Miriam Damiani, la musica come specchio dell’anima: “Il talento non basta, lo studio non finisce mai”

Miriam Damiani, la musica come specchio dell’anima: “Il talento non basta, lo studio non finisce mai”

13 Ottobre 2026 Off Di Marco Magliulo & Pasquale Maria Sansone

 

Volli, volli, fortissimamente volli. Nasce da  questa premessa, oltre che dal suo naturale talento, Miriam Damiani. Una pianista che, unendo una tecnica impeccabile ad una profonda sensibilità artistica, è diventata un’apprezzata concertista. Non per caso è allieva di Bruno Canino. Un “marchio di fabbrica” significativo per chi calca i palcoscenici della buona musica.

Cosa le dà e cosa significa per lei la Musica?

La musica mi ha accompagnata lungo tutto l’arco della mia vita. È sempre stata profondamente legata alle mie emozioni, al mio modo di sentire e di vivere. Per me è uno specchio dell’anima: quando suoniamo, comunichiamo qualcosa di ciò che siamo, del nostro stato d’animo e della nostra storia. Credo che il compito più importante di un musicista sia proprio questo: comunicare emozioni. Si studia per tutta la vita per imparare a trasmettere, attraverso uno strumento, ciò che sentiamo dentro. La tecnica è indispensabile, ma acquista significato quando ci permette di dare voce a quel mondo interiore e di condividerlo con chi ascolta. La musica cresce con noi, attraversa le diverse età della vita e fa parte del nostro quotidiano. Sa rievocare ricordi, accogliere stati d’animo e dare espressione a ciò che, a volte, le parole non riescono a raccontare. A me dà proprio questo: la possibilità di riconoscermi, di esprimermi e di entrare in relazione con gli altri. È anche una fonte di benessere e conforto, perché parla a una dimensione essenziale dell’essere umano: quella delle emozioni.

⁠Il pianoforte è considerato lo strumento principe e quello che “ha partorito” le più grandi melodie della musica sinfonica e non solo. La scelta di questo strumento è avvenuta attraverso l’incoraggiamento di familiari o amici oppure si è trattato di una folgorazione: un amore a prima vista?

La scelta del pianoforte è nata spontaneamente, per una curiosità che si è trasformata presto in una grande passione. In famiglia, però, avevo respirato l’amore per la musica: mio padre era un appassionato d’opera, soprattutto di Puccini, e ascoltava spesso musica classica. Conservo ricordi bellissimi di quando metteva brani sinfonici e ci divertivamo a ballare insieme. Anche guardare con lui “Fantasia” della Disney, dove la musica incontrava le immagini e diventava racconto, ha contribuito a far nascere in me quell’amore. Il primo incontro con la tastiera è avvenuto per gioco, attraverso delle piccole tastiere regalate ai miei fratelli. Mi divertivo a cercare a orecchio le melodie che contenevano e a riprodurre quelle che ascoltavo. Era una scoperta continua, che mi coinvolgeva sempre di più. A un certo punto ho sentito il desiderio di prendere lezioni. Ricordo perfettamente che, a sette anni, fui io a individuare l’insegnante con cui volevo cominciare a studiare pianoforte. Nessuno mi aveva indirizzata verso quella scelta: il desiderio era mio. È stato un amore nato nel gioco e nell’ascolto, che ho voluto coltivare.

Il musicista, aldilà delle doti naturali, deve avere la costanza di portare avanti uno studio che non avrà mai fine.

Il talento è certamente una risorsa importante, una predisposizione naturale che può offrire un ottimo punto di partenza. Ma, se non viene coltivato attraverso uno studio serio, costante e sostenuto da un metodo, difficilmente può portare lontano. I risultati richiedono impegno, sacrifici e un lavoro che si costruisce negli anni. Per un pianista questo significa sviluppare una tecnica consapevole, fondata anche sulla conoscenza del proprio corpo. Le ore di studio sono necessarie, ma conta molto come vengono impiegate: bisogna imparare a riconoscere e gestire le tensioni, acquisire agilità e affrontare le difficoltà con strumenti efficaci. Nella vita professionale può capitare di ricevere una proposta di concerto con poco preavviso; occorre quindi saper organizzare la preparazione e apprendere un programma anche in tempi stretti. Sono capacità che maturano attraverso l’esperienza e lo studio. Lo studio non finisce mai, ma si evolve insieme al musicista. Con il tempo cambiano la consapevolezza, il modo di ascoltare e la capacità di individuare ciò di cui abbiamo bisogno. Nelle prime fasi i metodi pianistici hanno un ruolo importante; successivamente il lavoro diventa sempre più personale e legato alle esigenze di ciascun brano. È proprio nel repertorio che tecnica e interpretazione si incontrano: ogni gesto deve contribuire a realizzare un’intenzione musicale. Questo non significa abbandonare il lavoro tecnico di base. Le scale e lo studio mirato dei passaggi restano strumenti preziosi anche per un pianista esperto. Penso ad Arturo Benedetti Michelangeli, di cui esistono testimonianze che lo descrivono intento a eseguire scale in studio: un’immagine che mi piace ricordare, perché anche nella pratica di un grandissimo interprete trovano spazio gli elementi fondamentali della tecnica. La costanza rimane, mentre il modo di studiare diventa più consapevole: si continua a cercare, ad approfondire e a scoprire nuove possibilità. È anche questo che rende la musica una ricerca che accompagna tutta la vita.

