Sanità territoriale nel caos, sempre più frequenti episodi di errate diagnosi

Sanità territoriale nel caos, sempre più frequenti episodi di errate diagnosi

2 Aprile 2026 Off Di La Redazione
Non si fa in tempo a parare un colpo che un altro è in arrivo. Un episodio di una gravità assoluta scuote ancora una volta il sistema della diagnostica territoriale in Campania, ponendo interrogativi inquietanti sulla qualità e sicurezza delle prestazioni erogate nei centri convenzionati.
Protagonista della vicenda è la signora M.T.C., che si è sottoposta a un’ecografia addome completo presso un centro convenzionato di Aversa. Il referto redatto dal medico radiologo evidenziava la presenza di una cisti epatica e segnalava un rene con calici lievemente dilatati, suggerendo ulteriori accertamenti mediante URO-TC.
Fin qui, nulla di anomalo, se non fosse per quanto emerso successivamente.
La paziente si è recata dal proprio Medico di Medicina Generale, il dottor Pasquale Persico, per una valutazione clinica complessiva. Il medico, analizzando attentamente non solo il referto ma anche le immagini ecografiche allegate, ha rilevato una macroscopica incongruenza: la presunta cisti epatica, in realtà, risultava localizzata a livello renale.
Un errore già di per sé grave, ma ciò che è emerso dopo è ancora più inquietante.
Dall’analisi delle immagini, infatti, è apparso evidente che al referto erano state allegate fotografie appartenenti a due soggetti diversi: una metà delle immagini riconducibili alla paziente, l’altra presumibilmente riferita a un’altra persona. Un errore materiale? Una distrazione? O il sintomo di un sistema che ha perso completamente il controllo sui propri processi?
La questione assume contorni drammatici se si considera uno scenario alternativo: cosa sarebbe accaduto se, invece di una cisti, fosse stata refertata una neoplasia? Quali conseguenze psicologiche, cliniche e terapeutiche avrebbe subito la paziente? E quanti altri casi simili potrebbero essere passati inosservati?
Non si tratta di un episodio isolato.
Già nel mese di settembre, un’altra paziente, la signora F.C., sempre presso un centro convenzionato di Aversa, non aveva ricevuto la diagnosi di un sarcoma, con tutte le implicazioni gravissime che un ritardo diagnostico comporta.
Questi episodi delineano un quadro allarmante: strutture accreditate che sembrano operare come vere e proprie “catene di montaggio”, dove la quantità prevale sulla qualità, e dove la pressione produttiva rischia di compromettere la sicurezza dei cittadini.
I centri convenzionati non sono semplici erogatori di prestazioni, ma presidi fondamentali del Servizio Sanitario Regionale. Essi operano in virtù di un accreditamento pubblico, che dovrebbe garantire standard elevati di qualità, appropriatezza e sicurezza.
Quando questi standard vengono meno, si tradisce non solo la fiducia del paziente, ma l’intero patto tra cittadino e sistema sanitario.
È necessario, a questo punto, un intervento immediato e deciso da parte delle autorità competenti: verifiche ispettive, controlli sui processi diagnostici, tracciabilità delle immagini e dei referti, e, se necessario, provvedimenti sanzionatori esemplari.
La medicina non può essere ridotta a una catena di produzione.
Dietro ogni referto c’è una persona, una storia, una vita.
E la sicurezza del paziente deve tornare ad essere, senza compromessi, la priorità assoluta.

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