Giulio Tarro, breve storia di una pandemia che è diventata endemia

Giulio Tarro, breve storia di una pandemia che è diventata endemia

12 Gennaio 2022 1 Di Antonio Magliulo

Il professor Giulio Filippo Tarro non ha certo bisogno di presentazioni. Pure, fa piacere dedicargli poche righe per sottolineare almeno qualcosa della sua luminosa carriera che per un “soffio” non si è conclusa con l’assegnazione del Nobel: professore di “Virologia oncologica” alla Prima Facoltà di Medicina e chirurgia di Napoli; primario emerito dell’Unità operativa di virologia e malattie infettive all’ospedale Cotugno nel capoluogo campano;  autore di libri e di pubblicazioni di assoluto livello a carattere scientifico; referente di moltissimi e significativi progetti di ricerca a carattere nazionale ed internazionali…

Con l’insigne virologo una chiacchierata sulla pandemia che, a dirla con la pubblicità, sta facendo “impazzire il mondo”.

Professor Tarro, in tutte le patologie virali sinora studiate vaccino o malattia lasciano come eredità positiva l’immunità. Come mai questo non succede nel caso della SarsCov2 per cui chi prende l’affezione virale può riprenderla di nuovo?

Le cellule T della risposta immunologica sono state studiate per la loro risposta alle proteine strutturali (nucleocapside, NP) e non strutturali (NSP-7 e NSP-13 di ORF1 accessorie) delle particelle virali di SARS-CoV-2 in 24 soggetti convalescenti da COVID – 19. Le cellule T CD4 e CD8 sono state riconosciute in tutti i convalescenti che hanno riconosciuto più regioni della proteina del nucleocapside (NP). 23 pazienti guariti dalla prima SARS, 17 anni dopo l’epidemia, hanno ancora una memoria di lunga durata dei linfociti T rispetto alle proteine strutturali del nucleocapside (NP), che mostra una reazione crociata verso l’NP della corrente SARS. I soggetti senza storia della SARS primitiva, nel 50% dei casi (9/18) hanno cellule T che reagiscono con le proteine accessorie (NPS-7 non strutturali e NSP-13 di ORF1). La caratterizzazione epitopica dei linfociti T specifici per NSP-7 ha mostrato il riconoscimento di frammenti proteici rispetto ai betacoronavirus animali, ma molto ridotta per i comuni coronavirus umani. Pertanto l’infezione da betacoronavirus induce un’immunità forte e duratura dei linfociti T rispetto alle proteine strutturali NP (Nina Le Bert et al., 2020).

A distanza di due anni dall’esordio, che idea si è fatto del Virus che ha scatenato la pandemia: “esperimento” sfuggito di mano a evento naturale?

Nel 2002- 2003 c’è stata la Sars; poco dopo, non molti lo sanno, c’è stata una malattia pressoché identica, la Mers, in Medio-oriente, proveniente dai cammelli; oggi c’è il Covid19, una forma di polmonite atipica.

Tutto inizia il 31 dicembre 2019, quando viene comunicato dalle autorità cinesi all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) un focolaio epidemico di polmonite in corso di diffusione nella città di Wuhan (11 milioni di abitanti). Il 7 gennaio 2020, gli studiosi cinesi sono in grado di identificare un nuovo coronavirus (2019-nCoV) come causa di questa epidemia. Dopo tre settimane dalla prima comunicazione all’OMS viene confermata la trasmissione interumana del virus. Nel giro di poche settimane vengono rilevati nuovi casi in tutti i continenti. Il 16 gennaio, i ricercatori del Centro tedesco di Ricerca infettiva di Berlino sviluppano una nuova metodica di laboratorio per diagnosticare il nuovo coronavirus, e l’OMS ne pubblica le linee guida. Il 28 gennaio, i ricercatori del laboratorio di identificazione virale dell’Istituto australiano per l’infezione e l’immunità Peter Doherty di Melbourne dichiarano di aver cresciuto il nuovo virus in colture di tessuto dopo il suo isolamento dalla prima persona da loro diagnosticata con questa nuova infezione. Anche questa ricerca viene condivisa con l’OMS. L’epidemia a febbraio inizia a diffondersi rapidamente. L’11 marzo 2020, l’OMS dichiara la Covid19 pandemia, in quanto l’epidemia è diffusa in vastissimi territori e continenti.

