Ivano Biscardi, musica e scrittura
12 Gennaio 2026Titolare della cattedra di Fisarmonica presso il Conservatorio Arcangelo Corelli di Messina Ivano Biscardi è docente di Masterclass e Seminari a livello nazionale ed internazionale ed apprezzato scrittore. Al suo attivo, tra l’altro ,la vittoria al I Concorso internazionale di Composizione Fadiesis Accordion Composition Contest 2022.

Direi che la risposta più istintiva sarebbe affermare che mi sento più a mio agio nelle vesti di compositore, perché la musica è, prima di tutto, la mia patria originaria. Tuttavia, se provo a essere intellettualmente onesto, devo riconoscere che sia scrivere un libro sia comporre un’opera musicale comportano un grado di complessità, di esposizione e di responsabilità non così distante. In entrambi i casi non si tratta di “esprimersi” in modo spontaneo, ma di costruire con rigore una forma, di articolare un pensiero, di dare una struttura a qualcosa che inizialmente è solo intuizione, tensione, domanda. La gestazione del mio Accordion Concerto, pubblicato nel 2017, è durata quasi tre anni: un tempo lungo, fatto di tentativi, riscritture, verifiche all’ascolto, studio di tecniche strumentali e di soluzioni formali. Un percorso molto simile, nella sostanza, a quello che ha portato alla nascita del mio ultimo libro, Il suono che interroga, anch’esso frutto di anni di insegnamento, studio e ricerca. Se il concerto nasce dall’urgenza di dare una forma sonora a un’idea, il libro nasce dall’urgenza di chiarire, articolare e condividere una riflessione che si è sedimentata nel tempo. In entrambi i casi, nulla è improvvisato, ogni pagina e ogni battuta sono il risultato di un lavoro paziente, spesso silenzioso, che si confronta con una tradizione e prova a spingersi un poco oltre. Ciò che accomuna profondamente queste due attività è il fatto che, in definitiva, si parla sempre di linguaggio. La musica è un linguaggio, la scrittura lo è altrettanto. Mutano i materiali, suono da una parte, parola dall’altra, ma il compito rimane analogo, cioè dare una forma comunicabile a un’esperienza interiore complessa. Richard Wagner diceva che “là dove finisce il potere delle parole, comincia la musica”, mentre molti scrittori, come Marcel Proust per esempio, hanno riconosciuto nella musica una sorta di modello estremo di espressività, qualcosa che la parola insegue e al tempo stesso invidia.

Questo “dilemma” tra suono e parola, tra musica e scrittura, non è quindi una questione privata, ma attraversa la storia del pensiero estetico moderno. Per questo tenderei a dire che scrivere e comporre sono, in fondo, due facce della stessa medaglia. In entrambi i casi si tratta di elaborare una sintassi, di governare un tempo, di creare attese e risoluzioni, di accordare il proprio discorso a un lettore o a un ascoltatore che non è mai puramente astratto. Detto ciò, non posso negare che, per formazione e identità, io resti innanzitutto un musicista. Questo significa che, se devo individuare il luogo in cui mi sento più naturalmente “a casa”, è probabilmente nella scrittura musicale. Il lavoro sul libro, però, mi ha mostrato con forza quanto il pensiero critico e la riflessione teorica siano indispensabili anche per chi compone. Potrei dire che la musica mi ha insegnato a scrivere e la scrittura mi ha aiutato a comprendere meglio che cosa realmente sto cercando quando compongo. In questo senso, più che scegliere tra libro e partitura, mi interessa abitare la tensione feconda tra questi due linguaggi, lasciando che l’uno interroghi continuamente l’altro.

