Quando la tecnologia fa paura: il racconto di un professore davanti alla macchina diagnostica
10 Marzo 2026“Mi segua lungo la striscia gialla “disse l’infermiera dell’ambulatorio medico. Così diceva e lo precedeva per introdurlo in uno stanzone dove un lettino metallico lo aspettava. Poi “Si tolga e…si tolga. Si metta comodamente disteso”. Aggiunse per scomparire d’incanto agli occhi di Stefano (il professore) che docilmente tolse e poi… tolse. Nella vita di ciascuno di noi c’è una componente schizofrenica. Una componente che non risparmiò in quella circostanza il povero Professore per scelta filosofo-inquieto alla ricerca di interrogativi da porre a sé stesso e agli alunni. La vita è un mistero…
Un alter ego refrattario cercava di sfuggire alla realtà pur consapevole della prassi necessaria per giungere alla conoscenza e alla cura del male che lo affliggeva e che, come un folletto impazzito e sadico, gli pesava sull’addome. Guardò la macchina che lo sovrastava, il rumore continuo che usciva come il ruggito di un qualcosa di sconosciuto e irreale. C’era in questo l’insanabile diffidenza dell’uomo verso una macchina così efficiente, perfetta. La necessità di sottrarsi al calcolo di una intelligenza artificiale capace di scrutare ogni distretto del corpo, anche i peccati veniali svelandoli e incollandoli a una striscia di celluloide.
Un’ipocondria perenne avvolgeva, in un cielo di led luminosi, tecnici e medici che finirono per apparirgli minuscoli serventi, il movimento molecolare indispensabile per dare energia a quell’essere metallico, una reazione a catena capace di legare le singole componenti in un servilismo di onniscienza.
Il respiro di Stefano, seguendo il procedere degli eventi, si andava trasformando in un movimento superficiale, costale, mentre l’ansia gli stringeva la gola e la lingua era una spugna secca senza saliva. Restava la possibilità di premere l’allarme poggiato sul petto e fermare ogni cosa. Spegnere l’occhio luminoso e indagatore della macchina e sfuggire a un modo usuale di procedere in quell’ambulatorio. Volle il diritto all’empirismo mescolando possibile e impossibile, illusione e realtà, salute e malattia, trasformandosi in un ricercatore attento, un navigatore consumato dai sintomi capace di incrociare gli infiniti ragioni di un rifiuto con la necessità di una intimità che non andava violata dalla macchina. Una voce fuori campo disse: “Trattenga il respiro!” non era la voce dell’infermiera, non una voce umana. Un attimo d’attesa e poi… attribuì la sua incapacità a entrare in quel cilindro metallico dando la colpa alla sua claustrofobia, ne soffriva da anni. L ’infermiera guardandolo meravigliata disse; “Paura?” “Sì!” e aggiunse “perché le macchine sono fredde e non conoscono la filosofia”.