Per la Sars, la Mers e il Covid19 c’è sempre stato un intermediario, ossia un’animale. Nel caso del Covid19 pare sia stato un pipistrello. È noto a tutti ormai che questa sindrome è cominciata dal mercato del pesce di Wuhan. Ma c’è anche un’altra possibilità, come rilevato da alcuni miei illustri colleghi, ossia che questo virus provenga dal laboratorio di Wuhan. Sottolineo che non c’è nessuna evidenza scientifica per cui possiamo affermare che il virus sia stato creato in laboratorio. Numerosi ricercatori sono andati a predire le sequenze genetiche del Covid19 evidenziando una percentuale di differenza dal virus del pipistrello ma ciò probabilmente è dovuto al fatto che ci sono stati vari passaggi con un animale intermedio come il pangolino, non perché sia stato modificato artificialmente. Quindi escludo l’origine artificiale. Tuttavia, non è impossibile che un ricercatore o un tecnico possa portare fuori, ovviamente si presume inconsciamente, un virus dal laboratorio.

Ritengo che quella di Luc Montagnier sia una semplice ipotesi da “tavolino”, che si basa su calcoli matematici ma non è quello che è stato riscontrato sul campo dai ricercatori di tutto il mondo.

Nella cosiddetta variante Omicron gli effetti della patologia sembrano attenuati. Il segno che il virus va perdendo forza o ci dobbiamo attendere nuove impennate?

Non ci troviamo più di fronte ad una pandemia, bensì ad una classica endemia. La scorsa primavera è stato pubblicato sulla rivista Science, che rappresenta l’organo ufficiale dell’American Association for the Advancement of Science, uno studio in cui si spiega chiaramente come si stia gradualmente passando dalla fase pandemica a quella endemica. Quindi ci troviamo di fronte ad un’influenza tipica della stagione invernale, identica a tante altre che abbiamo conosciuto in passato. L’unica differenza sta nel fatto che non si tratta di un virus influenzale ma del covid, ma questo non giustifica il terrore mediatico che si sta diffondendo in questi giorni. Per altro è ormai assodato che per certi tipi di influenze da covid basta ricorrere alle terapie antivirali per via orale. Nel Regno Unito è già stato approvato da oltre un mese il farmaco della Merck chiamato Molnupiravir, mentre in Italia già da marzo è in uso il Remdesivir.”

La variante che sta circolando oggi è la stessa che circolava in Africa quando da noi era estate, senza conseguenze gravi. Sono stati gli stessi africani a smentire gli allarmismi occidentali, dicendo che si stava esagerando nel dipingere la variante sud africana come devastante”.

Sono i numeri che ce lo dimostrano. Il 21 dicembre facendo una proporzione fra numero di tamponi 851.865 e soggetti positivi abbiamo riscontrato un tasso di positività del 3,5% con 30.798 nuovi casi. Il 21 dicembre dell’anno precedente la stessa proporzione era del 12,5% con 10.872 nuovi casi su 87.889 tamponi.

 La maggior parte del mondo scientifico ha sbandierato il vaccino come arma di elezione per contrastare la pandemia. È Davvero così? Non esistono alternative?

La Food and Drug Amministration (FDA) ha concesso l’autorizzazione all’uso di

emergenza dell’anticorpo monoclonale IgG1 neutralizzante della Lilly (Bamlanirimab) in fase sperimentale per il trattamento della COVID-19 in pazienti di età superiore =>12 anni. Il meccanismo di azione consiste nel legarsi alla proteina spike del SARS-CoV2, sbloccando nell’adesione al recettore umano ACE2.

Nel febbraio 2021 la FDA ha rilasciato all’uso di emergenza per gli anticorpi monoclonali sperimentali di Lilly, Bamlanivimab ed Etesevimab, da somministrare insieme per il trattamento della COVID-19.

Nel luglio 2021 la FDA ha rilasciato l’autorizzazione all’uso di emergenza degli anticorpi monoclonali di Regeneron, Casirivimab e Imdevimab, da somministrare come il Bamlanivimab con lo stesso meccanismo.