La fisarmonica è, a dispetto della sua diffusione capillare e della sua riconoscibilità immediata, uno strumento relativamente giovane nella storia della musica occidentale. Il principio acustico che la rende possibile (quello dell’ancia libera) affonda però le sue radici in una tradizione antichissima, basti pensare allo sheng cinese, già attestato millenni fa, che può essere considerato il suo progenitore ideale. È dunque uno strumento giovane nella forma, ma antico nel principio, e questa duplicità ne ha sempre alimentato il fascino. Nel corso del Novecento la fisarmonica ha attraversato un processo di emancipazione e legittimazione particolarmente significativo. Se nell’immaginario collettivo rimane spesso associata alla dimensione popolare e folk, la sua storia recente testimonia un progressivo ingresso nei territori della musica colta. Già alla fine dell’Ottocento Čajkovskij ne intuì le potenzialità timbriche inserendola in partiture orchestrali complesse; nel secolo successivo compositori come Hindemith, Shostakovich, Prokof’ev e altri ancora ne hanno esplorato le possibilità espressive, contribuendo a sottrarla a un’aura marginale e a riconoscerle dignità artistica piena. Questo passaggio non è stato immediato, ma ha richiesto una lenta trasformazione culturale, sostenuta da interpreti, compositori e istituzioni. Se guardiamo alle sue origini sociali e culturali, la fisarmonica tradizionale, e con essa gli strumenti della stessa famiglia, come la diatonica o il bandoneón, ha costruito la propria identità soprattutto all’interno delle musiche popolari. È sufficiente evocare il tango argentino (il bandoneon), la cumbia colombiana o le molteplici tradizioni gitane ed europee per comprendere come questo strumento abbia contribuito a definire l’estetica stessa di interi generi musicali. In questi contesti la fisarmonica non è un semplice “accompagnamento”, ma un vero e proprio vettore identitario, la voce che dà forma a un immaginario, a una gestualità, a un modo di sentire. Nel mio libro Il suono che interroga ho cercato di restituire questa complessità storica e culturale, mostrando come la fisarmonica sia uno strumento capace di attraversare mondi diversi, di abitare linguaggi molteplici e di trasformarsi continuamente. La sua storia recente dimostra che, grazie all’attenzione di grandi compositori e alla nascita di una letteratura originale sempre più ampia, essa ha definitivamente superato la condizione di strumento “ghettizzato” o confinato a un repertorio marginale. Oggi la fisarmonica è presente in quasi tutti i generi musicali: dalla musica contemporanea alla world music, dal jazz alla musica da film, fino alle sperimentazioni elettroniche. È entrata in questi territori con forza, spesso ridefinendone i confini espressivi. La sua natura polifonica, la duttilità timbrica, la capacità di modulare il suono con una sensibilità quasi vocale la rendono uno strumento straordinariamente complesso e, proprio per questo, inesauribile. Si può affermare, senza esitazione, che la fisarmonica sia ormai uno dei luoghi privilegiati in cui la tradizione incontra l’innovazione, e che la sua voce, antica nel principio, moderna nella forma, continui a interrogare e a trasformare il nostro modo di ascoltare.

L’amore per la fisarmonica, nel mio caso, non è il risultato di una tradizione familiare strutturata, né di un’eredità musicale diretta. Nella mia famiglia sono l’unico musicista di professione, anche se in casa si respirava comunque un clima sonoro vivace e spontaneo. Ricordo mio nonno che suonava la chitarra in modo del tutto dilettantistico, ma con quella naturalezza affettuosa che spesso accompagna i gesti musicali domestici. La musica, pur non essendo un percorso istituzionalizzato, era una presenza quotidiana, una sorta di sottofondo emotivo.
Il mio primo strumento, infatti, non fu la fisarmonica ma la chitarra, che incontrai durante l’infanzia e che rappresentò il mio primo vero contatto con la dimensione del fare musica. La fisarmonica arrivò solo in un secondo momento, ricordo ancora con estrema nitidezza quel momento. Avevo circa nove anni e quella scoperta fu, per me, una rivelazione.
Un ruolo decisivo nella mia formazione lo ebbe il mio primo insegnante di fisarmonica, che era non vedente. Questo elemento, apparentemente marginale, ha inciso profondamente sul mio modo di apprendere. Essendo costretto a seguire un metodo basato sull’ascolto più che sulla lettura, il mio orecchio si è allenato in modo naturale, quasi inconsapevole. Ho imparato a percepire le sfumature, a riconoscere le micro-variazioni timbriche, a comprendere la musica come fenomeno eminentemente acustico prima ancora che grafico. È stata una scuola di sensibilità, oltre che di tecnica.
Con il passare del tempo, quella passione coltivata nei ritagli di tempo si è trasformata in un percorso sempre più rigoroso. Ho iniziato a studiare con maggiore disciplina, fino ad approdare al Conservatorio, dove la pratica musicale ha assunto una dimensione professionale e sistematica. Ciò che era nato come un incontro quasi fortuito è diventato, progressivamente, il mio lavoro e la mia identità artistica.

