Nadia Verdile, il sacrificio diventa insegnamento

Nadia Verdile, il sacrificio diventa insegnamento

17 Ottobre 2020 1 Di Anna Mozzi e Pasquale Maria Sansone

 

L’ansia per l’aumento costante di casi di Covid 19, che sembra interessare particolarmente la nostra Regione ci induce a ripercorrere la lunga fase di lockdown interrotta, finalmente, in estate.

La ripresa della Scuola ed il terrore che proprio i giovani possano trasmettere il virus alle generazioni più anziane e più esposte al contagio, ci invita a trattare il tema Scuola e Covid con un’interlocutrice di vaglia, ottimista di natura ed intollerante verso stereotipi e pregiudizi.

Nadia Verdile, coniuga mirabilmente i ruoli di docente, giornalista e scrittrice e, pertanto, il suo contributo risulta particolarmente illuminante. Nata a Napoli, vive a Caserta, ma le sue origini sono molisane. Insegna materie letterarie nella Scuola Secondaria Superiore e collabora con il quotidiano «Il Mattino». Ha venti libri all’attivo, molti suoi saggi sono stati pubblicati in riviste nazionali ed internazionali. Relatrice in convegni e seminari di studio, come storica, da anni, dedica le sue ricerche alla riscrittura della Storia delle Donne. È direttrice della Collana editoriale “Italiane” di Pacini Fazzi Editore.

 

In che maniera Nadia Verdile, docente, giornalista, scrittrice, madre ha vissuto il lungo e necessario periodo di clausura dovuto alla pandemia di Covid 19?

La mia storia familiare è stata preziosa nei duri mesi della chiusura forzata. Chi cresce a “pane e sacrifici” sa che quando è tempo di rinunce quelle rinunce diventano concime. Ho vissuto così quelle settimane, con la consapevolezza che stavo imparando, che stavamo tutti vivendo una difficilissima partita per la vita. Come docente mi sono dovuta misurare con nuove e sperimentali forme di didattica che mi hanno messa alla prova e che mi sono servite per imparare; come giornalista ho raccontato in quei giorni i fatti, le paure, le storie di gente che si divincolava tra la paura e la necessità; come scrittrice ho approfittato per mettere a punto il nuovo libro che sto scrivendo e che con la pandemia non ha nulla a che vedere ma che urgeva in me da molto tempo; come madre mi sono presa il “bello” di una “reclusione” forzata vivendo una prossimità con Dafne che la vita turbinosa di tutti i giorni per tanto ci aveva tolto. Averla con me, egoisticamente, è stato il dono più bello che quei giorni difficili mi hanno fatto.

La didattica a distanza che ha impegnato gli insegnanti durante il lockdown e che continua, parzialmente, ad impegnarli tuttora quali pregi e quali difetti presenta?

La didattica a distanza è una modalità utile ma non efficace come è quella in presenza. Una lezione è fatta di interazione, di sguardi, di parole dette ed intuite. Spiegare attraverso uno schermo è utile per i contenuti non lo è per la formazione. Una lezione in presenza coinvolge tutti i sensi, apre dibattiti, innesca curiosità. È per sua natura insostituibile e irripetibile. Se potessi scegliere eviterei sempre la didattica a distanza ma resta un utile surrogato in caso di necessità. Il passaggio di saperi, l’educazione al confronto, la condivisione degli spazi e dei tempi sono elementi cardine nella formazione, a qualsiasi età. Fare lezione senza queste componenti è un ripiego. Insomma, la didattica a distanza sta alla didattica in presenza come le statuine di gesso fatte nello stampino stanno alla scultura di marmo fatta a mano.

La scrittrice Nadia Verdile pensa di affrontare in un sua futura produzione letteraria il tema della pandemia con tutti i suoi risvolti psicologici, sociali ed economici?

Ho imparato, per esperienza, che nella vita non bisogna mai dire mai. Ma dentro sento una vocina che dice “mai, mai, mai”. Perché? Ho un reverenziale rispetto per le fragilità umane, desisto da ogni azzardo interpretativo. Quando si è preda delle paure si compiono gesti irrazionali e non mi sento all’altezza di poterne scrivere. Forse, un giorno, quando quello che stiamo vivendo smetterà di essere cronaca e diventerà storia potrebbe venirmi il desiderio di raccontare. Ma dovrebbe accadere veramente qualcosa di speciale. Non è nelle mie corde, non è nella mia penna (diciamo tastiera?).

In Italia il percorso per l’Uguaglianza di Genere è già di per sé arduo, impervio, accidentato permanentemente ad ostacoli. Il Covid19 ed il periodo di lockdown hanno contribuito a ledere, disattendere, vituperare, conculcare i Diritti delle Donne, implementando il Gender-Gap e stigmatizzando la Donna, quale pezzo del Welfare. Qual è il suo pensiero su questa tematica?

Nella domanda ci sono già tutte le risposte. Ad una donna si chiede di essere assistente sociale, medica, infermiera, cameriera, maestra, psicologa, badante, cuoca, compagna, madre, figlia, nipote. Sembra che tutto quello che serva all’umanità in termini di cura debba essere patrimonio esclusivo delle donne e non importa se per fare tutte le cose che prima ho elencato si chiede di fare un passo indietro nel mondo del lavoro. In fondo una donna cosa dovrebbe volere dalla vita? Siamo molto, molto lontane dalla percezione di una vita pubblica e privata a misura di persona e non a misura di donne e uomini. Quelle che mancano sono le pari opportunità, intese come condizioni paritarie di partenza e come condizioni paritarie di conduzione della vita. Perché continuare a ripetere, per esempio, che aumentare gli asili nido serve a migliorare la vita lavorativa delle donne? Siamo tutte ragazze madri o questi figli hanno pure un padre? Gli asili nido servono a migliorare la vita delle famiglie non delle donne. Fin quando continueremo a pensare che la famiglia è un affare femminile, che la cura è un destino femminile, non ne verremo mai fuori. In questo la scuola gioca un ruolo fondamentale ma continuo, con rammarico crescente, a constatare che c’è scarsa attenzione al tema da parte di chi fa il mio lavoro, a partire dalle donne e questo è veramente il problema dei problemi.