Cure palliative Ospedale Pozzuoli, dolore che hai rimedio che trovi

Cure palliative Ospedale Pozzuoli, dolore che hai rimedio che trovi

4 Maggio 2022 1 Di Antonio Magliulo

Incardinato nell’Unità operativa complessa di Anestesia e rianimazione dell’ospedale di Pozzuoli, diretta da Francesco Diurno, l’ambulatorio di Terapia del dolore, guidato da Federico Lucke, rappresenta un riferimento certo per un vasto bacino di utenza.

Vi afferiscono tanti pazienti colpiti da dolore cronico, malati oncologici, persone affette da patologie neurologiche o osteoarticolari….Insomma quanti hanno la sventura di “inciampare” in sintomatologie dolorose ad alto impatto sulla qualità della vita.

Per molti di loro, i progressi che ha fatto registrare la scienza in campo algologico seppur non possono rappresentare una soluzione rispetto alla patologia di base, almeno si traducono in un netto miglioramento della qualità della vita. Non è poco.

Dottor Lucke, quanti pazienti fanno riferimento al vostro ambulatorio di Cure palliative e terapia del dolore e quali sono le malattie più frequenti per le quali venite chiamati in causa?

Il bacino di utenza è abbastanza ampio. In effetti basta pensare all’estensione dell’area flegrea e, dal 2020, anche oltre quel territorio grazie all’attivazione dell’ambulatorio virtuale di Medicina del Dolore e cure palliative che offre un servizio online per garantire le visite che non possono svolgersi di persona in ambulatorio. Nato per esigenze legate all’impossibilità dei pazienti di recarsi in ospedale a causa della pandemia COVID 19, ha permesso di reclutare tantissimi pazienti che erano bloccati nell’isolamento domiciliare e prigionieri della loro condizione dolorosa, fornendo un sollievo per loro e per i loro familiari.

Per quanto riguarda la tipologia dei dolori trattati direi che si affaciano all’ambulatorio vari scenari di patologie algiche con dolore certamente difficili da gestire. Talvolta esiste un senso di ineluttabilità legata al pensiero che con delle patologie “è normale sentire dolore” e spesso, per questo motivo, vengono maltrattate. Parlo dei dolori definiti benigni, ossia quelli non legati a patologie tumorali (come per esempio le nevralgie postherpetiche, osteoartrosiche, reumatiche), delle patologie neoplastiche,  che presentano un corteo sintomatologico che accompagna il dolore che devasta il quotidiano di queste persone, già sfortunate nell’aver contratto tali malattie. E a questi trattamenti si affiancano le terapie palliative rivolte alla cura della persona e non alla malattia, cercando di restituire una dignità alla persona malata. Ebbene lo sforzo dell’attività dell’ambulatorio è rivolto a gestire questo insieme di sofferenze (dolore e sintomi correlati), cercando di abbattere questo luogo comune dell’ineluttabilità e cercando di migliorare la qualità della vita.

La cura del dolore migliorando, a volte in modo sensibile la qualità della vita, finisce per avere un effetto positivo anche sulla malattia primaria. È così?

Certo. Sono molteplici i lavori in letteratura che dimostrano che un buon trattamento del dolore nelle patologie tumorali riesce a modificare l’outcome dei pazienti. Questo è sicuramente ascrivibile all’azione benefica dei trattamenti sullo stress che, riducendolo, favoriscono il miglioramento della reazione neuroendocrina e ottimizzano le difese immunitarie e, quindi, le capacità di recupero dell’organismo.

Il Covid è stato un terribile flagello ma, come sempre avviene in questi casi, ha fatto registrare anche qualche effetto positivo. È stata proprio la pandemia, infatti, a spingere a trovare una soluzione alle difficoltà di effettuare visite in presenza attraverso la telemedicina. Presso il vostro ambulatorio, da circa due anni, è stato attivato un servizio di consulto a distanza attraverso videocollegamento. Ce ne parla?

