei comportamenti relazionali di persone con una carente percezione del proprio stato sentimentale, scarsa capacità empatica e un’insufficiente tolleranza nei confronti di situazioni aperte e ambivalenti. Desensibilizzanti nei confronti degli appelli infantili, i disturbi di tipo relazionale possono avere diverse cause psicopatologiche, per cui i genitori non riescono a instaurare una relazione con il bambino e lo percepiscono come qualcosa di minaccioso. Il disagio si manifesta con un improvviso rifiuto nei confronti del bambino, indifferenza e odio nei suoi confronti, fino ad arrivare all’impulso di nuocergli (Kumar e Brockington);

– Crisi di tipo narcisistico con desiderio di vendetta o impulsi aggressivi distruttivi nei confronti dei figli. Esigenze di vendetta possono trovare la loro soddisfazione anche nel “suicidio ampliato”, descritto nella letteratura americana, per lo più, in casi di figlicidi compiuti da padri separati o minacciati di separazione. Questi casi sono contrassegnati da una crisi del proprio valore, messo in discussione attraverso la separazione avvenuta o minacciata da parte del partner. Genitori caratterizzati da una struttura narcisistica e da una labile consapevolezza del proprio valore si rendono dipendenti da un perenne bisogno di riconoscimento, la cui interruzione può condurre ad un ingiustificato senso di vergogna, umiliazione e alla perdita della percezione del proprio valore, la cui messa in discussione, esemplificata dal mito di Medea, può rendere impossibile il proseguimento sereno della vita, fino ad arrivare ad un’irragionevole rabbia distruttiva;

– Stati di tipo dissociativo possono manifestarsi anche in un improvviso scompenso psichico, in un contesto di difficile regolazione delle emozioni e di mancato sviluppo della capacità empatica. Attraverso una restrizione delle percezioni e dei giudizi, possono essere rimossi ampi aspetti della realtà, come per esempio nel caso di un raptus d’impeto, ove si assiste spesso al ritorno a uno stato di coscienza lucida, che comporta un tragico pentimento da parte dell’autore.

Quale prevenzione possibile?

La prevenzione in questi casi ha una importanza fondamentale e la Psicologia ha gli strumenti per allenare ad osservare i fattori di rischio, sensibilizzando i singoli e le famiglie a chiedere aiuto in situazioni di conflittualità e problematiche sia individuali che dell’intero nucleo familiare, al fine di maturare coscienza della situazione ed avere la possibilità di agire per affrontare le difficoltà in modo sano ed efficace.  Il padre che arriva ad uccidere i propri figli è, in fondo, un uomo fragile, vulnerabile, incostante, che prova difficoltà nel mettersi nei panni dell’altro, a sviluppare un attaccamento sicuro con i figli. Credo che per prevenire bisogna riconsiderare la centralità della funzione paterna all’interno della famiglia, declinando la tentazione di vederlo come defilato e disimpegnato, sin dalla gravidanza, ponendo attenzione a tutte le difficoltà che anch’egli può dover fronteggiare nel suo ruolo genitoriale.

La prevenzione deve necessariamente coinvolgere i servizi territoriali, di medicina di base e di pediatria di base, affiancati dallo psicologo, al fine di intercettare il malessere e porvi sostegno inviando a percorsi di supporto alla genitorialità in qualsiasi fase del ciclo di vita della famiglia. Percorsi dove le coppie possono scoprire e valorizzare le proprie risorse imparando a diventare genitori “sufficientemente buoni” (Winnicott), più attenti e sensibili ai bisogni dei propri figli.

*Psicologa- psicoterapeuta sistemico- relazionale