Intervista con il presidente Aitf, Franco Martino: quando dietro un vertice aziendale c’è “ducetto”

Intervista con il presidente Aitf, Franco Martino: quando dietro un vertice aziendale c’è “ducetto”

22 Febbraio 2026 Off Di Pasquale Maria Sansone

Con il presidente dell’Associazione dei trapiantati di organi Aitf, dottor Franco Martino,  da sempre molto attivo e in prima linea nel panorama sanitario regionale e  nazionale sulla donazione degli organi e sull’assistenza ai trapiantati, ci siamo intrattenuti per fare qualche considerazione sul delicatissimo tema, partendo in punta di “pepe”.

Presidente, ci dà un suo parere su alcune “sdruciolevoli vicende” che vedono oscurati i nomi  degli operatori più capaci nell’ambito del contesto aziendale sanitario in cui agiscono? 

Rispondere a una domanda del genere è abbastanza complesso. Nel merito posso esprimere  un’opinione alla luce di una esperienza vissuta in tanti anni nella pubblica amministrazione, ma  ovviamente, rimane soltanto un parere personale. Intanto vicende del genere non rappresentano assolutamente una dinamica rara, anzi: esse sono parte di una patologia organizzativa ben  conosciuta nelle pubbliche realtà, anche se spesso taciuta. In molti contesti – soprattutto quelli ad  alta visibilità e a grande concentrazione di potere – non di rado si manifesta quella che potremmo  definire una vera e propria “sindrome del protagonista”, alimentata prevalentemente da  insicurezza, narcisismo e paura del confronto.  

A chi si sta riferendo, in particolare?  

Mi spiego meglio: quando un alto dirigente dello stato, un amministratore delegato, un direttore  generale etc. nell’ambito della propria realtà operativa, per un motivo qualsiasi teme di essere  oscurato, di vedere, in qualche misura, offuscata la propria immagine, tanto da vivere il talento  altrui come una minaccia; scambia la leadership con il protagonismo e interpreta il ruolo come un  palcoscenico personale; ed ecco che, più o meno inconsapevolmente, non guida più  un’organizzazione, ma mette in scena se stesso. E qui nasce la “sdrucciolevole vicenda” di che  trattasi, ossia: non si valorizzano i capaci, non si promuove il merito, non si costruisce una squadra.  Si costruisce invece una corte di fedeli, spesso mediocri ma obbedienti.  

Ma questo non rischia di ripercuotersi negativamente sul rendimento dell’Azienda che si  dirige e sulla propria credibilità?  

Certamente. Il paradosso è proprio questo; che non ci si rende conto che il vero leader brilla  facendo brillare anche gli altri. Mentre il mediocre spegne sempre gli altri per sembrare egli acceso. 

Dottor Martino, ma come si possono spiegare simili comportamenti suicidi?  Le radici di tutto questo sono spesso lontane e, il più delle volte, facilmente ricavabili  dall’esistenza di: personalità fragili, carriere costruite più su relazioni che su competenze, paura  costante di essere smascherati, bisogno patologico di riconoscimento. La cosa peggiore è che in  questi casi l’organizzazione diventa teatro di: giochi di potere, isolamento dei migliori, mancate  promozioni, silenzi strategici, deleghe svuotate.  

Secondo lei, come si può reagire a tutto questo?  

Non è semplice. Si tratta di una forma di micro–autoritarismo elegante, difficile da dimostrare  ma devastante nel lungo periodo. Eppure, nonostante questo, la storia insegna una cosa molto  semplice e per certi aspetti consolatoria: nessun dirigente mediocre riesce davvero a soffocare il  valore autentico. Può ritardarlo, ostacolarlo, renderlo faticoso, ma non cancellarlo. Chi ha  competenza, visione e dignità professionale lascia comunque traccia. Chi ha solo bisogno di  apparire, prima o poi resta solo in scena. Lo sguardo della persona capace è acuto. E soprattutto è  libero. Ed è proprio questo che spesso dà fastidio ai cosiddetti protagonisti di cartapesta. 

Allora c’è speranza che le cose cambino?  

 La speranza è da sempre l’ultima a morire! 

E speriamo che chi ha orecchie per intendere intenda.

Intanto la ringrazio.

Grazie a lei!