Vangelo in Salute, la Parola che Cura: resurrezione di Lazzaro

Vangelo in Salute, la Parola che Cura: resurrezione di Lazzaro

22 Marzo 2026 Off Di Fabio De Biase

Dio non arriva sempre in tempo per evitare il dolore, ma arriva sempre per ridare vita.

La Quaresima si avvicina al suo vertice.

Dopo il deserto, la luce, l’acqua e lo sguardo ritrovato, il Vangelo di questa domenica ci porta davanti alla realtà più dura: la morte.

Lazzaro è malato.

Le sorelle mandano a dire a Gesù:

“Signore, ecco, colui che tu ami è malato.”

È una preghiera essenziale, senza richieste esplicite.

Non chiedono un miracolo.

Si affidano.

Eppure accade qualcosa di sconcertante:

Gesù non interviene subito.

“Gesù, appena seppe che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava.”

È una frase difficile.

Ci mette davanti a una delle crisi più profonde della fede:

Dio non sempre interviene quando vogliamo noi.

Quante volte anche noi abbiamo pregato così:

“Signore, se ci sei, fai qualcosa. Subito.”

E quando il tempo passa, nasce il dubbio.

Nasce la delusione.

Nasce la tentazione di pensare che Dio non ascolti.

Marta lo dirà apertamente:

“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto.”

È una fede ferita, ma ancora viva.

È la fede di chi non capisce, ma non smette di parlare con Dio.

Quando Gesù arriva, Lazzaro è già nel sepolcro da quattro giorni.

Non c’è più speranza umana.

Gesù non offre spiegazioni.

Non giustifica il ritardo.

Fa qualcosa di più profondo: si commuove.

“Gesù scoppiò in pianto.”

È uno dei versetti più brevi del Vangelo, ma tra i più potenti.

Dio piange.

Non è distante dal dolore umano.

Non è indifferente.

Non è freddo.

La prima guarigione è questa:

scoprire che Dio non resta fuori dalla nostra sofferenza,

ma la attraversa con noi.

Gesù dice a Marta:

“Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà.”

Non parla solo della fine dei tempi.

Parla dell’oggi.

La morte, nel Vangelo, non è solo quella fisica.

Esistono tante forme di morte:

relazioni spezzate, speranze finite, ferite non guarite, sensi di colpa che paralizzano.

La malattia spirituale più grave è la disperazione:

credere che qualcosa sia finito per sempre.

Gesù entra proprio lì.

Davanti a ciò che sembra irreversibile.

E chiede:

“Credi questo?”

La fede non è capire tutto.

È continuare a fidarsi anche quando tutto sembra chiuso.

Arrivati al sepolcro, Gesù dà un ordine sorprendente:

“Togliete la pietra.”

Potrebbe farlo da solo.

E invece coinvolge gli altri.

La guarigione non è mai solo opera di Dio.

Richiede anche la nostra partecipazione.

Togliere la pietra significa:

affrontare ciò che abbiamo chiuso,

aprire ciò che abbiamo sepolto,

non avere paura di guardare dentro le nostre morti.

Marta resiste:

“Signore, manda già cattivo odore…”

È la paura di riaprire ciò che fa male.

Ma senza questo passaggio, non c’è resurrezione.

Gesù grida a gran voce:

“Lazzaro, vieni fuori!”

È una chiamata personale.

Non generica.

Non astratta.

È la voce che entra nella morte e la spezza.

E Lazzaro esce.

Legato mani e piedi, con il volto avvolto nel sudario.

È vivo, ma ancora segnato dalla morte.

Per questo Gesù aggiunge:

“Scioglietelo e lasciatelo andare.”

La risurrezione è un processo.

Non basta tornare alla vita.

Occorre essere liberati da ciò che ancora lega.

Quel “scioglietelo” è rivolto agli altri.

La comunità ha un ruolo decisivo.

Nessuno si libera da solo.

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a sciogliere i nodi,

a lasciare andare le bende,

a respirare di nuovo.

La Chiesa, quando è in salute, è questo:

non un tribunale, ma un luogo dove la vita rinasce.

Per riflettere: la vita più forte della morte

La V Domenica di Quaresima ci porta davanti al confine ultimo.

E lo attraversa.

La Parola che cura oggi non promette una vita senza dolore.

Promette una vita più forte del dolore.

Non ci dice che non perderemo nulla.

Ci dice che nulla andrà perduto in Dio.

La fede torna in salute quando smette di temere la morte

e comincia a fidarsi della vita che Dio continua a generare.

Ogni volta che usciamo da una chiusura,

ogni volta che ricominciamo,

ogni volta che lasciamo andare ciò che ci tiene legati,

stiamo già vivendo una resurrezione.

E allora la Quaresima raggiunge il suo culmine:

non siamo fatti per il sepolcro,

ma per la vita.

E la voce di Cristo continua a chiamarci, anche oggi:

“Vieni fuori.”