L’indicazione ed il meccanismo di azione sono quelli conosciuti. Infine il Tolicizumab in pazienti ospedalizzati con polmonite grave da COVID-19 non è risultato in maniera significativa valido né ha abbassato la mortalità rispetto al placebo dopo 28 giorni (New England Journal of Medicine 384;16 – 22 arile 2021).

L’idea dell’idrossiclorochina, comunemente usata per curare l’artrite reumatoide e il Lupus Eritematoso Sistemico, contro i coronavirus, fu lanciata, quasi venti anni fa, dal ricercatore italiano Andrea Savarino per debellare il virus SARS-CoV-1 che, nel 2003, alimentava una epidemia in Cina. I primi risultati furono incoraggianti ma la repentina scomparsa dell’epidemia di Sars fece quasi dimenticare le capacità di questo farmaco di inibire il contatto tra i virus e l’epitelio delle vie respiratorie che, concentrandosi a livello dei lisosomi, interferisce con il rilascio del genoma virale nel citoplasma grazie all’inibizione di specifici enzimi e che convoglia lo zinco a livello intracellulare bloccando l’RNA polimerasi che è l’enzima centrale della replicazione del virus.

Già nel marzo 2020 alcuni studi suggerivano l’uso dell’idrossiclorochina all’insorgere dei sintomi ascrivibili come Covid ma a rendere popolare questo farmaco è stato certamente Didier Raoult, capo dell’istituto universitario ospedaliero IHU Méditerranée Infection di Marsiglia, che dopo aver guarito innumerevoli pazienti con l’idrossiclorochina e constatato il boicottaggio da parte del mondo accademico nei riguardi di questo farmaco economico (verosimilmente, per questo inviso a “Big Pharma”) fu costretto a mettere su Youtube un suo video che denunciava questa situazione.  La successiva campagna di diffamazione subita dal Didier Raoult – definito addirittura sui media un “ciarlatano”, nonostante il suo prestigioso curriculum scientifico – sembrava aver raggiunto il suo scopo con l’articolo di The Lancet, e la successiva messa al bando del farmaco da parte dell’OMS, dell’Ema e la nostrana Aifa. The Guardian all’inizio di aprile 2020 mise in evidenza le basi per una sua ritrattazione da parte della prestigiosa rivista.

Campagna denigratoria, miseramente fallita grazie all’inedito sollevamento – ed è un precedente che lascia ben sperare – di centinaia di medici e della stessa opinione pubblica che si è tradotto anche in una ordinanza del Consiglio di Stato che ha obbligato l’Aifa a rimuovere il divieto di prescrivere l’idrossiclorochina per la cura domiciliare dei pazienti Covid. Idrossiclorochina che, nel gennaio 2021, ha trovato anche la sua “consacrazione accademica” da parte dell’American Journal of Medicine (Effected of Hydroxychloroquine in Hospitalized Patients with COVID-19.

Ma in nome di quali argomentazioni era stata boicottata l’idrossiclorochina?

Lo stesso rischio di scompensi cardiaci legati all’assunzione di idrossiclorochina veniva enfatizzato e sbandierato in ogni dove. Come per tutti i farmaci anche l’idrossiclorochina comporta, oltre a benefici, dei rischi. Ma sarebbe bastato analizzare lo stato clinico dei 65mila italiani affetti da artrite reumatoide e lupus (tutti inseriti in un Registro nazionale con codice Icd9 714) che ogni giorno assumono idrossiclorochina per accertarsi del bassissimo rischio di questo farmaco.

Finalmente gli antivirali come il Remdesivir hanno trovato spazio, anche se non vi è stata la determinazione dell’uso del diossido di cloro nel trattamento antivirale come nel centro sud America.

Anche l’effetto della Ivermectina è stato riconosciuto come efficace nella risoluzione dei sintomi tra gli adulti con malattia mite, come il farmaco trovato dagli israeliani.

Israele sta sperimentando un farmaco contro il Covid che, alle prime risultanze si dichiara efficace oltre il 90%. Lo scrive la stampa israeliana. L’Ichilov Medical Center di Tel Aviv ha completato con successo gli studi della fase uno del progetto di ricerca su questo nuovo medicinale, che sta dando risposte molto incoraggianti. L’agenzia regolatoria del farmaco britannica (Mhra) ha approvato  in anticipo su chiunque altro in Europa – il Molnupiravir, prima pillola indicata per il trattamento del Covid a essere registrata.