Nei primi mesi della pandemia (aprile 2020), come tutti, ero attanagliato dall’ansia legata alla paura di una malattia sconosciuta e a cui non si aveva idea di come porre rimedio. Unico argine, come tutti ricorderanno, fu l’introduzione del lockdown e ,conseguente, la difficoltà a recarsi in ospedale per le varie cure, anche per paura di contagiarsi. Immaginavo le difficoltà delle persone sofferenti per il dolore che già normalmente vivono una condizione di isolamento per l’effetto che impone la loro condizione, con conseguente perdita della propria figura di centralità nell’ambito sociale. Questa condizione del lockdown non era altro che un ulteriore macigno sull’isolamento e finiva per peggiorare il senso di abbandono percepito. Il percorso della telemedicina era in alto mare. Così proposi al mio direttore, dottor Francesco Diurno, di attivare questa nuova modalità assistenziale a Pozzuoli, che abbatte tutte le barriere e le distanze, senza il pericolo di infettarsi. L’idea è risultata interessante e il direttore mi ha facilitato nella sua attivazione. L’ambulatorio di Medicina del Dolore e cure palliative offre un servizio online per garantire le visite che non possono svolgersi di persona. Si può richiedere una visita e conseguente terapia attraverso una videochiamata con semplici applicazioni di uso comune per cellulari/smartphone come Whatsapp o Zoom. La visita avviene con l’ausilio di un familare presente e/o caregiver, sovente con il medico di famiglia o altra figura professionale, che consente un aiuto durante la visita e la valutazione di alcuni sintomi che riguardano la semeiotica del dolore, come la qualità e le alterazioni della sensibilità e della forza. Qualora dovesse comparire qualche alterazione non chiara o una bandierina rossa (sintomi di allarme), si invita il paziente a recarsi rapidamente in un pronto soccorso per le indagini del caso, riducendo così anche gli accessi inutili in Pronto Soccorso. Ciò ha permesso di allargare moltissimo il bacino di utenza, anche all’esterno dell’ambito regionale.

L’armamentario dei farmaci antidolorifici si è arricchito dei principi attivi derivanti dalla Canapa. Voi siete uno dei Centri prescrittori della Campania. Quali sono le patologie di elezione per questo tipo di trattamento? Come valuta i risultati della terapia con cannabinoidi?

Certamente l’introduzione di farmaci estratti dalla Cannabis ha allargato gli orizzonti terapeutici nella medicina del dolore e nelle cure palliative. Sono riconosciuti gli effetti terapeutici dei cannabinoidi su una mole di patologie che in genere interessano la sfera del dolore neuropatico, ma non solo. Non parlerei di patologie né di trattamenti di elezione. Infatti classificare il trattamento con cannabinoidi come prima scelta, a mio avviso, non è corretto. Come anche l’idea che costituiscano una panacea o che essendo “naturali” non creino problemi alla salute dei pazienti genera false aspettative. Queste sono opinioni molto diffuse e che mi vedono spesso in disaccordo con i pazienti stessi che mi richiedono tali trattamenti. Infatti io immagino che il trattamento con questi farmaci vada iniziato quando gli altri farmaci non hanno sortito l’effetto desiderato e/o hanno generato effetti secondario non altrimenti gestibili. Talvolta rappresentano un’integrazione al trattamento farmacologico di base. Certo è che comunque i derivati della Cannabis, quando vengono somministrati con la giusta indicazione, danno risultati sorprendenti. Per cui è necessario sempre che sia il medico a porre l’indicazione al trattamento dopo una attenta analisi del quadro clinico e del rapporto rischi/benefici.

Quali sono le nuove frontiere delle terapie algologiche?

Gli studi sulla fisiopatologia delle sindromi dolorose continuano a evidenziare degli scenari sempre più ampi e affascinanti. I farmaci e le tecniche invasive stanno raggiungendo delle potenzialità non immaginabili fino a qualche anno fa. In mani esperte riescono e riusciranno sempre più a modificare il decorso di una malattia che deriva inizialmente da un sintomo: il dolore. Questo, infatti, ha una valenza funzionale, protettiva per l’organismo, senza cui ci saremmo estinti da molto tempo. Quando però diventa esso stesso una patologia allora va e andrà gestito con tutte le armi presenti e future, perché realmente in grado di rovinare l’esistenza dell’essere vivente.

Cosa pensa del rapporto medico – paziente?

Il rapporto medico paziente rappresenta la prima terapia. Deve essere attento, empatico. Il medico deve saper ascoltare e utilizzare una comunicazione adeguata al caso. La visita, pertanto, deve essere effettuata con i tempi necessari. La persona non deve sentirsi trascurata e anzi dovrà sentirsi accolta e protetta. Per il trattamento del dolore è sempre più necessario attivare la slow medicine, essendo esso stesso un sintomo – disturbo che agisce a più livelli ed è multifattoriale. Il trattamento dovrà quindi essere tailored, cucito sul paziente, in quanto non esiste un trattamento standard per tutti e quindi sarà necessario personalizzarlo così come fa un sarto. Importantissima la collaborazione con gli specialisti di altre branche. Infatti ognuno dovrà dare il suo contributo nell’obbiettivo di raggiungere un risultato ottimale in un approccio multidisciplinare.