Vangelo in Salute: la Parola che Cura

Vangelo in Salute: la Parola che Cura

4 Gennaio 2026 Off Di Fabio De Biase

Dio non ha scelto di spiegarsi, ma di farsi vicino: guarire dalla fede disincarnata.

All’inizio di un nuovo anno, quando il mondo è ancora immerso nei bilanci e nei propositi, la liturgia ci fa tornare all’inizio assoluto: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.”

È il prologo di Giovanni, il Vangelo che non racconta un presepe, ma svela il mistero che il presepe contiene: Dio non resta idea, diventa carne.

Non parla da lontano, ma si fa voce dentro la storia.

Questa è la buona notizia della guarigione: Dio non salva l’uomo dall’esterno, ma lo cura dall’interno, abitandone la fragilità.

Non viene per cambiare il mondo con un decreto divino, ma per camminare dentro di esso come luce che illumina, come Parola che risana.

Viviamo in tempi di parole gonfie, di concetti religiosi ripetuti, di credenze che restano sulla superficie.

Anche nella vita di fede, a volte, rischiamo di coltivare un rapporto disincarnato con Dio: un cristianesimo delle idee, delle formule, delle abitudini.

Una fede che parla molto, ma non tocca la vita.

Il Vangelo di oggi cura proprio questa malattia dell’anima: la distanza tra fede e vita, tra Parola e carne.

Giovanni ci dice con forza: la Parola eterna di Dio si è fatta corpo, respiro, lacrima, sorriso, dolore.

Dio non ha scelto di spiegarsi, ma di farsi vicino.

Non ha mandato un’idea, ma un Figlio.

L’Incarnazione è la medicina che guarisce la nostra spiritualità malata di astrazione.

Ci ricorda che la fede vera non si gioca nelle altezze del pensiero, ma nella concretezza dell’amore quotidiano.

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.”

Non “tra” noi, come presenza occasionale, ma “in mezzo” a noi, come radice, come tenda stabile.

La parola greca usata da Giovanni, eskēnōsen, significa letteralmente “piantò la sua tenda”.

Dio non costruisce un tempio per sé, ma abita il nostro accampamento umano, con le nostre polveri e le nostre notti.

La terapia spirituale che questo Vangelo offre è la riscoperta della presenza di Dio nella realtà.

Ogni frammento di vita, anche quello che sembra insignificante o doloroso, può diventare luogo di rivelazione.

Ogni volto, ogni storia, ogni ferita può diventare spazio in cui il Verbo continua a farsi carne.

Dio non ci chiede di fuggire dal mondo, ma di vederlo con i suoi occhi.

È questo lo sguardo della fede in salute: la capacità di trovare il divino nel quotidiano, la santità nella materia, il mistero dentro l’ordinario.

Questa Domenica di Tuttosanità ci invita a guarire dalla malattia della distanza spirituale, quella che ci fa vivere come spettatori del Vangelo.

È la fede dei “si dovrebbe”, dei “forse”, dei “non tocca a me”.

Il Dio che si fa carne rompe ogni distanza: entra nella nostra storia per restarci, non per osservarla.

Ecco la cura: lasciarsi abitare.

Lasciare che la Parola non resti scritta su una pagina, ma si scriva nella nostra carne, nei nostri gesti, nei nostri giorni.

Non basta ascoltarla: va incarnata.

Non basta leggerla: va vissuta.

La salute spirituale nasce quando la Parola non è più solo una dottrina, ma una presenza viva.

Quando smettiamo di “parlare di Dio” e cominciamo a “parlare con Dio”.

Quando la fede scende dal cervello al cuore, e dal cuore alle mani.

“E la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta.”

Questa frase è un atto di fede e un atto di guarigione insieme.

Le tenebre non spariscono, ma non vincono.

Il Vangelo non nega la realtà del male, ma afferma la permanenza della luce.

Ogni volta che il male sembra dominare, il cristiano in salute spirituale non si lascia contagiare dal cinismo.

Sa che la luce non è un ricordo, ma una forza presente.

È Cristo stesso, luce che nessun buio può soffocare.

La terapia che Gesù offre al mondo non è eliminare la sofferenza, ma dare un senso e una presenza dentro di essa.

È la guarigione del realismo evangelico: non l’illusione che tutto vada bene, ma la certezza che in ogni cosa Dio sta operando bene.

“Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.”

È la diagnosi di un’anima guarita: non lamentarsi per ciò che manca, ma ringraziare per ciò che si riceve.

La grazia non è una dose limitata di bene, ma una sorgente che non si esaurisce.

L’uomo sano nella fede non vive di carenze, ma di gratitudine.

Non si misura con ciò che non ha, ma con ciò che Dio gli ha già donato.

È questo lo sguardo dei figli: riconoscere che tutto è grazia, anche quando non si vede.

La Parola che si fa carne è la prescrizione divina contro la rassegnazione:

ogni giorno può rinascere, ogni storia può ripartire, ogni ferita può diventare grembo di novità.

Per riflettere : la carne come luogo di salvezza

Giovanni non dice che il Verbo si fece uomo, ma carne: termine crudo, concreto, fragile.

Dio ha scelto di entrare nella vulnerabilità per insegnarci che la fragilità non è un difetto, ma un luogo di rivelazione.

La carne che noi temiamo — con i suoi limiti, le sue debolezze, le sue fatiche — è il luogo in cui Dio si manifesta.

Il cristiano in salute spirituale è colui che accetta la propria umanità come sacramento di Dio.

Non fugge dal mondo, non disprezza la materia, non si vergogna della realtà.

La abita con fede, come ha fatto il Verbo.

Ecco la terapia della II Domenica dopo Natale:

abitare la carne con la grazia, accogliere la vita con speranza, lasciarsi toccare da Dio che si fa vicino.

Nel cuore dell’inverno, questa Parola accende una fiamma: Dio non ci chiede di essere perfetti, ma di lasciarci amare.

Non ci chiede di capire tutto, ma di accogliere la sua presenza viva.

E così, la salute dell’anima diventa la certezza che Dio è qui, nella carne, nella storia, nel respiro, e che nulla potrà mai spegnere la sua luce che cura.