Vangelo in Salute, la Parola che Cura

Vangelo in Salute, la Parola che Cura

15 Febbraio 2026 Off Di Fabio De Biase

Non basta non fare il male: la guarigione comincia quando il cuore cambia direzione.

Dopo le Beatitudini e l’invito a essere sale e luce, Gesù entra nel cuore della questione morale.

Non lo fa per irrigidire la legge, ma per liberarla dall’ipocrisia.

“Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento.”

Il compimento non è l’aggiunta di nuove regole, ma la rivelazione del senso profondo.

Gesù non semplifica la legge: la porta dentro il cuore.

Non basta più dire: “Non ho ucciso.”

Bisogna chiedersi: “Ho custodito mio fratello?”

È un Vangelo che non si accontenta dell’apparenza.

È una Parola che cura alla radice.

Quante volte la fede si riduce a un elenco di cose da non fare!

“Non ho fatto niente di male.”

È la frase tipica di una coscienza tranquilla, ma non necessariamente viva.

La malattia spirituale che Gesù denuncia è la religione del minimo indispensabile.

Una fede che si limita a evitare il peccato esterno, ma non si interroga sul cuore.

Una moralità che si sente a posto finché non infrange il codice, ma che non si lascia trasformare.

Gesù non si ferma alla superficie.

Dice: l’omicidio comincia nell’ira coltivata;

l’adulterio inizia nello sguardo che possiede;

la menzogna nasce nel cuore doppio.

Non è un aggravamento della legge.

È una guarigione più profonda.

“Avete inteso che fu detto… ma io vi dico.”

Gesù non contraddice Mosè, ma porta la legge al suo centro: l’amore.

La norma senza relazione diventa peso.

La relazione senza verità diventa confusione.

Gesù unisce le due cose: verità e amore.

La terapia evangelica non è un perfezionismo ossessivo, ma una conversione interiore.

Non basta evitare l’insulto: occorre imparare la riconciliazione.

Non basta non tradire: occorre purificare lo sguardo.

Non basta giurare il vero: occorre essere veri.

La fede in salute non è quella che cerca scappatoie, ma quella che accetta di essere trasformata.

Esiste un’ipocrisia grossolana, ma anche una più sottile.

È quella di chi si sente giusto perché non ha commesso grandi errori, ma non si lascia mai mettere in discussione.

Gesù, con parole esigenti, non vuole schiacciare, ma liberare.

Ci libera dalla mediocrità morale.

Ci invita a una giustizia “più grande”, che non si misura in tribunale, ma nel cuore.

“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei…”

Non si tratta di fare di più, ma di essere diversi.

Non una giustizia di facciata, ma una giustizia che nasce dall’amore.

La Domenica di Tuttosanità ci chiede:

sto vivendo una fede di regole o una fede di relazioni guarite?

Gesù arriva a dire una cosa sconvolgente:

se stai per offrire il tuo dono all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia l’offerta e va’ prima a riconciliarti.

La relazione viene prima del rito.

La pace viene prima del sacrificio.

Non perché il culto non sia importante, ma perché Dio non vuole gesti religiosi che nascondano fratture irrisolte.

La guarigione spirituale passa dalla riconciliazione concreta.

Quante ferite lasciate aperte, quanti silenzi ostinati, quante distanze coltivate!

Gesù non minimizza il conflitto, ma indica una strada: affrontarlo.

La pace non è automatica, ma possibile.

Quando Gesù parla di adulterio del cuore, non sta facendo moralismo.

Sta parlando di sguardi malati.

Uno sguardo che riduce l’altro a oggetto è uno sguardo che si ammala.

Uno sguardo che possiede, consuma, usa, perde la capacità di amare.

La purezza evangelica non è repressione, ma libertà.

È la salute di chi sa vedere l’altro come persona, non come strumento.

In una cultura che mercifica tutto, anche i sentimenti,

il Vangelo propone un’ecologia dello sguardo.

“Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no.”

Gesù chiede una parola limpida.

Senza doppi fini, senza maschere.

La menzogna è una patologia relazionale.

Rovina la fiducia, avvelena i rapporti, crea sospetto.

La parola vera è terapia di comunità.

Quando si può fidarsi della parola dell’altro, nasce la pace.

Per riflettere : la santità possibile

Questo Vangelo potrebbe spaventare, se lo leggessimo come un elenco di pretese impossibili.

Ma è, in realtà, un invito alla pienezza.

Gesù non alza l’asticella per umiliarci,

ma per ricordarci che siamo fatti per una vita più grande.

La Parola che cura oggi non ci accusa,

ci chiama a uscire dalla mediocrità.

Ci dice che la santità non è eroismo straordinario,

ma coerenza quotidiana.

Non basta non fare il male.

Occorre imparare a fare il bene con il cuore intero.

E così la fede torna in salute:

quando smette di nascondersi dietro le regole

e accetta di lasciarsi cambiare dentro.

Perché il Vangelo non vuole cristiani impeccabili,

ma cuori riconciliati.