Sandro De Fazi, i classici latini sono bussole per orientarsi nella vita
27 Marzo 2026
Latinista di vaglia e fine conoscitore della cultura greca, Sandro De Fazi è uno scrittore e poeta eclettico, incline a scrutare l’uomo dall’interno, cogliendone le molteplici sfumature, reali e immaginarie, eppure sempre affascinanti e profondamente umane, finanche troppo umane.
Poesia e prosa. Con quale dei due strumenti che lei utilizza le è più facile mostrare la sua interiorità?
Con la premessa che non credo in una rigida distinzione dei generi letterari, direi innanzi tutto che la qualità dello scrivere bene deve precedere lo schema formale. Quindi la poesia e la prosa devono essere innanzi tutto scritte bene. Tuttavia, se la poesia è per me il luogo dell’intuizione improvvisa e verticale, la prosa è il respiro ampio del confronto col tempo e con la storia. Attualmente mi sto dedicando a un romanzo storico ambientato alla Reggia di Caserta nel tardo Settecento; in questo momento, quindi, è la prosa a offrirmi lo spazio per esplorare l’interiorità, non solo mia, pur contaminandola con aperture saggistiche che riflettono il mio bisogno di analisi in questo caso storica.
La sua laurea in Filosofia è la dimostrazione del suo amore per le materie umanistiche. Una scelta consapevole che si fa in età giovanile ma adulta, ma l’innamoramento per la letteratura sia in prosa che in versi quando è venuto fuori?
Della filosofia ci si occupa proprio quando sembra che non ce ne stiamo occupando, come diceva Cicerone. Il mio innamoramento è nato sicuramente da uno scarto nel rapporto con la realtà, una vocazione sbocciata in gioventù se non nell’adolescenza, come una misteriosa alchimia interiore. Ho capito presto che il mondo classico non parla una lingua morta, ma immortale: studiosi come Paul Veyne o Armand D’Angour ci insegnano che non esiste filologia senza antropologia o filosofia. Davvero è il caso del rovesciamento nietzschiano, ricordato da Giorgio Agamben, della frase di Seneca ad Lucilium: «Itaque quae philosophia fuit facta philologia est», che significativamente diventa in Nietzsche: «Philosophia facta est quae philologia fuit». La letteratura, per me, è nata come necessità di dare voce a questo legame indissolubile tra il pensiero antico e la sensibilità contemporanea.
Lei ha al suo attivo diverse pubblicazioni, anche di rilievo. C’è fra di queste una alla quale è particolarmente legato?
Non vorrei fare della retorica ma davvero è difficile se non impossibile scegliere, come quale sia il preferito tra i propri figli, perché ogni libro rappresenta una stagione o un momento preciso della vita. Tuttavia, proprio per citare un titolo, sono particolarmente legato al mio romanzo Eugenio, pubblicato a Venezia Lido da Supernova nel 2021, perché è uscito durante la pandemia e non fu possibile presentarlo da nessuna parte, anche se ha avuto belle recensioni. L’unico mio libro che non mi è stato possibile presentare neppure una volta. È la mia prosa narrativa più armoniosa, più equilibrata, in quanto ha segnato il momento in cui la mia ricerca concettuale (e narratologica) e la mia urgenza espressiva hanno trovato un equilibrio perfetto.
Lei coniuga l’attività di scrittore con quella di docente. Qual è la risposta dei giovani alle sollecitazioni che vengono dalle materie a lei tanto care?
Sono questioni su cui rifletto tutti i giorni, anche nel mio lavoro al Liceo “Don Gnocchi” di Maddaloni, dove insegno da quasi vent’anni e dove il dialogo coi ragazzi è la linfa della mia ricerca. Intanto sono due ambiti diversi: altro è lo scrittore, altro è il docente. Ma essendo io un latinista e insegnando lingua e cultura latina esiste un inevitabile e oggettivo punto d’incontro tra le due situazioni. Contrariamente ai luoghi comuni, le giovani generazioni rispondono con grande vivacità se sollecitati nel modo giusto. La sfida è mostrare loro che i classici sono bussole per orientarsi nella vita. Quando riescono a scorgere un legame tra un verso di Orazio e un dilemma etico moderno, e io mi coinvolgo molto in quella direzione, la loro risposta può essere apparentemente di pura meraviglia, per poi dipanarsi in percorsi che ci è dato seguire fino a un certo limite. La resistenza iniziale dei giovani all’estetica è, in realtà, una fame di senso di cui il mondo contemporaneo ha un enorme bisogno.
Nelle piccole città di provincia è più difficile fare cultura, quale strada, a suo giudizio, si potrebbe intraprendere per invertire la tendenza?
Ho da sempre importanti amicizie a Roma, a Venezia, a Bologna, a Milano, per me sono punti di riferimento vitali e lo sono sempre stati. La provincia però non deve essere vissuta come un limite, ma come un osservatorio privilegiato. Per invertire la tendenza serve secondo me fare rete evitando la dispersione o la ghettizzazione in nicchie specializzate: uscire dalle torri d’avorio e portare la cultura nelle piazze, nei caffè, rendendola un’esperienza comunitaria e non un esercizio per pochi eletti. Ma questo si è già cominciato a farlo: o perlomeno a Caserta, città dove risiedo, vedo ultimamente che c’è fermento creativo e voglia di confronto sul piano intellettuale. La strada è quella del policentrismo: creare eventi che dialoghino col territorio (come la Reggia per il mio romanzo), trasformando il genius loci in un volano di innovazione e confronto sul piano nazionale.


