Vangelo in Salute: la Parola che Cura

Vangelo in Salute: la Parola che Cura

25 Gennaio 2026 Off Di Fabio De Biase

La conversione non è cambiare vita, ma lasciarsi cambiare dallo sguardo di Gesù.

Il Vangelo di questa III Domenica del Tempo Ordinario segna un passaggio decisivo: Gesù inizia.

Inizia dopo l’arresto di Giovanni, inizia in Galilea, inizia con una parola semplice e radicale:

“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino.”

Non è l’inizio di un’ideologia, ma di una cura.

Non è un programma morale, ma una proposta di guarigione.

Gesù non arriva con un sistema da imporre, ma con una presenza che risana.

La sua prima parola non è “obbedite”, ma “convertitevi”: cambiate sguardo, tornate alla vita, riallineate il cuore.

Matteo annota un dettaglio decisivo:

“Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce.”

Le tenebre, nel Vangelo, non sono solo il male evidente, ma una vita vissuta senza orientamento, senza speranza, senza direzione.

Si può vivere nelle tenebre anche avendo tutto.

Si può lavorare, amare, costruire, eppure sentirsi spenti dentro.

È la malattia spirituale della sopravvivenza, non della vita piena.

Si va avanti per inerzia, si ripetono gesti, si accumulano giorni, ma il cuore non arde più.

Gesù entra proprio lì.

Non va a cercare i migliori, ma gli abitanti delle periferie dell’esistenza.

La Galilea è terra di confine, mescolanza, fragilità.

È il luogo dove la fede è incerta e la vita spesso dura.

Ed è lì che la luce comincia a brillare.

“Il Regno dei cieli è vicino.”

Non dice: arriverà, se sarete bravi.

Dice: è vicino, ora, per voi.

La terapia evangelica non consiste nel cambiare tutto subito, ma nel riconoscere che Dio è già all’opera.

La conversione non è uno sforzo titanico, ma una resa fiduciosa.

È smettere di vivere come se fossimo soli.

Il Regno non è un luogo lontano, ma una relazione che inizia.

È Dio che si avvicina all’uomo, non l’uomo che conquista Dio.

Questa è la guarigione più profonda: scoprire che la vita non è abbandonata, che qualcuno cammina con noi.

Gesù cammina lungo il mare e vede pescatori al lavoro.

Non li cerca in sinagoga, ma nella fatica quotidiana.

E dice loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.”

Qui avviene il miracolo più grande: uno sguardo che chiama.

Gesù non rimprovera, non analizza, non giudica.

Vede possibilità dove altri vedrebbero solo routine.

La malattia di molti oggi è sentirsi inermi, inutili, intercambiabili.

Gesù cura questa ferita con una chiamata personale.

Non dice “seguite un’idea”, ma “seguite me”.

La fede non è adesione a un progetto, ma relazione con una Persona.

E loro, “subito”, lasciano le reti.

Non perché le reti fossero cattive, ma perché c’è qualcosa di più grande.

Quando la vita trova un senso più alto, le vecchie sicurezze smettono di essere indispensabili.

Questa Domenica di Tuttosanità tocca una delle paure più profonde dell’uomo: cambiare.

Cambiare fa paura perché significa perdere controllo.

Meglio restare in una situazione che conosciamo, anche se ci fa male, piuttosto che fidarci di qualcosa di nuovo.

Gesù non costringe nessuno.

Invita.

E l’invito è la forma più sana dell’amore.

La fede in salute non è quella che immobilizza, ma quella che rimette in cammino.

Non elimina la paura, ma la attraversa con fiducia.

I discepoli non sanno dove Gesù li porterà, ma sanno con chi vanno.

E questo basta.

Gesù non solo chiama, ma guarisce:

“Percorreva tutta la Galilea, insegnando, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie.”

Annuncio e guarigione vanno insieme.

La Parola che non cura è ideologia.

La cura senza Parola è assistenzialismo.

Gesù guarisce il corpo e l’anima perché sa che l’uomo è uno.

Dove torna il senso, torna anche la vita.

La missione della Chiesa nasce qui: rendere la vita abitabile, restituire dignità, riaccendere speranza.

Il cristiano in salute è colui che, guarito, diventa a sua volta luogo di guarigione per gli altri.

Non perché perfetto, ma perché in cammino.

Per riflettere : la luce che rimette in piedi

La III Domenica del Tempo Ordinario ci consegna una certezza fondamentale:

la luce non elimina le tenebre con la forza, ma le attraversa.

Gesù non cambia il mondo dall’alto, ma dal di dentro.

La conversione che propone non è una rinuncia alla vita, ma il suo compimento.

Seguire Gesù non significa perdere qualcosa, ma ritrovare se stessi.

La Parola che cura oggi ci dice:

non sei destinato a restare dove sei,

non sei condannato alle tue abitudini,

non sei prigioniero delle tue paure.

La luce è passata anche sulla tua strada.

La chiamata è arrivata anche a te.

La guarigione comincia nel momento in cui smetti di dire “non posso”

e inizi a fidarti di Uno che ti dice:

“Seguimi. La tua vita può diventare piena.”