Il silenzio di fronte alle grandi tragedie della vita

Il silenzio di fronte alle grandi tragedie della vita

25 Gennaio 2026 Off Di Corrado Caso

“Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché non sono più”.
Per non dimenticare…le sorelle siamesi Marta e Milagros. Un caso clinico estremamente complesso che ha generato una contrapposizione di opinioni e un diverso orientamento di Comitati etici e studiosi sulla liceità dell’intervento, sulla prevedibilità, studiata a tavolino, che soltanto una delle due sorelle si sarebbe potuta salvare: la più forte. Era l’anno 2000. Le due gemelle provenienti dal Perù giungevano con i genitori a Palermo. Li accompagnava un alone di speranza che coinvolse il popolo siciliano rendendolo partecipe in una impresa che, oltre l’evidenza scientifica, avesse reso possibile la vita a entrambe le sorelle. Diversamente tutto sarebbe stato incompleto. Milagros avrebbe vissuto nel dolore della morte di Marta dalla quale avrebbe attinto la vita e viceversa. L’intervento durò a lungo e fu eseguito da una nutrita equipe di specialisti guidati da Carlo Marcelletti Cardiochirurgo di fama mondiale. La Sicilia visse quei giorni con il fiato sospeso. Ma troppo intima era l’unione di Marta e Milagros. Forse una sintonia non comune le legava in vita e in morte. Un solo corpo ma anche un solo respiro che si spense lentamente quella notte. Dopo il rito funebre e lungo la strada del ritorno in patria i palermitani si assieparono per un ultimo abbraccio alla famiglia. Una testimonianza alla quale fecero eco le parole dei genitori e da “lassù” Marta e Milagros: “Palermo ci resterà nel cuore”.
Nell’immediato la generosità e il tentativo estremo per dare vita riscattarono parzialmente i sospetti e l’insuccesso ma si materializzò nel tempo una diversa realtà dalla quale prese origine questa personale riflessione…
Scenderanno fiumi di parole, l’estremo tentativo di dare una risposta ai molteplici interrogativi e poi… il susseguirsi degli avvenimenti ricondurranno le emozioni   nell’immenso oceano dei fatti più o meno tragici che   caratterizzano il nostro tempo. In questa storia, oltre la pietà, il senso di impotenza, rimarrà una amara riflessione sul diritto-dovere a una informazione discreta, prudente perché delicato e controverso il pensiero quando affronta argomenti dolorosi che scarificano la pelle delle persone.
Si rischia, in un tempo così polemico e intollerante, di trascrivere   le ragioni di tutti con il protagonismo e il sensazionalismo di pochi. Di strumentalizzare la verità assimilandola al sospetto o alla propria verità ridisegnando con essa l’eventuale interpretazione su ciò che è bene o male senza considerare questo nostro procedere alterno tra luci e ombre, mistero e realtà, vita e morte. La riflessione, su quanto accaduto, è una appassionata sensazione di poche certezze che aprono al dubbio, alla ricerca di una ragione, un termine di riferimento per rendere prioritarie o indispensabili o indifettibili scelte e azioni e, con esse, gli uomini che le compiono.
   Forse, in tutto questo, è venuta meno la civiltà del silenzio che rende tutto più tollerabile, meno visibili i volti e il dolore, le logiche perverse e inquietanti degli indici di ascolto, il fascino del palcoscenico dove negoziare le nuove frontiere dell’informazione, il desiderio del protagonismo.
   L’epilogo è racchiuso in un destino che incurante dell’intervento dell’uomo, dell’estremo tentativo di portare alla normalità ciò che la natura non volle che fosse normale, ha scritto con lettere misteriose principio e fine di una storia che ha appassionato l’opinione pubblica, l’attesa verso un viaggio della speranza approdato in un incantevole isola   dove il mare apre le frontiere in una immagine di civiltà e accoglienza.