La medicina, realizzata e illustrata nelle settimane scorse dal colosso americano Merck Sharp & Dohme in partnership con Ridgeback Biotherapeutics, potrà essere prescritta a chiunque sia testato positivo al Covid e abbia almeno un fattore di rischio legato a un possibile contagio grave come l’obesità, una cardiopatia, il diabete o in genere un’età superiore ai 60 anni.

Per la Mhra, il Molnupiravir è un farmaco “sicuro ed efficace”, in grado di ridurre il pericolo di ricovero in ospedale per persone colpite da forme anche moderate di Covid-19 che abbiano parallelamente condizione di rischio extra.

Ad annunciarlo in una nota è la stessa casa farmaceutica americana che ha chiarito che “il candidato clinico è un antivirale orale (PF-07321332), un inibitore della proteasi SARS-CoV2-3CL, che ha dimostrato una potente attività antivirale in vitro contro SARS-CoV-2, nonché attività contro altri coronavirus, suggerendo un potenziale utilizzo nel trattamento di COVID-19 e potenziale utilizzo per affrontare future minacce di coronavirus”.

La maggior parte di vaccini è stata usata dalle nazioni ricche la sciando fuori quelle povere che hanno, infatti, coperture risibili. Non si è trattato di un errore madornale che già sta producendo pericolosi effetti boomerang?  Cosa sta succedendo nel continente africano?

Vorrei spiegare l’enigma relativo alla mancanza di focolai di coronavirus in Africa.

Un’ipotesi che può spiegare la disparità tra l’Africa e gli altri continenti riguarda l’età complessiva della popolazione. In generale, la popolazione dell’Africa è più giovane che nelle regioni più colpite dal COVID-19. Alcuni ricercatori hanno dimostrato che altri coronavirus umani che causano raffreddori comuni possono suscitare una risposta immunitaria che potrebbe fornire protezione contro COVID-19.

Gli stessi quartieri affollati che avrebbero portato alla rapida diffusione di altri coronavirus potrebbero aver protetto la popolazione dalla SARS-CoV-2.

Un certo livello di immunità di protezione crociata preesistente … potrebbe spiegare perché l’epidemia non si è verificata (come è accaduto in altre parti del mondo). Il professor Shabir Madhi ha detto che “la protezione potrebbe essere molto più intensa nelle aree altamente popolate, in contesti africani. Potrebbe spiegare perché la maggior parte (nel continente) soffre di infezioni asintomatiche o lievi” (Smith, 2020).

Le previsioni in questi casi sono sempre un azzardo ma, facendo uno strappo alla regola, lei cose prevede sul fronte pandemico nell’immediato futuro? E per il medio e lungo periodo? L’umanità dovrà imparare a convivere con queste emergenze sanitarie?

Secondo uno studio pubblicato su Science da parte della Emory University di Atlanta il coronavirus assumerà un carattere endemico e la sua letalità, cioè mortalità dei contagiati, finirà per attestarsi intorno allo 0,1% al di sotto dell’influenza stagionale, pertanto forte distanziamento sociale non è la soluzione, lockdown, mascherine, chiusure, caccia al contagiato, colpevolizzazione della gente… Si pretende di perseverare con questa gestione dell’emergenza nell’illusione di fermare un virus ormai ENDEMICO, asintomatico nel 90-95% dei casi, e che potrebbe essere efficacemente affrontato, anche quando colpisce gli anziani, con tempestive cure.

Abbiamo al 90, 95% asintomatici positivi. E gli asintomatici positivi non sono contagiosi. Da sempre. Chi non ha i sintomi, chi non è malato, non può contagiare. Lo ha detto anche l’Oms. Quindi non ha senso chiudere tutti in casa. Chi si ammala va curato, semplicemente.

Se pensiamo che le epidemie e le pandemie potranno emergere in futuro con maggiore frequenza è necessario approfondire gli studi sulle terapie oppure sulla prevenzione con potenziali vaccini al costo di pochi milioni di dollari altrimenti ne spenderemo miliardi di dollari per non parlare della perdita di vite umane.