Ogni esperienza concertistica, sia in Italia sia all’estero, ha rappresentato per me un’occasione di crescita, un tassello che ha contribuito a definire la mia identità artistica e umana. Non esiste, in questo senso, un luogo privilegiato, ogni contesto, ogni pubblico, ogni incontro ha lasciato un segno, spesso sottile ma decisivo, nel mio modo di concepire la musica e il suo ruolo. Negli ultimi anni, tuttavia, ho avuto modo di frequentare con particolare assiduità la Cina, un mondo che inizialmente conoscevo solo in modo superficiale e che invece mi ha profondamente sorpreso in positivo. Ho tenuto masterclass al Conservatorio Centrale di Pechino e in diverse università, tra cui Hebei e Shenzhen, istituzioni con le quali collaboro tuttora. Ciò che mi ha colpito, forse più di ogni altra cosa, è il fervore con cui gli studenti si avvicinano alla musica colta occidentale, un interesse intenso, direi quasi febbrile, che si manifesta nello studio rigoroso, nella curiosità verso la tradizione dei grandi compositori enell’attenzione per il repertorio operistico. Questa dedizione, così radicale e priva di pregiudizi, esercita un effetto contagioso, alimenta il desiderio di insegnare, di condividere, di continuare a interrogare il senso del proprio lavoro. In un certo senso, restituisce al docente e al musicista quella tensione ideale che spesso, nei contesti più familiari, rischia di attenuarsi. Detto ciò, come accennavo, ogni esperienza, che si tratti di una masterclass, di un seminario o di un concerto, mi ha arricchito e ha contribuito a farmi crescere. La dimensione internazionale offre prospettive nuove, ma anche i contesti italiani, con la loro stratificazione culturale e la loro complessità, hanno rappresentato per me momenti di grande valore. Potrei dire, in conclusione, che ciò che ricordo con maggiore affetto non è un luogo in particolare, ma la qualità degli incontri che la musica rende possibili. Quando si crea un vero scambio tra chi suona e chi ascolta, anche provenendo da contesti molto diversi, ritrovo il senso concreto del mio lavoro.
È indubbio che la mia attività richieda un dispendio di energie considerevole. Studiare lo strumento per molte ore, comporre o dedicarsi alla scrittura implica un impegno fisico e mentale che va gestito con attenzione. Nel tempo ho compreso quanto sia necessario preservare un equilibrio, perché la qualità del lavoro artistico dipende anche dalla capacità di sostenere questo carico in modo lucido e continuativo. Quando posso, pratico attività fisica leggera, soprattutto corsa o lunghe passeggiate in luoghi tranquilli, lontani dal traffico e dai rumori urbani. Questo mi permette di “staccare”, di recuperare concentrazione e di mantenere una certa regolarità nel ritmo quotidiano. Anche l’alimentazione e il riposo rivestono un ruolo importante. Durante i periodi di studio intenso cerco di seguire un regime semplice e leggero, privilegiando verdure e cibi non troppo calorici, perché mi aiutano a mantenere una buona capacità di attenzione.
Sono piccoli accorgimenti, ma nel loro insieme contribuiscono a sostenere una vita professionale che richiede costanza, disciplina e un notevole investimento emotivo. In questo modo riesco a preservare le energie necessarie per affrontare con lucidità e continuità le diverse dimensioni del mio lavoro.
Sicuramente vedo nel mio futuro ancora molta musica. Per un musicista, lo strumento non è soltanto un mezzo tecnico, ma un compagno di vita, un mezzo che ci accompagna nelle diverse fasi dell’esistenza e che, in un certo senso, ci restituisce un’immagine sempre nuova di ciò che siamo. Credo che uno degli aspetti più affascinanti del nostro lavoro consista proprio nella possibilità di dedicarsi allo studio con la stessa intensità a prescindere dall’età. La pratica musicale non conosce una vera “stagione” privilegiata; è un percorso continuo, che si rinnova ogni giorno. Con l’avanzare degli anni, naturalmente, cambiano le energie fisiche, ma non cambia il rapporto profondo con la propria arte. Anzi, spesso accade il contrario, la maturità porta con sé una consapevolezza diversa, una capacità di ascolto più attenta, una relazione più intima con il suono. Arthur Rubinstein, che continuò a esibirsi fino a età avanzatissima, sosteneva che «l’arte non invecchia, invecchia solo il corpo», e che il vero segreto fosse “continuare a studiare come se si fosse giovani”. In questa affermazione ritrovo molto della mia esperienza, la passione rimane immutata, quasi come se fosse sempre il primo giorno. Il rapporto tra strumentista e strumento, con il passare del tempo, si trasforma in una sorta di dialogo sempre più sottile. Se da giovani si tende a privilegiare l’energia, la velocità, la brillantezza, con gli anni si sviluppa una sensibilità diversa, si impara a cercare il dettaglio, la sfumatura, la qualità del gesto più che la quantità. Pablo Casals, che a novant’anni continuava a studiare quotidianamente il violoncello, diceva: «Perché studio ancora? Perché sento che sto migliorando». È un pensiero che descrive perfettamente la natura del nostro mestiere, non si smette mai di imparare, e ogni fase della vita porta con sé un modo nuovo di avvicinarsi allo strumento. Per quanto riguarda la scrittura, continuerò certamente a coltivarla. Scrivere e comporre, per me, sono attività complementari;due forme diverse di interrogare la musica e di darle voce. Cercherò di fare tutto ciò che faccio oggi, suonare, comporre, insegnare, scrivere e, per quanto possibile, di farlo con lo stesso entusiasmo. Almeno ci proverò, perché credo che la continuità del lavoro artistico non dipenda tanto dalle circostanze esterne quanto dalla capacità di mantenere vivo il desiderio di ricerca. In definitiva, il mio futuro lo immagino come una prosecuzione naturale del presente, ancora musica, ancora studio, ancora scrittura. Con la consapevolezza che il tempo non sottrae, ma trasforma; e che il rapporto con il proprio strumento, se coltivato con cura, diventa una delle forme più profonde e durature di dialogo che un artista possa vivere.