Lei ha avuto la fortuna durante il suo percorso formativo di incontrare uno dei grandi maestri della musica internazionale. Che effetto le fa interagire con Bruno Canino?

L’incontro con Bruno Canino ha rappresentato una svolta nel mio percorso. Avevo già avuto la fortuna di studiare con grandi insegnanti, ma ciò che mi ha colpita in lui è una capacità di ascolto straordinaria, che rende il confronto con lui profondamente formativo. Ricordo perfettamente la prima lezione: dopo aver eseguito una Suite francese di Bach, mi indicò il punto esatto di una battuta in cui non avevo legato correttamente una voce interna. Rimasi sbalordita dalla precisione con cui riusciva a distinguere e seguire le singole linee nella trama polifonica. Sentiva dettagli che io stessa, mentre suonavo, non avevo percepito con altrettanta chiarezza. Quella lezione ha cambiato il mio modo di ascoltare la musica. Mi ha insegnato a comprendere più profondamente il contrappunto, a seguire le voci nella loro autonomia e nel loro rapporto reciproco, senza trascurarne nessuna. Per me interpretare Bach significa proprio dare vita a questa struttura, far emergere il dialogo tra le linee melodiche. È anche uno degli aspetti che oggi ammiro maggiormente in Glenn Gould: la capacità di dare a ogni voce una propria identità. Entrare nello studio di Canino significa trovarsi davanti a un grande riferimento della musica e avvertire il valore di un’esperienza così vasta. Ma ciò che lascia l’impronta più forte è la profondità che si scopre nel lavoro con lui: la sua preparazione, la lucidità dell’ascolto e la precisione delle osservazioni. La sua fama suscita certamente emozione; il confronto diretto permette di comprenderne ancora meglio le ragioni. Gli devo molto, soprattutto per avermi insegnato ad ascoltare con una consapevolezza nuova.

Quali sono i progetti in cantiere della Damiani Academy?

Il sogno più grande per la Damiani Academy è creare un luogo in cui le persone possano crescere e innamorarsi ogni giorno della musica. Vorrei un ambiente dove il confronto e la competizione siano sani, capaci di stimolare il miglioramento nel rispetto del percorso di ciascuno. Un luogo in cui sentirsi orgogliosi del proprio studio, della dedizione e della passione per un’arte che può accompagnarci tutta la vita. I conservatori hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione e mi hanno dato moltissimo. Ho però vissuto anche situazioni in cui la competizione diventava fonte di disagio. Questa esperienza ha contribuito a maturare in me il desiderio di costruire una realtà in cui l’ambizione personale possa convivere con la condivisione e il sostegno reciproco. Il mio sogno è che la Damiani Academy possa diventare, un giorno, un punto di riferimento nel panorama musicale italiano: un luogo dove sviluppare percorsi di studio approfonditi, creare occasioni di incontro e collaborare con grandi musicisti. È un’ambizione da costruire nel tempo, passo dopo passo, con impegno e dedizione. Ma credo che sia importante continuare a sognare in grande. Parallelamente, sto lavorando alla crescita dell’accademia digitale. La piattaforma esiste già e il progetto è arricchirla progressivamente con corsi che si completino a vicenda: dalla pratica strumentale alla storia della musica, fino a percorsi di ascolto e scoperta del mondo musicale e teatrale. Vorrei rivolgermi sia a chi studia musica sia a chi desidera avvicinarsi a quest’arte per curiosità, anche dedicandole poche ore. Penso a chi svolge un altro lavoro, a chi ha poco tempo o a chi non ha la possibilità economica di intraprendere un percorso professionale, ma vuole comunque imparare e ampliare la propria cultura musicale. Per me è importante offrire possibilità diverse di accesso alla musica, rispettando gli obiettivi e le disponibilità di ciascuno. Anche un piccolo spazio dedicato all’apprendimento può far nascere una passione e arricchire la vita di una persona: è questo il valore che vorrei mettere al centro della Damiani Academy.

Se le chiedessero di fare un nome, un solo nome, dei compositori di tutti i tempi, su chi cadrebbe la sua scelta?

Se dovessi scegliere un solo nome, sarebbe Johann Sebastian Bach. È il compositore che mi ha accompagnata per tutta la vita: è stato il primo che ho studiato ed è quello al quale continuo a tornare. Credo che la sua musica resterà con me per sempre, perché ogni volta mi insegna qualcosa di nuovo. Mi insegna a pensare, ad ascoltare e a comprendere più profondamente anche gli altri compositori. Per me Bach è un riferimento fondamentale attraverso cui leggere tanta musica successiva. Penso a Beethoven e Brahms, alle loro grandi architetture musicali e alla ricchezza del contrappunto. Ma anche ascoltando Debussy sento affinità che mi affascinano: nel dialogo tra le voci riconosco qualcosa che mi riporta a Bach, trasformato attraverso un universo diverso di colori e sonorità. Accanto alla complessità delle sue costruzioni, però, ciò che amo profondamente è l’intimità della sua musica. Penso all’Aria delle Variazioni Goldberg, alla sua capacità di creare un momento di raccoglimento e di emozione così intenso. È proprio questa intimità che cerco anche come interprete. Mi affascina quanto si possa raccontare attraverso poche note, quale profondità emotiva si possa raggiungere con una frase. In Bach trovo entrambe le dimensioni: la grandezza di un pensiero musicale e la capacità di parlare alla parte più intima di noi.