Ospedale di Pagani, dieta e immunoterapia nel tumore della vescica: lo studio BLOSSOM
24 Febbraio 2026Nel tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio, dopo l’intervento endoscopico, una parte decisiva della cura passa dall’immunoterapia endovescicale con BCG: instillazioni in vescica che attivano una risposta immunitaria locale per ridurre il rischio di recidiva. Non sempre però la protezione è duratura e il percorso è segnato spesso dalla necessità di nuove procedure endoscopiche e purtroppo talvolta anche dalla rimozione della vescica, con gravi conseguenze di tipo personale e sociale.
Da qui una domanda semplice ma tutt’altro che banale: l’alimentazione può influire, anche indirettamente ma concretamente, sull’efficacia di una terapia che lavora con il sistema immunitario? L’idea nasce da un aspetto biologico intuitivo: molte sostanze derivate dai cibi finiscono nelle urine e restano a contatto con la mucosa della vescica, lo stesso ambiente in cui il BCG deve innescare l’effetto antitumorale. D’altra parte, molti principi nutritivi, come vitamine e minerali, sono noti per influenzare e sostenere la funzione immunitaria.
A indagare questa intersezione è lo studio BLOSSOM, che è stato coordinato dalla Unità Operativa Complessa di Oncologia dell’ospedale “Andrea Tortora” di Pagani, struttura dell’Asl Salerno, diretta dal professore Giuseppe Di Lorenzo, e a cui hanno partecipato autorevoli centri italiani. “Abbiamo scelto di dirigere i nostri sforzi per fare luce, con strumenti scientifici e rigorosi, sull’affascinante relazione tra dieta e immunoterapia endovescicale, ancora poco studiata in ambito internazionale. Studiare in modo individuale le abitudini dietetiche con precisione è difficile, in quanto si tratta di un fenomeno complesso che riflette aspetti sociali, psicologici ed emotivi: E per rendere i dati confrontabili abbiamo usato FOODCONS, la piattaforma di proprietà dell’ente di ricerca pubblico CREA, uno strumento validato per la raccolta dei consumi alimentari” – chiosa il professore Di Lorenzo.
Tra marzo 2023 e novembre 2024 sono stati arruolati 46 pazienti “BCG-naive” (alla prima esperienza con BCG), tutti con malattia ad alto rischio. La dieta è stata ricostruita con interviste precise e dettagliate delle 24 ore precedenti, guidate da intervistatori formati, in più momenti del primo anno: una scelta pensata per ridurre gli errori delle rilevazioni “una tantum”. A 12 mesi la recidiva intravesicale era valutabile per 41 persone; 8 hanno avuto una recidiva (circa un paziente su cinque). I numeri sono ridotti e i ricercatori lo dichiarano senza ambiguità: BLOSSOM è uno studio preliminare, utile soprattutto a generare ipotesi. Proprio per questo, i segnali emersi nelle analisi esplorative meritano attenzione ma devono essere interpretati con cautela, tassello di un puzzle complesso che deve ancora essere ricostruito del tutto. Tra i più interessanti c’è la correlazione tra maggiore assunzione di zinco (considerata in rapporto alle calorie introdotte) e minore probabilità di recidiva dopo BCG. Associazioni protettive sono comparse anche per le verdure a foglia verde e per alcuni minerali, come il magnesio.
“Sono risultati preliminari: l’associazione è suggestiva perché in linea con le conoscenze scientifiche sul ruolo di alcuni micronutrienti nell’immunità – conclude Di Lorenzo – Si potrebbe progettare uno studio interventistico, con supporto dietetico controllato e biomarcatori, per verificare se ottimizzare lo stato nutrizionale (in modo sicuro e supervisionato) possa accompagnare meglio l’efficacia del BCG”.
BLOSSOM accende infine un faro su un bisogno spesso invisibile: molti partecipanti erano in sovrappeso e con bassa aderenza a un modello alimentare di tipo mediterraneo, un promemoria sull’importanza di integrare counseling nutrizionale e stile di vita nei percorsi oncologici.
A sottolineare il valore del lavoro di rete è il direttore generale dell’AslSalerno, Gennaro Sosto: “Sono compiaciuto di questo studio, coordinato dalla Unità Operativa Complessa di Oncologia dell’Asl Salerno, con la collaborazione – oltre che dell’Urologia di Nocera – di varie urologie, tra cui l’IRCCS Pascale di Napoli, La Sapienza di Roma, l’ospedale Cardarelli e la ‘Federico II’ di Napoli. Uno sforzo collegiale, non scontato, che dimostra la capacità di tessere reti e rapporti, nell’interesse della scienza e della comunità”.



