Vangelo in Salute: la Parola che Cura

Vangelo in Salute: la Parola che Cura

30 Novembre 2025 Off Di Fabio De Biase

La vigilanza non è paura del futuro, ma passione per il presente.

Con la I Domenica di Avvento la Chiesa inaugura un nuovo anno liturgico, un nuovo ciclo della speranza.

È un tempo che ricomincia non con fuochi d’artificio, ma con un invito semplice e urgente: “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.” (Mt 24,42).

Gesù non parla di fine del mondo per spaventarci, ma per svegliarci.

Non annuncia catastrofi, ma conversioni.

Non chiede di vivere in ansia, ma in attenzione.

L’Avvento è il tempo della cura spirituale della distrazione: la malattia silenziosa che ammala la fede e addormenta il cuore.

Il Vangelo inizia con un’immagine provocatoria: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.”

Mangiare, bere, sposarsi, lavorare… niente di male in sé.

Eppure Gesù aggiunge: “E non si accorsero di nulla.”

Il problema non è la vita quotidiana, ma la superficialità.

Non è ciò che facciamo, ma il modo in cui lo viviamo.

Il sonno interiore è il grande rischio del nostro tempo: essere sempre connessi e mai presenti, pieni di parole e poveri di ascolto, immersi nell’attività ma incapaci di alzare lo sguardo.

Gesù ci diagnostica questa malattia con precisione evangelica: non siamo cattivi, siamo distratti.

Ci ammaliamo di abitudine, di routine, di spiritualità stanca.

E così la vita passa, ma il cuore non cresce.

“Vegliate!” è la cura che il Signore ci offre.

Ma vegliare, nel linguaggio del Vangelo, non significa stare svegli per paura, bensì vivere con cuore desto, con lo sguardo capace di riconoscere Dio nel quotidiano.

La vigilanza cristiana non è angoscia, ma attenzione amorosa.

È la custodia del cuore, la prontezza di chi ama e attende.

È la disponibilità a lasciarsi sorprendere da Dio nei momenti più ordinari.

Gesù non chiede di vivere sospettando un castigo, ma di vivere in attesa di un incontro.

Il cristiano non è uno che teme la fine, ma uno che desidera il compimento.

L’Avvento ci ricorda che la storia non è una corsa cieca verso il nulla, ma un cammino che conduce a un volto: quello di Cristo.

In questa Domenica di Tuttosanità, la Parola cura un virus che si è diffuso nel mondo: l’indifferenza spirituale.

Non quella che si proclama, ma quella che si vive senza accorgersene.

È la vita fatta di mille impegni ma senza un centro, di mille parole ma senza ascolto, di mille relazioni ma senza profondità.

Gesù non chiede di fare di più, ma di vivere meglio.

Ci invita a riscoprire la salute del cuore che sa attendere, che sa stupirsi, che non perde il gusto della speranza.

La vigilanza è la medicina dell’anima pigra: ci restituisce la capacità di meravigliarci, di riconoscere che Dio è già all’opera nella nostra vita.

Essere vigilanti significa saper dire: “Oggi voglio vivere come se il Signore venisse davvero.”

E in un certo senso, viene davvero: nella Parola, nel fratello, nell’Eucaristia, in ogni frammento di bene che attraversa la giornata.

L’Avvento non è un tempo di sospensione, ma di gestazione.

È il tempo in cui Dio prepara, in silenzio, la sua venuta nel cuore del mondo.

In un tempo frenetico come il nostro, l’Avvento è la scuola della pazienza e della profondità.

Viviamo immersi nel “tutto e subito”: pretendiamo risultati immediati, emozioni continue, risposte istantanee.

Ma Dio non si consuma come un messaggio istantaneo: si attende, si riconosce, si accoglie.

La salute spirituale passa per la capacità di abitare l’attesa senza ansia, di restare fedeli nel piccolo, di non scoraggiarsi davanti ai tempi lunghi della grazia.

Ogni Avvento è un invito a credere che Dio non è lontano: sta già venendo, ma a passo d’uomo.

Sta già bussando, ma con discrezione.

Sta già guarendo, ma nel segreto.

Nel Vangelo di oggi, Gesù usa un’immagine domestica: “Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, veglierebbe.”

Dio non è un ladro, ma viene con la stessa imprevedibilità di chi non si annuncia.

E il modo per essere pronti non è vivere in tensione, ma vivere in amore.

Chi ama non dorme sull’essenziale.

Chi ama è pronto anche se non sa quando.

La vigilanza non è ansia, ma passione per la vita: un cuore che pulsa di attesa, un’anima che non si adagia.

Forse questa è la guarigione più urgente per la Chiesa e per ogni credente: tornare ad amare la vita come luogo dell’incontro con Dio, a guardare ogni giorno come un tempo favorevole, a dire “oggi” con gratitudine e responsabilità.

Per riflettere: vivere da risvegliati

L’Avvento comincia con un verbo che è una scossa e una carezza: vegliate.

È la parola con cui Dio ci chiama a risvegliarci, a respirare, a tornare vivi.

Non per paura del giudizio, ma per amore del presente.

La fede non è l’arte di prevedere la fine, ma di preparare l’incontro.

Chi veglia non teme, spera.

Chi attende non fugge, si apre.

Chi è desto non si lascia rubare la vita dalle distrazioni.

E così il Vangelo, anche oggi, diventa medicina del cuore: cura la stanchezza, ridona lucidità, risveglia la gioia.

Perché il Signore che viene non è un giudice che condanna, ma un medico che guarisce.

E il suo ritorno non è minaccia, ma promessa.

Promessa di un mondo nuovo, di un cuore nuovo, di una vita che finalmente si lascia amare.